Intervista ad Alfredo Marasti
a cura della Redazione
28 Dic 2025 - Interviste
Abbiamo intervistato il cantautore, regista, e non solo, Alfredo Marasti.
Alfredo Marasti, cantautore, regista, scrittore e insegnante, vince nel 2006, con La luna e il ladro, il Premio Fabrizio De André nella categoria Miglior Interprete.
Nel 2013 vince la XXIVª Eddi Musicultura, nella sezione Miglior testo, con Canzone per Mario, dedicata allo scomparso Mario Monicelli.
Ha all’attivo L’Alternativa (Autoprodotto, 2012), Lolita Moon (2018, produzione artistica di Cassandra Raffaele), Altri tempi (La Stanza Nascosta Records, 2020), L’Assedio (La Stanza Nascosta Records, 2021), Ultimo D’Annunzio (La Stanza Nascosta Records, 2022) e il recente Il dimenticatoio-Canto monumentale alle identità perdute (La Stanza Nascosta Records, 2025).
Musiculturaonline ha incontrato l’artista toscano, che con Guccini sembra ricordarci continuamente “può darsi ch’io sbagli”.


INTERVISTA
Cantautore, regista, scrittore, insegnante…cosa si sente, maggiormente, in questo periodo?
Innamorato. Non del Natale, certamente, quanto della vita e di tutto ciò che offre a noi fortunati: la possibilità di scrivere canzoni, di farle sentire, di dedicarle alle persone a cui si tiene. Ultimamente scrivo molto, probabilmente perché “sento” molto.
Nel brano Mirelle compare una citazione riadattata da La Ghigliottina, poesia del monsummanese Giuseppe Giusti, in Floreale una citazione riadattata da Montale. Vita Fortunati, in Intertestualità e citazione fra Modernismo e Postmodernismo – Il pastiche di Antonia Byatt fra letteratura e pittura scrive: “per Pound e per Woolf, la citazione serve per accostare codici di arti differenti, in una forma di eclettismo di stili che tende a eliminare le barriere tra scrittura, pittura, poesia e musica”. Lei che uso fa della citazione?
Un uso personale e forse un po’ criminale, nel senso che, come hai giustamente notato, prendo in prestito cose di altri per inserirle in un mio discorso. Arrivo a dirti qualcosa di inconfessabile: a volte mi succede di costruire la musica su un testo letterario, ad esempio La ghigliottina di Giusti, per poi cambiare direzione e scrivere qualcosa di completamente diverso in cui però resta qualche traccia dello spunto iniziale, che finisce per diventare una citazione. L’inserimento di Montale invece è più un rimando, un’allusione al mio bisogno di ricordare e ricordarmi che il linguaggio è pieno di buchi, di vuoti, e non è affatto in grado di esprimere la realtà compiutamente.
L’amore consta di vari fattori, perfetto, eterno e pieno di fiori/Non può essere diverso, lo dice l’esperto, signori! /Si legga il saggio “Cime tempestose”, maschietti bravi, comprate le rose, /le donne sono dolci, sensibili e peccaminose! (Giulietta). Esiste ancora questo stereotipo femminile, o è stato totalmente ribaltato?
Fortunatamente ha subito dei forti colpi, ma non si può dire che sia scomparso completamente. D’altra parte, io, non certo da solo, suggerivo questo tipo di riflessione più o meno quindici anni fa (risale infatti al 2010 una prima bozza di questa stessa canzone); mi tacciavano di non essere romantico. Ora, casomai, si lavora per costruire stereotipi opposti, ugualmente estremi.
Evadere dalla grammatica/dalle promesse, da ogni impegno quale che sia (E SGHIGNAZZANDO) /nelle canzoni dove tutti cantano “portami via” (PORTAMI VIA)/ma dove cazzo andare, nessuno lo sa /pronti a lavori e lavoretti dopo i venti (DAI RAGA SU LE MANI) /a borchie, fruste e costumini verso i trenta (HO DETTO SU LE MANI) /al rigar dritto di ritorno dei quaranta (E INTANTO I FIGLI)/e intanto i figli, e dopo /è tutta discesa /è tutta discesa! (La discesa). La discesa è una sintesi fulminante della vita. Non c’è speranza di salvarsi, in qualche modo?
C’è sicuramente speranza, ma il compito di chi scrive un certo tipo di canzoni non è necessariamente quello di fornire speranze. Credo siano la mancanza, il dolore, l’insoddisfazione che portano a ripartire, a muoversi, a darsi da fare, non la speranza.
E in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè,/e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè – cantava Guccini in Via Paolo Fabbri 43. Vecchio amico Charlie Brown ricordi tanto tempo fa/quando dal cassonetto urlavi a tutti di occupare la città /(tempo dopo) Noi parlavamo sul muretto di quello che ci avevan detto/sul senso della vita, e scoprivamo com’è ambigua la realtà/E a volte ci riusciamo ancora a fare i grandi qualche ora/e non capisco mai se parli tu/Ma poi torniamo alla partita ancora contro Piperita/e all’improvviso non sappiamo più/Se siamo noi che decidiamo o se ci ha disegnato Mister Schultz (…) canta lei in “Noccioline”. Oltre alla fascinazione per i Peanuts cos’ha in comune con Guccini, cui spesso la accostano?
Alcuni antenati sepolti nello stesso cimitero, quello di Pavana, fra cui un mio omonimo. Sono originario, per parte paterna, di quelle zone lì: Pavana e Sambuca Pistoiese. Avi a parte, Mi piace anche pensare a un tipo di canzone discorsiva, eternamente dubbiosa e dubitante (uno degli avverbi più frequenti in Guccini è “forse”) come un genere che si può percorrere, senza che questo porti a fare dei paragoni fuori luogo. Ciò che mi dispiace è che non si può riprendere questo tipo di scrittura senza sembrare passatisti; io però sono altrettanto convinto che nelle forme di oggi sia presente una palese involuzione, tanto nella complessità dei testi quanto degli arrangiamenti.
Una curiosità: come viveva, da studente, i periodi di autogestione, spesso citata nei suoi brani?
Male, perché ero socievole ed esibizionista, forse anche politicamente sensibile, ma soprattutto ero misantropo e insicuro.
Come si immagina tra 10 anni?
Con una bella casa e una numerosa famiglia, probabilmente composta da amici, musicisti e gatti. E molto più allegro di adesso.
La sua personale playlist in cinque brani?
Le mie playlist sono composte minimo da 20 brani e sono note solo ai miei più stretti collaboratori. Se rivelate, potrebbero compromettere seriamente la mia carriera ormai così solidamente affermata.
Grazie!




