Intervista a Paolo Zagari per “Soli, bastardi e sentimentali”


a cura di Raffaela Iale e Vincenzo Pasquali

4 Mar 2021 - Libri

Abbiamo intervistato Paolo Zagari, autore del romanzo Soli, bastardi e sentimentali. Un cross over sonoro discreto ma colonna sonora degli stati d’animo accompagna i sedici protagonisti che danno vita ad un affresco contemporaneo e vitale della nostra società, in una struttura che ricorda il Bolero di Ravel.

Questa è la mia vita/se entri chiedimi permesso/portami a una gita/fammi ridere di gusto/porta la tua vita/che vediamo che succede a mescolarle un po’”.

Nel romanzo Soli, bastardi e sentimentali di Paolo Zagari la musica è contrappunto della narrazione, concreta e immaginaria. Diversi sono gli episodi in cui gli accenni a canzoni o artisti determinano, oltre lo stato d’animo dei protagonisti e le loro proiezioni mentali, la cifra esistenziale dell’episodio stesso. Fra i musicisti c’è anche Ligabue e i suoi versi in apertura sembrano fatti apposta per descrivere le esistenze che si incrociano in questo romanzo.

Come per i personaggi del romanzo, nei confronti della musicanon c’è giudizio ma solo funzionalità. Gli artisti e le loro canzoni citate nel secondo capitolo del romanzo rappresentano le coordinate “esistenziali” del romanzo stesso: Lou Reed è la traccia erotica; The Doors quella del nichilismo; De Gregori quella dell’impegno.Ma, caratteristica del romanzo, nessuna enfasi e nessuna retorica, molta ironia e infatti Barbara Costa (una dei “personaggi zagariani) così commenta la musica che sta ascoltando: “hanno messo la musica: Lou Reed, Doors, Francesco De Gregori… incredibile, un cimitero degli elefanti”.

La musica senza giudizio estetico ma strutturale al racconto è questo lo scopo dell’autore che non ha paura di mescolare il sacro della musica classica, Il Bolero di Ravel, con il pop più sfrenato degli One Direction.E così cosa c’è di meglio mentre stai raggiungendo la tua amante ad Amalfi ascoltare a bordo di una macchina confortevole una bella e sanguigna canzone di Ligabue?Non è importante se sia bella o brutta, è il momento che va vissuto e basta. E appunto come si può scoprire la password di una ragazzina di 13 anni che è scappata? Pensando alla musica che piace a lei e provando a digitare i nomi dei componenti degli One Direction.

E in fondo questo romanzo incastonato tra due cene a distanza di un anno con situazioni sentimentali e di vita che si sviluppano, crescono, esplodono e si placano, per poi riprendere di nuovo, sempre uguale come in un eterno rondò, come può non ricordare la tessitura del Bolero di Ravel? Esistenze, amore e musica colte sul fatto, senza giudizio, solo vita che scorre.

Messa così sembrerebbe un romanzo pieno di musica…non è così, ma bene descrive il procedimento narrativo dell’opera: un pregevole esercizio di contrappunto. E alla fine ne scaturisce una composizione estremamente moderna, contemporanea direi, nella forma e nella sostanza.

Presentazione dell’editore: “Nomi, cognomi, vite firmate in prima persona. Una costellazione di piccoli episodi dispersi nel tempo e nello spazio, apparentemente staccati uno dall’altro e narrati ‘in soggettiva’. Queste percezioni di esistenza individuali, tuttavia, non sono altro che tessere perfettamente combacianti che compongono il puzzle della vita contemporanea. Ogni capitolo prende il nome del suo protagonista per raccontare quello che sta facendo in quel preciso momento. Soli come gatti, bastardi come uomini, sentimentali come cani, i protagonisti raccontano le loro storie in presa diretta, senza alcuna mediazione, frammenti di vita colta in flagrante, dispersi, eppure tra loro concatenati, che parlano di amore, di lavoro, di tra-dimenti, di figli, di sesso, di ambizione, di carriera, di televisione, di caffè, di cibo, di vino e di morte. Ciascun personaggio agisce seguendo una propria logica, una propria morale o semplicemente il proprio interesse. Un mondo senza filtri ironico, palpitante e terribile. Una commedia di pensieri piena d’azione che si regge su una struttura solida, equilibrata, coerente e attraversata da numerosi ‘colpi di scena’ che tengono sempre alta la partecipazione emotiva del lettore. Un’esperienza di lettura diversa, autentica; in qualche modo speciale”.

INTERVISTA A PAOLO ZAGARI

D. L’amore sembra una matematica involontaria: somma, prodotto o differenza, il risultato è sempre zero. Anzi, a volte, ci si ritrova con un numero negativo. Le chiedo: pensa di aver descritto un algoritmo umano invariabile o ammette eccezioni? Ad esempio Barbara e Sandro si sono trovati nella cifra del “bastardo” e piaciuti per questo. Lo stordimento empatico finale di Barbara che effetto avrà sul loro rapporto? (R. I.)

R. Siamo tutti uguali, mangiamo, lavoriamo, facciamo l’amore e andiamo la domenica da Le Roi Marlin. È facile per un algoritmo qualsiasi scoprire in nostri fabbisogni e quantificarli in consumi. Siamo una massa compostabile di materia umana facilmente plasmabile da dividere in balle di diverso colore e spedire nel nastro trasportatore della vita. Ami, soffri, tradisci, uccidi, ti uccidi, invecchi, godi, lavori, ridi, piangi, un giorno ti svegli nel vuoto, l’altro nel delirio e qualche volta nel paradiso. Visto dall’alto non abbiamo identità. Siamo flusso eterno di consumi. Tutte le nostre azioni sono catalogabili e trasformate in numeri. Se abbassiamo il punto di vista a livello degli occhi, e proviamo a entrare dentro le menti di queste persone, scopriamo un mondo meraviglioso, vivo, pieno di sofferenza, di aspettative, di passioni, di nevrosi inossidabili, di frustrazione, di complessi, pieno di sesso, carico di adrenalina, di noia, rigonfio di vita. La nostra vita è l’unico anticorpo all’algoritmo. Quindi ribalterei l’assunto: l’amore è come la vita: nasce si sviluppa e muore. Ma il sentimento, cioè letteralmente, il “sentire di ognuno” è diverso, irripetibile e non modificabile. Per quanto riguarda Barbara e Sandro hanno una loro compatibilità riconducibile dall’esterno all’interesse ma dall’interno molto più complessa, profonda e forse compiuta.

D. Il dialogo interno, se ascoltato, porta alla consapevolezza ed alla integrazione del “trauma” dei “bisogni” nella propria vita. La lucida e dissezionante attitudine all’autoanalisi dei suoi personaggi, sembra invece non sortire lo stesso effetto pacificatore. Secondo lei, l’introspezione è risorsa o condanna? (R. I.)

R. Nel romanzo ho adottato una tecnica particolare: la soggettiva. Nel cinema si chiama così la camera all’altezza degli occhi degli attori, ed è usata per descrivere non una realtà “de facto” ma la percezione emotiva dei personaggi. Questa tecnica mi ha permesso di entrare dentro il meccanismo mentale che determina le azioni e i sentimenti dei protagonisti. Per ognuno di noi ciascuna azione che si compie è il frutto di quel momento specifico e di una vita psichica che viene da lontano. La consapevolezza di ciò per certi versi può aiutare ad affrontare in maniera più matura gli accadimenti ma per un altro verso porta a non lasciarsi andare al vento che passa, al calore senza peso della superficialità. Quindi per rispondere alla domanda direi che il beneficio dell’introspezione dipende dalla natura psicologica delle persone

D. Metà della vita, i quarant’anni sembrano la cifra esatta dell’essere soli, bastardi e sentimentali. I vent’anni portano felicità per l’inconsapevolezza della vita? O c’è dell’altro? (R. I.)

R. No, non penso che sia una questione di età. È notorio che il momento più duro, chiave dell’esistenza futura sia l’adolescenza. Alla spensieratezza dei vent’anni non ci ho mai creduto. La società, il lavoro, il sesso e le tue stesse aspirazioni ti opprimono o ti esaltano. Ogni età ha i suoi slanci e le sue sacche di depressione, i suoi ideali e il suo pragmatismo. Soli, bastardi e sentimentali sono stati dell’animo applicabili in qualunque età, e certe volte sovrapponibili. Per esempio, è più bastardo chi capisce che una storia è finita e se ne va abbandonando l’altra persona o chi resta perché non ha il coraggio di andarsene?

D. Un libro “costruito” come una serie televisiva: con gli stessi personaggi vengono create diverse situazioni, colpi di scena, ruolo decisivo dei contesti, … Vien da dire: “ci sarà un’altra stagione?” Che ruolo ha (se lo ha) il cinema per la televisione nella forma strutturale del suo libro? (V. P.)

R. Molto: soprattutto il cinema. Mi sono trovato a far convivere più di 16 personaggi e il problema era riuscire attraverso i vari tasselli che sono le vite dei singoli protagonisti a comporre un puzzle in cui le tessere combaciassero perfettamente dando l’idea di un affresco sentimentale e contemporaneo della nostra società. Ho risolto il problema affrontando il lavoro come se stessi montando un film. Stacco, dissolvenza, montaggio alternato. Un vero e proprio taglia e cuci certosino aiutandomi, come nei film dalla musica che è presente tra le righe dei capitoli e ne sottolinea il contrappasso emotivo.

D. Nella sua formazione letteraria quali sono gli autori che ha apprezzato di più? (V. P.)

R. Gli autori (non è una classifica) che hanno inciso, ognuno per un aspetto diverso nella mia formazione sono: Wodehouse (umorismo), Dostoevsky (profondità), Orwell (lucidità e sarcasmo), Garzia Marquez (bellezza della scrittura), Schultz (Peanuts) (poesia), Kundera (intelligenza), Proust (epifania), Schnitzler (fascino della decadenza), Cechov (leggerezza e malinconia).

D. Come vede la situazione culturale contemporanea rispetto alla scrittura? A 5 anni dalla scomparsa di Umberto Eco che valenza ha, secondo lei, l’affermazione che fece a proposito dei social: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”? La più giovane protagonista del romanzo, Simona, non sembra sia d’accordo. Qual è il suo parere sul futuro della letteratura e più in generale della “narrazione”? (V. P.)

R. Il personaggio di Simona parte proprio dall’osservazione di Umberto Eco: i social come discarica della stupidità umana. È sicuramente così, eppure è solo un aspetto del fenomeno. L’altro è la comunicazione diretta che si instaura tra le persone, soprattutto tra i ragazzi. Un nuovo tipo di comunicazione, né meglio né peggio, più diretto e che sicuramente supera i luoghi comuni che gli rimproverano i “boomer”. Ora con la rete forse si parla di meno ma sicuramente si scrive molto di più e cambia proprio il codice della trasmissione dei pensieri. Prima conversando bastava il tono di voce per determinare il contesto. Ora, per esempio, c’è bisogno degli emoticon per esplicitare lo stato d’animo di quello che si dice. Se non lo usi c’è il rischio di fraintendimenti pericolosi. È giusto, è sbagliato? Non sta a me giudicarlo ma so che è così e attraverso il personaggio di Simona ho cercato di interpretare un punto di vista completamente diverso dal mio, ma forse più intelligente. Per quanto riguarda la narrativa molti critici hanno sostenuto che dopo Il Conte di Montecristo di Dumas padre, considerato dallo stesso Eco “Il romanzo perfetto” il romanzo stesso fosse morto. Ma la narrativa ogni volta che muore poi risorge miracolosamente…

D. Leggendo il suo romanzo, fin dall’idea dei grafici che collocano i protagonisti in una sorta di rete spaziale e relazionale, ma soprattutto grazie ad una scrittura di per sé molto strutturata in piani e campi contrastanti, viene spontaneo il suggerimento a pubblicare la stessa opera in forma di graphic novel, una forma espressiva ormai “sdoganata” e in certi casi di estrema raffinatezza ed efficacia. Ci ha già pensato? (V. P.)

R. Di Soli, bastardi e sentimentali in molti hanno sostenuto che sembra scritto per il cinema, alcuni, visto la molteplicità dei personaggi, hanno suggerito una serie televisiva. Noi stiamo cercando di portarlo in teatro anche se nella follia del Covid più che un progetto sembra un’utopia. Alla Graphic novel non ci avevo pensato ma, come in un’intermittenza del cuore, mi è subito venuto in mente un fumetto, quasi antesignano della graphic novel, Tranches de vie di Lauzier un autore francese molto brillante e per certi versi cinico che ambientava le sue storie nel milieu borghese della Francia degli anni 80 senza fare sconti a nessuno né alla classe media né agli intellettuali né ai “buoni propositi”. Un autore nel quale si possono trovare forse le radici dei miei lavori. Quindi sì, sarebbe un’ottima idea.

D. Un’ultima domanda sull’ambiente in cui è collocato il racconto: Roma, una Roma vissuta, piena di suoni, musica e rumori, una città che per i protagonisti diventa ora piccolo paese di provincia dove tutti loro si incontrano e si conoscono, ora strade, scale, vetrine dove rispecchiare la propria solitudine. Sembrerebbe una contraddizione visto che molti dei personaggi lavorano nel mondo della comunicazione. Che rapporto ha con questa città? (V. P.)

R. Ho un rapporto controverso con Roma, la mia città. Sintentizzando potrei dire che non la amo ma gli appartengo. Non sopporto i “romanismi” cioè i cliché con cui il romano è conosciuto nel mondo, la presupponenza, la sguaiataggine, la mancanza di disciplina, e dall’atra parte mi affascina il suo essere selvaggio e direi “Darwiniano”. Nella rappresentazione ho cercato di riprodurre una Roma particolare, vissuta, intensa, senza monumenti, vera, la Roma che nessun pellegrino vedrà mai, quella Roma osservata attraverso il parabrezza di un giorno di pioggia, quella Roma che basta un‘occhiata a un platano, a un pezzo di marmo, a un tombino, a un benzinaio aperto di notte per darti quel senso di conforto che ti dà un amico che sai di avere al tuo fianco anche nei momenti più difficili.

L’AUTORE

Paolo Zagari, scrittore, critico cinematografico, produttore e regista di documentari – Bosnia le radici spezzate, Los Tanos, Il deserto degli affetti – (terzo classificato al Premio internazionale Luchetti nel 2010), da 28 anni autore, regista e inviato di trasmissioni Rai (Chi l’ha vistoCrashSereno variabileRai StoriaUna giornata particolareIl mondo di Quark tra le altre). Nel 1994 vince il Premio letterario Diego Fabbri con un saggio in forma di intervista immaginaria dal titolo Io, Woody e Allen (Edizioni Dedalo). Nel 2007 vince il Premio Ilaria Alpi col reportage Il mercato delle braccia. Nel 2010 vince il Premio Repubblica.it con l’inchiesta Terra di nessuno. Scrive e pubblica per Fazi editore Smog e Il tradimento preventivo. Soli, bastardi e sentimentali è il suo terzo romanzo.

INFO

Paolo Zagari, Soli, Bastardi e Sentimentali, MDS Editore, Pisa, 2019, 190 pagg, ISBN 9788898942923; Euro 13,90. Acquistabile su https://www.amazon.it/Soli-bastardi-sentimentali-Paolo-Zagari/dp/8898942923 oppure su https://www.mdseditore.it/catalogo/soli-bastardi-e-sentimentali/

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