Intervista a Luca “Vicio” Vicini dei Subsonica


a cura di Francesca Bruni

3 Gen 2026 - Approfondimenti live, Interviste

Francesca Bruni ha raggiunto al telefono, per Musiculturaonline, Luca Vicini, in arte Vicio, storico bassista dei Subsonica, che ha raccontato la sua carriera con la band, la sua anima spirituale ed il connubio tra musica e vita come benessere psicofisico. Ne è scaturita un’intervista che ha messo in risalto non solo il grande musicista ma anche la sua infinita passione per il benessere degli altri.

Ho avuto il piacere di parlare con una delle figure più originali e influenti della scena musicale italiana: Luca “Vicio” Vicini, storico bassista della band torinese Subsonica. Con oltre vent’anni di carriera all’attivo al fianco di Samuel, Boosta, Max Casacci e Ninja, Vicio ha contribuito in modo determinante al suono innovativo ed elettronico del gruppo, diventando un punto di riferimento per bassisti e appassionati di musica in generale.

Oltre al suo ruolo nei Subsonica, Vicio è un musicista poliedrico: ha scritto anche libri dedicati allo studio del basso elettrico, esplorando la tecnica e l’anima dello strumento, e ha dato vita a progetti creativi come il collettivo musicale Spazio X, volto a sostenere e far crescere giovani artisti emergenti.

In questa intervista ha raccontato non solo il suo percorso artistico, ma anche il modo in cui interpreta il mondo della musica, la collaborazione con altri musicisti e come la sua visione si estenda oltre i confini del palco, in progetti culturali e formativi che guardano al futuro della musica e non solo.

INTERVISTA

Mi racconti del tuo approccio al mondo della musica?

È una di quelle domande All or Nothing. Provo a sintetizzare: credo di essere arrivato su questo pianeta esattamente per quella missione lì, fare musica. È un’arte alla quale mi sono avvicinato subito, fin da quando avevo sei o sette anni. Non tanto come musicista, quanto come ascoltatore, come fruitore di vinili, cassette, tutto quello che c’era, ovviamente attraverso i miei genitori.

Mia madre, molto carinamente, mi permetteva di comprare ogni tanto un disco, un 45 giri. Nel mio caso furono i Police: quella è stata la scintilla. Una scintilla potentissima, anche perché parliamo della fine degli anni Settanta. Ero un ragazzino, ma quella musica mi ha colpito immediatamente.

Per me è stato un vivere in simbiosi con quest’arte diretta che è la musica. È un’arte che, anche se non vuoi, ti prende. Non è come l’arte visiva o figurativa: una canzone la senti comunque, e sei fregato.

Il mio approccio è stato questo: comprare dischi, ascoltarli, farli ascoltare agli amici, fare un po’ il DJ, giocare a fare la radio da piccoli, registrare cassette, inventarsi pubblicità.

Col tempo è arrivata anche la consapevolezza del lavoro su sé stessi e l’idea che questa sia una missione unica, dalla quale non si sfugge e per la quale si può fare qualsiasi cosa. Per me la musica coincide con ciò che sono. Non riesco a separare la musica da questo aggregato biologico che si chiama Luca Vicini.

1990, esibizione della prima band di “Vicio”, i “Forgotten Sons” (Ph. @nicovair)

Qual è stato il primo basso che hai acquistato e la prima canzone che hai suonato?

Sono due cose diverse, ovviamente. Il primo basso che ho comprato l’ho acquistato a 17 anni, nell’88 più o meno. Era una porcheria totale: una specie di imitazione cino-giapponese di un Fender Jazz. La verità è che era una fetecchia… per fortuna ne avevo uno in prestito!

Quello “bello”, invece, lo ricordo benissimo: l’ho comprato nel ’91, quando avevo vent’anni. Era un Ibanez Soundgear, azzurro metallizzato, davvero bellissimo. Se penso al mio primo basso, sono questi due che mi vengono subito in mente.

La prima canzone che ho suonato? Boh! Potrebbe essere Wrathchild degli Iron Maiden, per quell’intro di basso iconico, oppure Walking on the Moon dei Police, o qualcosa dei The Cure. Insomma, roba anni Ottanta. Di sicuro Wrathchild è stata una delle prime cose che ho voluto imparare a suonare: è stato uno dei miei veri lumi tutelari.

Ci sono dei musicisti a cui ti sei ispirato durante la carriera?

Ho attraversato tante fasi diverse: dal metal e thrash metal al punk, dalla new wave al jazz, dalla trance all’elettronica… In ognuna di queste aree c’era sempre qualcuno da seguire.

Sicuramente non posso prescindere da chi mi ha fatto innamorare del basso: Steve Harris degli Iron Maiden, Sting, Simon Gallup dei The Cure, John Taylor dei Duran Duran, Mick Karn dei Japan, Tony Levin, Robbie Shakespeare e Family Man, il bassista di Bob Marley, quindi tutto il mondo del basso reggae. Poi Jaco Pastorius, che è uno dei pilastri assoluti, Marcus Miller, Peter Hook dei Joy Division… per me sono stati veri lumi.

Sono tantissimi. Se qualcuno mi chiede chi mi abbia ispirato, rispondo sempre: quelli che per me erano inarrivabili. Dietro Tony Levin, Pastorius, Sting ho passato ore ad analizzare, così come Steve Harris o Geddy Lee dei Rush. Di recente ho visto un’intervista a Les Claypool dei Primus, che trovo mostruoso, anche se non posso dire che sia una mia influenza diretta, perché non arrivo a quei suoni. E poi Bernard Edwards degli Chic. È un mondo misto, perché io non ho mai avuto una direzione unica.

Sono profondamente debitore alla new wave e al post-punk, alla potenza del metal, alla profondità dell’elettronica che mi ha formato negli anni Novanta, così come all’imprevedibilità e al romanticismo del jazz. Anche il pop ha avuto un ruolo: alcune cose mi sono piaciute molto, anche in Italia. Umberto Tozzi, Raf — con cui siamo amici — Battiato. È un universo molto ampio.

A un certo punto, però, soprattutto con l’età e l’esperienza, arrivi a suonare te stesso. Oggi so che quando suono, suono me stesso. Non è che pensi: “Questa nota nasce perché ho sentito prima un pezzo dei New Order”. Anche perché io mi considero un bassista fino a un certo punto: sono soprattutto un produttore e lavoro molto sulla scrittura delle canzoni. Il basso, per me, è funzionale a quello che sto scrivendo. Ed è per questo che dentro c’è così tanto mondo.

Oltre ad essere un illustre musicista, pratichi ed insegni tecniche di meditazione; secondo te, quanto è importante per un artista avere la completa conoscenza e consapevolezza di sé stesso?

Se vuoi esprimere al meglio la tua arte, è sicuramente utile conoscere ciò che chiami “te stesso”, anche se, a ben vedere, non vuol dire niente, siamo semplicemente aggregati di “robe”.

Attraverso la meditazione, andando in profondità, forse si scopre il colore di quella che possiamo chiamare anima o sé, e questo aiuta a veicolare meglio l’arte. Perché, se è davvero arte, non è una costruzione professionale o commerciale — come spesso accade nella musica — ma è il riflesso di un colore interiore. Più si conosce quella dimensione, qualunque nome le si voglia dare, meglio la si riesce a esprimere.

Per un artista che si definisca tale, questo lavoro è fondamentale. Per scrivere una hit non è necessariamente richiesto un legame con l’anima: basta conoscere le regole del mercato o affidarsi a certe piattaforme. Se però una hit nasce anche da un centro profondo, da un collegamento “animico”, allora ha una forza diversa, una sorta di centro di gravità permanente.

L’intelligenza artificiale, per esempio, non attinge all’inconscio: può elaborare moltissime cose interessanti, ma non riesce a entrare lì. Ed è proprio da lì che nasce l’arte autentica.

Io mi considero una persona — anzi, un uomo — realizzato, senza grandi paure o paturnie. So bene dove sono, e probabilmente questa consapevolezza si riflette anche in ciò che faccio. A livello artistico sono molto irrequieto, e lo so: è una caratteristica che coltivo. A livello umano, invece, sono tranquillo. Faccio comunque karate, per dire: se serve colpire, colpisco, ma senza agitazione.

Vivo con una pressione bassa, battiti regolari e cortisolo praticamente a zero: lo stress non fa parte della mia vita. Per imparare a riconoscere e poi dominare queste sensazioni c’è un solo modo: studiare e applicarsi ogni giorno, come in qualsiasi ambito. Lo stesso vale per il lavoro su di sé: esistono moltissime tecniche e pratiche, ma richiedono costanza e dedizione quotidiana.

Sei il noto bassista della famosa band dei Subsonica, com’è nata la collaborazione con loro e cosa ricordi della tua prima esperienza discografica con la band dal titolo “Amorematico” del 2002?

Correggo subito: Amorematico non è stata la mia prima esperienza discografica con i Subsonica, perché io c’ero già anche in Microchip. Sono entrato nella band alla fine dell’estate del ’99.

Con Samuel e Boosta ci conoscevamo già e avevamo lavorato insieme in altri progetti; con Boosta, in particolare, eravamo amici o comunque grandi conoscenti. Quando hanno iniziato a fare dei provini, perché Pierpaolo se n’era andato, li ho chiamati e ho detto: “Vengo a provare anch’io”. Da lì mi sono reso conto subito che c’era qualcosa di molto forte, una sensazione del tipo: “Ok, figo, siamo noi”.

In realtà all’inizio dovevo entrare solo per fare una serie di concerti, poi loro avrebbero deciso come procedere. Invece sono rimasto, ho partecipato ad Amorematico e a Terrestre e per un periodo sono stato quasi un membro aggiunto del gruppo. Solo successivamente sono entrato ufficialmente a far parte della band, anche dal punto di vista societario.

I ricordi, però, sono sempre un po’ traditori: ricordiamo quello che vogliamo ricordare, non necessariamente i momenti più lucidi. Ci ho messo un po’ a entrare nella forma mentis del gruppo. È stato bellissimo, ma il successo è stato anche ottundente: passare nel giro di un anno da zero a Sanremo, dagli MTV Awards ai palazzetti, è qualcosa che ti travolge e ti cambia la vita.

In quel periodo mi ero appena preso casa da solo, avevo da poco compiuto trent’anni: è stato un cambiamento radicale anche a livello esistenziale. È stato un grande frullatore, un tornado che almeno fino al 2010 ha travolto tutto, compresa — in molti casi — la vita privata.

Infatti, mi sono sempre chiesta come faccia un artista a far combaciare la vita privata con il successo…

Oggi molti ci riescono. Due di noi sono sposati e hanno famiglie splendide, uno ha una compagna da tanti anni con cui sta bene. Nel mio caso, boh… preferirei non entrare troppo nella mia vita privata. In quel periodo ho distrutto un matrimonio, ho combinato dei casini inimmaginabili.

Non siamo tutti uguali. Io sono un’anima che oggi può essere tranquilla, ma anche molto irrequieta. Tendo a distruggere tanto, perché per me il rinnovamento passa attraverso la distruzione. Mi dispiace per chi la pensa diversamente, ma l’universo funziona così, e io lo assecondo. In questo periodo, per esempio, sono proprio in una fase di disintegrazione. Ora però non sono più un ragazzino, quindi la vivo sicuramente in maniera diversa.

C’è poi un’altra cosa che per me è fondamentale, sia come produttore sia come artista: l’idea che “era meglio una volta” non mi appartiene. Io sono radicato nell’adesso. Con questo non intendo dire che seguo le porcherie — il mainstream italiano attuale non lo ascolto — ma quello che succede oggi all’estero sì. Quello che esce ora in Europa mi interessa molto. Se penso al nuovo disco di Rosalía, per esempio, è un disco enorme, destinato a durare nel tempo perché ha qualcosa di quasi religioso. Ben venga questa musica. Lo stesso vale per mondi come quello di Charli XCX, che prendono l’elettronica e la musica da ballo e ne distruggono i confini.

Di recente sono stato a quasi tutte le serate del Club To Club a Torino e ho trovato tantissime cose interessanti, proprio perché lontane dal mio mondo e da quello della mia generazione. Ma chi se ne frega. Anzi, meglio così.

Avete realizzato innumerevoli “live”, tra cui ricordiamo il “Terrestre tour” del 2005 dove avete creato un interessante documentario dal titolo “Be Human: Cronache Terrestri Tour”, nel quale raccontate i momenti salienti del tour; scegliere di diventare un musicista sacrifica molto la propria vita e quali sono i compromessi per andare d’accordo in una band?

Fai una vita che non è nemmeno paragonabile a quella “media” di un essere umano. Sei sempre in hotel, mangi sempre fuori, sei esposto a qualsiasi tipo di tentazione. Sei famoso, sei ricercato, e tutto questo comporta un sacrificio enorme. Soprattutto a una certa età, il rischio di perdere il contatto con la propria anima è altissimo. A volte fai delle cose perché non ti ricordi più di te stesso: sei addormentato, inibito, ipnotizzato, inebetito.

Con il tempo però – soprattutto se fai un lavoro su di te – inizi a vedere questa dinamica. Capisci che stai svolgendo una funzione. Un po’ come Luca Zingaretti quando interpreta Montalbano: nella vita non è Montalbano, è Luca Zingaretti. Il problema è che molti finiscono per identificarsi completamente con quel ruolo, anche perché le persone ti trattano come se tu fossi quel personaggio. Vale lo stesso per un gruppo: “Ah, ma tu sei quello dei Subsonica?”.

Per stare tutti i giorni insieme – rispondendo alla seconda parte della domanda – devi riuscire a ritagliarti i tuoi spazi. Che sia un libro, una serie, la meditazione: ognuno, d’altronde, prende il treno che vuole, l’importante è arrivare all’appuntamento. Non è necessario viaggiare insieme: ognuno può farlo come preferisce. La produzione ti mette a disposizione un orario, un pullman, un aereo o un biglietto del treno; poi tu scegli. Ma se devi essere alle cinque e mezza a Napoli, alle cinque e mezza devi essere lì. Questa è la verità.

Un tempo era diverso: si viaggiava tutti in camper o addirittura in furgone. Era un’altra cosa, e lì sì che dovevi essere bravo a isolarti.

Prendersi il proprio spazio vitale è fondamentale: evitare di invadere gli altri e fare in modo che gli altri non invadano te. Anche perché attorno gira un mondo intero: amici di amici di amici, quello che ti sta antipatico, quello che ti fa confidenze, quella che ci prova. È un universo complesso.

Il mondo musicale che vivi assieme ai Subsonica è un profondo rapporto tra voi e il pubblico che diventa parte integrante dei vostri concerti; quali sono i punti forti per essere amati dal pubblico e sentire ancora vivo il loro affetto ad ogni vostro evento, dopo quasi trent’anni di carriera?

Il nostro pubblico – che credo sia anche quello che segue altre band come i Negrita – riconosce quando una band è reale, o almeno cerca il più possibile di esserlo. Raccontiamo un punto di vista non fittizio, non inventato, non anacronistico: uno sguardo attuale e personale sull’oggi, senza metterci a fare i santoni o a dispensare consigli.

Allo stesso tempo, però, pensiamo sempre a far muovere le persone, a divertirle. Ai nostri concerti si viene anche per ballare. Sai che se vai a vedere i Subsonica balli, bevi, vivi il concerto. Mantenere fresca questa attitudine è fondamentale, ed è una cosa che ci appartiene davvero: non ci sforziamo a essere così, siamo così. Quando scriviamo musica lo facciamo già pensando al live, a come far ballare quel beat, a quella velocità, cercando però di raccontare cose che non siano innocue.

Noi non siamo innocui, come molta musica attuale. Vogliamo anche pungere. E la gente questo lo percepisce, risponde volentieri a quella che io chiamo una “chiamata alle armi”.

Nel rapporto con il pubblico non c’è una grande distanza: io sono sui social, se mi scrivi ti rispondo; se mi dici una cosa che non ti piace, magari ti mando anche a quel paese. È un rapporto diretto, vale per me come per Samuel.

L’affetto lo senti, eccome se lo senti. Ed è bello restituirlo cercando sempre di essere generosi: nelle scenografie, nelle scalette, nei progetti collaterali. Per il trentennale, ad esempio, ci saranno il museo, la mostra, i DJ set. Non è un “paga e basta”. È vero, i biglietti oggi costano tanto e anche noi ci siamo dovuti adeguare un po’ a malincuore, ma cerchiamo di offrire, dentro quella cifra, un’esperienza complessiva forte, vera. Non è che vieni, paghi 59 euro e ti becchi un concerto che sembra uguale a mille altri.

Mi parli del collettivo musicale “Spazio X”?

Come dicevamo, vivere nella propria era significa soprattutto avere contatto con la frangia più giovane della popolazione. Io abito in una realtà molto piccola, ma qui ci sono diversi musicisti, anche abbastanza conosciuti: vicino a casa mia c’è Fabio, ex Mau Mau; Rayden di OneMic; Simone Franchino, batterista jazz; Martin Bellavia, chitarrista noto… insomma, siamo in tanti musicisti di una certa levatura.

Dopo il periodo post-Covid, la mia ex compagna, l’attrice Linda Messerklinger, mi ha stimolato a trovare un modo per restituire qualcosa alla comunità in cui vivo. Mi aveva colpito, per esempio, che Flea dei Red Hot Chili Peppers avesse aperto una mega scuola in California per insegnare musica ai ragazzi. Così mi è venuta l’idea di creare non una scuola tradizionale, ma un punto d’incontro a metà tra uno studio e un “oratorio 2.0” — l’ho chiamato così in maniera ironica.

In pratica, è uno studio di registrazione vero e proprio nel centro di Almese, il paese dove vivo, all’inizio della Val di Susa. Il progetto è stato finanziato in parte da Finder, una SPA leader in Italia ed Europa nel campo dei relée e della domotica, la cui Amministrazione ha al suo interno alcune mie amicizie, mentre il Comune ci ha messo a disposizione una sala nella consulta giovanile. Con una quota simbolica — inizialmente 50 euro ogni sei mesi, ora circa 100 — si organizzano tre sessioni settimanali: due pomeridiane e una serale. Una è dedicata alla produzione, al mix e all’arrangiamento; una lavora sulle melodie; una alla musica d’insieme.

All’inizio noi senior davamo le direttive, ora il collettivo si autogestisce: ragazzi dai 17 ai 25 anni scrivono un sacco di canzoni già presenti su Spotify. Alcune sono persino arrivate su network nazionali grazie al loro percorso. È un modo per trasmettere la nostra esperienza: come si lavora con le etichette, come ci si comporta in studio, come ci si veste, come si tiene uno strumento… insomma, tante cose pratiche. Se volete dare un’occhiata, cercate i canali Instagram e il sito web di Spazio X, è una realtà davvero molto interessante.

Tu hai sempre affermato che se un artista è egocentrico non deve fare il bassista; mi spieghi meglio tale affermazione?

È una provocazione! Spesso, infatti, la gente non sa nemmeno cosa fa un bassista. Il basso? Che strumento è? Una chitarra? La gente non ne ha idea. Quindi, se vuoi metterti in evidenza, non puoi farlo attraverso uno strumento che mediamente passa inosservato… a meno che tu non sia anche cantante.

I cantanti che suonano il basso diventano infatti improvvisamente conosciuti come bassisti: vedi Sting, Paul McCartney, Max Gazzè, Morgan… ce ne sono mille. Roger Waters, persino Francesca Michielin suona il basso, e Viktoria dei Måneskin ha trovato un modo originale di mettersi in evidenza come strumentista, aiutata dalla sua bellezza e dalla sfrontatezza, una caratteristica condivisa anche da altri bassisti, come Gene Simmons, famoso soprattutto per la lingua lunga o il trucco da vampiro.

Ecco perché ho detto quella frase. A me piace pungere, lo faccio in continuazione, altrimenti mi annoio.

(ph Francesco Dornetto @phzero_to)

Nel corso degli anni, da quando hai iniziato a collaborare con i Subsonica, quanto è cambiato il modo di ascoltare la musica nei giovani e quali evoluzioni ha avuto la musica elettronica dagli anni 2000 ad oggi?

È una domanda che richiederebbe una risposta davvero lunga! Come dice giustamente Sting in un’intervista che ho visto ieri: una volta per ascoltare musica dovevi impegnarti. Dovevi andare a comprare il disco, metterlo sul giradischi, leggere tutte le liner notes su chi aveva prodotto ogni cosa, andare ai concerti… non c’era Internet, niente di tutto questo.

Oggi ascoltare musica è come aprire un rubinetto d’acqua: tutto è disponibile subito, senza sforzo. È un cambio radicale, quasi copernicano. Per me, che ho vissuto l’altra fase, è la manna dal cielo. Per i ragazzini invece, probabilmente, la musica ha meno valore: è diventata un servizio come l’elettricità, qualcosa di sempre disponibile.

Riguardo all’evoluzione dell’elettronica dal 2000 a oggi… beh, 25 anni sono tanti! I grandi passi li ha fatti negli anni ’90; negli ultimi decenni si è evoluta in modi diversi. Ad esempio, c’è stato un ritorno a un’organicità dei suoni che prima non c’era. Penso a esperimenti come quelli di Max Casacci, a suoni molto interessanti e particolari, ma anche ad autori come Burial, che negli ultimi tempi ha portato l’elettronica sempre più vicina al silenzio.

L’elettronica oggi è anche una componente fondamentale del pop moderno: A.G. Cook, Charli XCX, Sophie e tutto il mondo dell’hyperpop hanno preso suoni elettronici un tempo considerati “troppo zuccherosi” o commerciali e li hanno resi estremamente interessanti. Al festival Club To Club, il più importante in Italia per un certo tipo di elettronica non consumer, ho visto tanta melodia: è tornata la “zuccherinità” in una musica che una volta era invece deflagrante, ma che resta comunque deflagrante magari attraverso performance o volume.

Detto questo, non ascolto musica elettronica tutto il giorno. Alla fine, mi piacciono soprattutto le canzoni: quelle che mi emozionano, che mi fanno sentire qualcosa. Questo, per me, è quello che conta.

(ph Francesco Dornetto @phzero_to)

Musica e contesto sociale vanno di pari passo per essere sempre attuali; secondo te di cosa ha bisogno il pubblico attualmente?

Credo che il pubblico abbia bisogno di una rieducazione a un certo tipo di ascolto, ma è difficile da ottenere. Ci vorrebbe qualcuno – un artista o anche un imprenditore visionario – in grado di portare nel mainstream un messaggio più profondo di quello che vediamo oggi.

Se artisti come I Cani o Vasco Brondi riuscissero a ottenere un successo mainstream, come poteva essere quello di Battiato ai suoi tempi, sentiremmo tutti il bisogno di un linguaggio che ci aiuti a star meglio. Al contrario, molte delle cose che sentiamo alla radio in Italia oggi fanno venire voglia di spegnere.

Un esempio positivo? Il disco di Satantango, appena uscito: un lavoro pazzesco, una di quelle cose di cui avrei bisogno in italiano. Quello che invece succede all’estero mi piace e va benissimo così.

Nel 2026 festeggerai con i Subsonica i trent’anni di carriera con un evento chiamato “Cieli su Torino”, di cui abbiamo parlato nel nostro magazine; cosa riserverete al vostro affezionato pubblico?

Sarà un’immersione totale. È ancora presto per entrare nei dettagli, inizieremo a preparare tutto con l’anno nuovo, ma sarà sicuramente un’esperienza unica. Già solo il modo in cui trasformeremo l’OGR sarà pazzesco e memorabile: aspettatevi un vero e proprio salto quantico.

Boosta” e “Vicio”, 2024 (Ph. @teomusso)

Quando esce il vostro nuovo album, se lo puoi dire?

Non lo posso ancora dire. Sicuramente in questo nuovo anno, ma non posso ancora dire nulla.

L’intervista è terminata, ti ringrazio per tutti gli spunti interessanti che ci hai dato!

Grazie a te!

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