Intervista a Haidi Gaggio, madre di Carlo Giuliani: «La memoria non basta senza verità»


a cura di Francesca Bruni

10 Ago 2026 - Interviste

A venticinque anni dal G8 di Genova, la madre di Carlo Giuliani ripercorre il profilo umano del figlio, la lunga battaglia per la giustizia e il significato di una memoria che, ancora oggi, continua a interrogare il nostro Paese. Un’intervista che intreccia memoria, giustizia e responsabilità.

(Le foto sono state gentilmente messe a disposizione dall’intervistata)

Carlo a Venezia, maggio 2001

Abbiamo intervistato Heidi Gaggio Giuliani, madre di Carlo Giuliani, ucciso il 20 luglio 2001 in piazza Alimonda durante il G8 di Genova.

Per la nostra rivista ha ripercorso le vicende e le responsabilità che hanno segnato quei giorni drammatici, interrogandosi sulle ragioni che portarono il nostro Paese a vivere una simile catastrofe sul piano dei diritti umani e della convivenza democratica, a distanza di decenni dalla fine dell’epoca fascista.

Nel corso dell’intervista, Heidi ci ha invitato a riflettere sull’importanza di mantenere viva la memoria di Carlo. Un figlio che non è più fisicamente accanto a lei, ma che continua a vivere attraverso i ricordi, le voci, le parole e le testimonianze di chi lo ha conosciuto e di chi, ancora oggi, ne custodisce la memoria.

Un percorso doloroso, segnato da una ferita che il tempo non ha potuto rimarginare, ma anche da una profonda consapevolezza: ricordare Carlo significa continuare a interrogarsi su ciò che è accaduto e sul valore della giustizia e dei diritti.

Heidi non ha mai smesso di battersi per ottenere quella giustizia che, a suo avviso, non è mai pienamente arrivata. Una battaglia portata avanti con determinazione, amore e rispetto per la memoria di suo figlio.

Ringrazio sentitamente la signora Haidi per questo dialogo intenso, a tratti doloroso, che invita il lettore a riflettere su una vicenda destinata a rimanere nella storia del nostro Paese.

Carlo con la mamma nel 1998

INTERVISTA

Ci può raccontare del rapporto che aveva suo figlio con il mondo che lo circondava?

Come abbiamo detto e scritto più volte, per molti anni non abbiamo voluto parlare della vita di Carlo, che è privata, perché solo la morte, e il modo in cui è stato ucciso, deve interessare l’opinione pubblica. Non volevamo parlare della vita per due motivi. Il primo: non volevamo distrarre l’attenzione dall’uccisione e dall’ennesima mancata giustizia, dato che non ha avuto diritto nemmeno a un regolare processo. Il secondo: per rispetto a lui, nostro figlio e fratello. Migliaia di volte ci è stato chiesto chi era e che cosa pensava. Solamente lui dovrebbe poterlo dire, rispondevamo, nessuno ha il diritto di parlare al posto suo. Farlo significherebbe tradirlo, in un certo senso.

Per rispondere alle molte domande, dopo venti anni abbiamo stampato un libretto con alcuni degli scritti che ci ha lasciato, in modo che fosse lui stesso a raccontarsi. Infatti, per lui parlano i suoi scritti, le sue scelte, i rapporti con gli amici e le persone che conosceva.

Carlo non ha mai detto di voler diventare ricco, non seguiva le sirene della pubblicità, si vestiva con poco. Sognava e diceva di voler girare il mondo: voleva conoscere paesi lontani, prima i paesi del Sud, a cominciare forse dalla Palestina, perché soffriva particolarmente per le sofferenze di quella popolazione. Per questo aveva lasciato l’Università, causando delusione e litigi in famiglia, e lavorava per raccogliere i soldi sufficienti per iniziare il viaggio. Sarebbe partito dopo il servizio civile presso Amnesty International. E dopo? gli chiedevamo. Mi arrangerò, rispondeva tranquillo, Si trova sempre un lavoro, se si vuole, o qualcuno con cui dividere qualcosa da mangiare. Possiamo aggiungere con sicurezza che Carlo rifiutava il consumismo, rifiutava di accaparrarsi un posto nel mondo del lavoro a scapito di altri, e non avrebbe mai accettato di indossare una divisa, neanche per fame.

 Che comportamenti aveva Carlo con i suoi coetanei?

Aveva moltissimi amici, a cui teneva in modo particolare: persone di tutte le età e provenienti da ambienti anche molto diversi, dal figlio dell’avvocato, suo compagno di scuola, al migrante conosciuto nei vicoli, ai ragazzi e ragazze che si incontravano nella piazzetta sotto casa, al giovane frate del convento vicino, all’ex carcerato… Molti li ho conosciuti solo “dopo” e tutti mi hanno raccontato di quanto fosse importante quella loro amicizia. Oggi, dopo 25 anni, il suo ex professore di storia e filosofia, di 83 anni, e un compagno di classe dal primo anno del liceo sono ancora al nostro fianco e attivi nel comitato…

Quali ideologie seguiva Carlo?

Nessuna. Comprensibile, con due genitori entrambi di sinistra ma litigiosissimi! Era naturalmente figlio del suo tempo, interessato a quanto avveniva nel mondo, affascinato dal movimento zapatista, sempre e comunque dalla parte dei popoli oppressi. Tra gli amici che non conoscevo ce n’era uno di Sant’Egidio: mi ha raccontato che Carlo voleva partire per il Kossovo con il suo gruppo: non ha potuto perché era ancora minorenne…

Quali erano le motivazioni che lo avevano spinto a partecipare alla manifestazione del G8 di Genova?

Non era sicuro che volesse partecipare. Immagino che, sceso in città con un amico, di fronte alle violenze ingiustificate delle forze dell’ordine, indignato, abbia deciso di unirsi al corteo di via Tolemaide, quello dei Disobbedienti, dove si trovavano molti dei suoi amici.

Secondo lei suo figlio ha perso la vita per colpa delle sue idee non accettate da un sistema connivente?

Mio figlio è stato ucciso dalla repressione inaudita portata dagli apparati dello Stato contro un grande movimento pacifico, determinato a costruire “un altro mondo possibile”. Non dimentichiamo che Amnesty International ha definito le giornate di Genova nel 2001 “la più grave sospensione dei diritti in un Paese europeo dal dopoguerra”.

Nel corso di questi 25 anni ha mai incontrato il carabiniere Mario Placanica che sparò a suo figlio?

Io non so se Placanica sparò a mio figlio: lui ha cambiato versione 4 o 5 volte e io non ho avuto un pubblico processo, dove il mio avvocato e i miei periti potessero confrontarsi con quelli del Pubblico Ministero. L’uccisione di Carlo è stata frettolosamente archiviata prima ancora che cominciasse il processo per la scuola Diaz e quando non si sapeva neppure delle torture nella caserma di Bolzaneto. Per rispondere alla sua domanda: l’unico posto dove avrei potuto incontrare Placanica è un tribunale.

Secondo lei perché suo figlio non è riuscito a salvarsi?

Perché invece di scappare, come avremmo fatto in molti, ha tentato di fermare la pistola che minacciava i suoi compagni. Basta provare a mettersi dietro a una camionetta come quella per capire che non poteva costituire un pericolo per le persone protette all’interno. Lui voleva evidentemente colpire la mano che sporgeva e, come ha testimoniato chi c’era, puntava a questo o a quel manifestante.

Lei ha sempre perseguito ideali di libertà e democrazia; se allora ci fosse stato un governo più democratico pensa che suo figlio si sarebbe salvato?

Un governo davvero democratico avrebbe dovuto ascoltare le istanze del Movimento, confrontarsi. Lei forse vuole chiedermi se con un governo di centrosinistra la questione sarebbe stata diversa. Non posso saperlo, però ricordo che a marzo a Napoli le forze dell’ordine si erano comportate nell’identico modo: chiuse le vie di fuga, lacrimogeni CS, manganelli e poi i pestaggi nella caserma Rainero. E a marzo la destra non era ancora al governo.

Che ricordi conserva di lui ancora tutt’oggi? È riuscita a fare diventare il dolore un mezzo per aiutare gli altri e farlo divenire uno strumento di conoscenza di se stessi?

Mi perdoni ma i miei ricordi di lui sono solo miei e sono la cosa più preziosa che ho, insieme a mia figlia e alla mia splendida nipotina diciottenne…  

Lei e suo marito avete combattuto per capire e sapere la verità; ci sono ancora molte domande irrisolte?

Sì, e l’elenco è lungo. Per non essere noiosa invito chi fosse interessata/o a visitare il sito https://www.piazzacarlogiuliani.it/, sotto il riquadro “nessuna giustizia” spieghiamo tutto.

Lei avrebbe mai pensato che tale manifestazione sarebbe degenerata in scontri così violenti?

Non era possibile essere preparati a quanto abbiamo potuto vedere in ore e ore di filmati e leggere nelle testimonianze: manifestanti con le mani alzate aggrediti a manganellate, picchiati anche a terra mentre chiedono aiuto. Prove false portate da dirigenti di pubblica sicurezza… Non era pensabile una simile caduta di democrazia! Dopo anni e anni ho ancora incontrato persone che non riuscivano a superare lo shock per ciò che avevano visto e vissuto. Quante mi hanno confidato di non riuscire a parlarne con parenti e amici per la paura di non essere credute!   

Un tuffo di Carlo, 1999

Cosa porta dentro di sé di Carlo e cosa le vorrebbe dire in questo momento? … Oggi sarebbe un uomo adulto.

Che cosa vorrei dire o chiedere a mio figlio? Lui è sempre con me, nei miei pensieri, in quello che faccio, in ogni momento. Gli parlo mentre parlo a me stessa, è tornato dentro di me, come prima di nascere. Uso la sua ironia quando sono stanca e non ho più voglia di guardare avanti: mi prendo un po’ in giro come faceva lui sorridendo, e riparto. Lui è nello stesso tempo il giovane uomo che è stato, quel bambino, quel ragazzo. Con il giovane uomo condivido rabbia e dolore per le tragedie del mondo, al bambino chiedo perdono per i miei errori di madre, cerco il ragazzo in ogni ragazzo che incontro. Cerco piccoli segni degli anni che passano sul viso di sua sorella, cerco di immaginarli sul suo viso. Ma lui non diventa uomo adulto, è sempre così giovane…

Avrei sempre voluto da quel 2001 tenervi per mano per potervi sostenere in questa lunga battaglia; quanto è stato importante, per darvi forza, sapere che in tutta Italia la gente vi era così vicina?

Grazie davvero. Non tutta la gente ci è stata vicina, naturalmente: la maggioranza è ancora convinta, come hanno raccontato certi giornali, che Carlo Giuliani fosse un piccolo delinquente e volesse violentare una povera camionetta indifesa. Ma tante persone che hanno capito, che erano qui nel 2001 e hanno visto oppure si sono informate correttamente, ecco, è grazie a loro, alla loro solidarietà e all’affetto che ci hanno dimostrato in tutti questi anni che abbiamo potuto resistere a tante difficoltà. E insistiamo con la memoria e la denuncia pensando alle ragazze e ai ragazzi che oggi si ritrovano in un mondo ancora peggiore, ancora più pericoloso.

 Lei ha mai perdonato Mario Placanica?

Io non devo perdonare nessuno. Io pretendo che chi ha organizzato o permesso il disastroso G8 genovese riconosca le proprie responsabilità. Chi è stato riconosciuto colpevole dalla magistratura (e ha continuato tranquillamente a fare carriera) venga mandato a casa. Chi ha fisicamente picchiato gente inerme, spaccato ossa, denti, forato milza o polmoni, insultato, umiliato, venga licenziato. E mio figlio abbia diritto a un regolare processo. Finché questo non avviene non si può parlare d’altro o, come vorrebbe qualcuno, “voltare pagina”. Sono ormai passati 25 anni, me ne rendo conto, ma l’ammissione delle responsabilità è indispensabile.

Tag: , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *