Intervista a Cristiano Godano e Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz


a cura di Francesca Bruni

19 Feb 2026 - Approfondimenti live, Interviste

In occasione del trentennale dell’album “il Vile”, Francesca Bruni ha raggiunto al telefono Cristiano Godano e Riccardo Tesio per raccontare la nascita di un album che ha cambiato il rock alternativo italiano.

(Foto di Michele Piazza; disegni di Alessandro Baronciani)

Dall’intervista realizzata al telefono con Cristiano Godano e Riccardo Tesio, dei Marlene Kuntz, ne esce un racconto di una band che non è mai scesa a compromessi; chitarre ruggenti, poesia sofisticata si accorpano ad un sound che abbracciava una generazione “grunge” caratterizzata da inquietudine, fragilità e rabbia.

I Marlene Kuntz sono riuscita a descrivere in musica questi stati d’animo, Il Vile va onorato e compreso fino in fondo, perché resta ancora un capolavoro del rock alternativo italiano. Trent’anni e non sentirli (https://www.musiculturaonline.it/marlene-kuntz-trentanni-de-il-vile-ristampa-illustrata-e-tour/).

INTERVISTA

Come venne accolto all’epoca dalla critica musicale il vostro secondo album “Il Vile”?

(C. Godano) Benissimo. Ricordo delle recensioni molto roboanti. Diciamo che stupiva, ovviamente in modo positivo, questo sound convincente. Quindi noi eravamo chiaramente molto contenti. Io personalmente sono cresciuto leggendo con molta attenzione tutti i giornali di quel periodo, da Rockerilla a Mucchio Selvaggio, a tutti quelli che poi si sarebbero succeduti dopo, quindi Rumore, eccetera, ed essere comunque trattati così bene in quei contesti per me era un motivo di orgoglio.

Marlene Kuntz – Il Vile (Live Rai2) tratto dalla trasmissione TV “Supergiovani”, Rai Due, 1996

Il “Vile”, oltre ad essere un’opera discografica è anche caratterizzata da una poetica colta ed oscura, dove è descritta una generazione disillusa ed infranta; ci sono dei riferimenti alla poesia crepuscolare?

(C. Godano) Non in modo mirato. Se ci siano state influenze dalle mie letture o inclinazioni personali, non lo escludo, ma all’epoca non mi confrontavo ancora con la poesia dal punto di vista creativo. Col tempo ho imparato a farlo, soprattutto per stimolare il processo di scrittura dei testi: leggere poesia, pur non essendo un lettore sopraffino, mi aiutava a entrare nel ritmo dei versi e nell’ordine delle idee. La poesia, come il testo di una canzone, è scritta in versi e questo approccio letterario fatto di parole scelte con cura mi serviva per entrare nel clima creativo. Ma quando abbiamo realizzato Il Vile, tutto questo ancora non faceva parte del mio metodo.

A me è venuto in mente subito il riferimento alla poesia crepuscolare, ermetica, all’ermetismo…

Io ho sempre rifuggito l’ermetismo, non l’ho mai inseguito e non ho neanche avuto particolare simpatia per questa tendenza. Era più un istinto che una scelta consapevole, perché quando scrivevo i testi non cercavo di creare qualcosa di oscuro o incomprensibile, ma cercavo in tutti i modi di chiarire quanto possibile.

La poesia, naturalmente, non è il mezzo più immediato per essere chiarificatori, in quanto utilizza un linguaggio evocativo. Però, all’interno di questa evocazione, io cercavo di dire cose che aiutassero la comprensione. Non ero didascalico, non volevo spiegare tutto in modo perfetto, ma rifuggivo dall’ermetismo. Mi sembrava che fosse spesso un escamotage, talvolta usato da chi voleva giustificare il fatto di non aver colto il senso di ciò che scrivevo. Nelle mie intenzioni, invece, non c’era alcuna volontà di disorientare il lettore.

Ciò che contraddistingue il disco è il linguaggio sottile ed estremamente tagliente; chi volevate colpire nel segno e quali cambiamenti desideravate si avverassero nel mondo che vi circondava?

(C. Godano) Non credo che avessimo questo tipo di problematiche in testa. Il Vile è un disco in cui, coerentemente con quel periodo della nostra avventura artistica, eravamo molto concentrati sull’aspetto estetico del suono della nostra musica. Volevamo che le nostre canzoni fossero almeno avvicinabili a quelle dei nostri modelli di riferimento, tutti anglosassoni, principalmente americani. Questa era l’unica cosa che ci interessava davvero.

Nei miei testi c’era naturalmente anche una questione di contenuto, ma anche lì l’obiettivo rimaneva legato a ciò che ci appassionava esteticamente. Non c’era consapevolezza né una strategia su cosa stavamo ottenendo nel lungo periodo. Volevamo fare disco dopo disco, e per molto tempo ho continuato a sperare di riuscire a fare il musicista nella vita. Ci sono voluti cinque o sei dischi prima di potermi dire con una certa tranquillità “ok, ce l’hai fatta a fare il musicista rock”. Per i primi quattro o cinque dischi ero sempre un po’ preoccupato che il sogno potesse finire. E invece eccoci qua.

A parte tutto, sono consapevole che il mio modo di scrivere non colpisce subito. Le mie cose richiedono di essere lette e rilette, e questo, dal punto di vista idealistico e artistico, è un bene. Allo stesso tempo, rappresenta un piccolo ma significativo ostacolo per chi si avvicina a noi, perché non ci concede una seconda possibilità.

Nei brani sono presenti sonorità di derivazione metal, esistono dei punti di contatto tra tale genere musicale e gli stati d’animo descritti nell’album?

(R. Tesio) Non è che ci senta tanto metal, però effettivamente un po’ sì. I generi musicali sono opinabili: quello che tu percepisci come metal, per me magari non lo è, ma non è un problema, ho capito cosa intendi.

Quindi, secondo te non c’è derivazione metal, mi pare di aver capito…

(R. Tesio) Secondo me, per come lo intendo io, il metal vero e proprio no. Sicuramente ci sono momenti “duri”, un po’ violenti, come veri e propri assalti sonori. Parlando da chitarrista, a differenza di Catartica, ne Il Vile non uso mai la chitarra accordata standard, ma sempre almeno un tono o due sotto. Questo dettaglio, però, nasce più da certe fascinazioni personali che dal metal in sé. Per come lo concepisco io, il metal è molto più tecnico, e io non sono così tecnico come chitarrista.

Mi ispiravo piuttosto a certi modi di far emergere il suono della chitarra, a quelle sfumature che potevano dare forza ed energia ai brani.

Allora ti faccio un’altra domanda. Nel 1997 avete realizzato il documentario dal titolo “Petali di candore”, che raccontava i momenti salienti del tour che faceste in occasione dell’uscita dell‘album “Il Vile”; avete pensato di crearne uno anche oggi per celebrare i suoi trent’anni?

(R. Tesio) La risposta è facile: no, non ci abbiamo pensato! Però sono andato a rivedermi vari spezzoni di “Petali di candore”.

Quel documentario mostra bene le fatiche del tour e la gavetta, che adesso è molto meno presente nella musica, secondo me.

(R. Tesio) La gavetta come concetto esiste ancora, ma oggi ci sono meno realtà accessibili per chi vuole suonare dal vivo. All’inizio noi suonavamo praticamente ovunque: nelle birrerie per un boccale di birra e un hamburger, nei centri sociali, in piccoli concerti in campagna… Una volta siamo persino saliti su un rimorchio di un trattore come palco. Situazioni di questo tipo, per vari motivi, oggi non ci sono più.

Fare la gavetta non è facile: serve per sgrossare tutti gli spigoli musicali, ma soprattutto per imparare a gestire qualsiasi problema durante un concerto. È così che acquisisci l’esperienza necessaria a far fronte a uno strumento che si rompe, a un problema tecnico, a un imprevisto fisico o a qualsiasi altra situazione. Per un gruppo di oggi è più difficile, perché mancano queste opportunità di confrontarsi con le difficoltà del live.

Potete guardare qui sotto una parte (il nastro 12) del documentario “Petali di candore. Marlene Kuntz ’96-‘97”:

Tornando all’album “Il vile”, se doveste realizzarlo ai tempi attuali, lo fareste esattamente come allora e con quali musicisti vi piacerebbe suonarlo dal vivo?

(R. Tesio) No, non è possibile, perché siamo persone diverse e nel frattempo sono successe tante cose. Non è che ci abbiano dato lo spartito e noi lo abbiamo semplicemente suonato: il disco è venuto fuori da noi, dalle nostre idee, dai nostri sentimenti e dall’interazione tra di noi in quel momento.

La cosa più bella di suonare in una band è proprio questa: ognuno mette sé stesso in ogni senso nella musica che crea, e quello che ne risulta è l’insieme dei noi stessi che suonano insieme. Eravamo noi, in quel momento lì, nel 1995-1996. Sono passati trent’anni e siamo persone diverse, quindi no, non faremmo la stessa cosa, neanche lontanamente, perché oggi abbiamo nuove storie da raccontare e nuove cose da scrivere.

Sono passati trent’anni e ancora oggi resta un album molto attuale, secondo voi, cosa è cambiato nelle ideologie dei giovani di oggi?

(R. Tesio) Domandona! Io penso che sia un disco attuale, soprattutto per i testi. Parlo della poetica; poi sarebbe più bravo Cristiano a rispondere per la parte musicale. I testi sono intimi, esprimono sensazioni interiori che, pur essendo nate trent’anni fa, restano valide ancora oggi. Gli argomenti trattati non sono strettamente legati a quel periodo: parlano di ciò che succede dentro la testa, il cuore e l’anima di una persona. In questo senso, entro certi limiti, sono senza tempo.

Dal punto di vista sonoro, invece, il disco è meno attuale: oggi ci sono meno persone attratte da questo tipo di suono, non perché sia cattivo o antiquato, ma semplicemente perché non è ciò che si ascolta comunemente, al momento. La mia speranza è che, grazie alla riedizione, alle interviste che stiamo facendo e ai concerti che realizzeremo, anche chi non conosceva Il Vile possa avere la possibilità di ascoltarlo e scoprire qualcosa che conserva ancora un valore oggi.

Ne “Il vile” è presente anche un grande fervore giovanile; eravate bisognosi di esprimere il vostro stato in animo a chi vi ascoltava?

(R. Tesio) L’urgenza di esprimere il nostro stato d’animo c’era sia in Catartica che ne Il Vile. Catartica raccoglie però canzoni pensate, concepite e scritte nei cinque anni precedenti; è una selezione del meglio di quello che avevamo scritto in quel periodo. Il Vile, invece, è composto principalmente dai pezzi scritti nell’anno precedente.

Dopo l’uscita di Catartica, per un anno abbiamo suonato, e nell’anno successivo, oltre a suonare, abbiamo anche scritto i pezzi de Il Vile. È quindi una fotografia di un periodo molto più ristretto: riflette chi eravamo in quel momento e cosa volevamo esprimere. L’urgenza, ovviamente, c’era, perché quando scrivi qualcosa c’è sempre una necessità di comunicare, anche se a volte non sai neanche esattamente cosa stai scrivendo; lo scopri solo dopo qualche anno.

Entrambi gli album sono frutto di urgenza espressiva, ma appartengono a due periodi diversi della nostra vita, ed è per questo che sono differenti.

A proposito dell’anniversario del disco, partirete a marzo per un tour nelle principali città italiane, lo spirito con cui lo affronterete sarà combattente e determinato come allora?

(R. Tesio) Come allora sicuramente non può esserlo, ma lo spirito determinato e combattente ci sarà comunque, quello di noi oggi. Daremo il 110% come al solito!

Le domande sono terminate, vi ringrazio tantissimo per la vostra disponibilità!

(C. Godano e R. Tesio) Grazie infinite di tutto, buon lavoro!


Le date del tour “MARLENE KUNTZ SUONA IL VILE”, organizzato da Kashmir Music:

  • 5 MARZO – THE CAGE – LIVORNO
  • 7 MARZO – MAMAMIA – SENIGALLIA
  • 12 MARZO – NEW AGE – TREVISO
  • 19 MARZO – ESTRAGON – BOLOGNA
  • 20 MARZO – ORION – ROMA
  • 25 MARZO – HALL – PADOVA
  • 26 MARZO – ALCATRAZ – MILANO
  • 27 MARZO – VIPER – FIRENZE (C/o CdP Grassina)
  • 8 APRILE – HIROSHIMA MON AMOUR – TORINO NUOVA DATA
  • 9 APRILE – HIROSHIMA MON AMOUR – TORINO SOLD OUT
  • 16 APRILE – CASA DELLA MUSICA – NAPOLI
  • 18 APRILE – DEMODÉ – BARI

Biglietti disponibili su: https://www.vivaticket.com/it/tour/marlene-kuntz-suona-il-vile/4475

WEB

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