Intervista a Ciro Pagano dei “Gaznevada”


a cura di Francesca Bruni

6 Ago 2025 - Approfondimenti live, Interviste

In occasione dell’uscita di “Going Underground”, documentario biografico sulla storia dei “Gaznevada”, abbiamo raggiunto al telefono il musicista, produttore discografico e dj italiano Ciro Pagano che ha concesso a Francesca Bruni una lunga e articolata intervista.

(Le foto sono state messe gentilmente a disposizione dall’intervistato)

I Gaznevada nel 1982 (ph coppitz)

Ciro Pagano è un musicista, produttore discografico e dj italiano, noto per essere stato membro dei “Gaznevada” e fondatore dei “Datura“.

Ha contribuito alla scena new wave italiana e successivamente alla musica techno e dance anni ‘90.

Negli anni ’70 inizia a suonare la chitarra e a comporre brani originali. Dopo il liceo scientifico frequentato a Bologna, si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia. In questo periodo forma una band di rock progressivo e inizia a esibirsi in rassegne e festival musicali alternativi.

Nel 1976 frequenta “Traumfabrik”, una casa occupata nel centro di Bologna che diventa un punto di ritrovo per artisti, musicisti, scrittori e fumettisti, tra cui Andrea Pazienza, che si ispira a lui per il personaggio di Massimo Zanardi. Qui nasce il gruppo “Centro d’Urlo Metropolitano”, che nel 1977 pubblica il brano Mamma Dammi La Benza, considerato un precursore del “rock demenziale”.

Nel 1977 la band si evolve nei “Gaznevada”, diventando una delle cult band della new wave italiana. Nel 1980 pubblicano Sick Soundtrack, considerato dalla critica un disco fondamentale del genere. Rolling Stone Italia lo inserisce tra i 100 dischi italiani più belli di sempre, mentre nel 2023 la rivista Rumore lo colloca al primo posto tra i 100 album essenziali della new wave e post-punk italiana.

Pagano suona la chitarra in diverse rassegne rock e partecipa come ospite con i “Gaznevada” nel brano Uffà Uffà di Edoardo Bennato. Nel 1983 compone il brano I.C. Love Affair, che segna una svolta elettronica per la band e diventa un’icona della club culture.

Parallelamente alla musica, partecipa come attore nei film: Si salvi chi vuole (1980) di Roberto Faenza, Dolce Assenza (1986) di Claudio Sestieri, Pirata! Cult Movie (1984) di Paolo Ciaffi Ricagno.

Dopo l’album Strange Life (1988), prodotto da Guido Elmi, l’esperienza “Gaznevada” si conclude.

Alla fine degli anni ’80 collabora con i Righeira come chitarrista live e avvia un sodalizio con Stefano Mazzavillani, con cui fonda nel 1991 i “Datura”. La band si distingue nella scena techno-trance e ottiene grande successo negli anni ’90. Nel 1992 riceve il Disco d’Oro per il singolo Yerba del Diablo, seguito da oltre 18 singoli e un album che entrano nelle classifiche italiane e internazionali.

Collabora con diversi artisti, tra cui: Steve Strange883Fiorello, C.S.I.SpagnaBillie Ray Martin, Ben Volpelier Pierrot (Curiosity Killed The Cat), ScooterGigi D’AgostinoGabry Ponte.

Oltre alla produzione musicale, si occupa di programmi radiofonici e televisivi dedicati agli anni ’90.

Nel 2022 partecipa alla rivisitazione elettronica di Sick Soundtrack, prodotta con Giorgio Lavagna e Marco Bongiovanni, membri storici della band. Con Bongiovanni elabora un live DJ set, esibendosi in location particolari e prestigiose come il D.A.M.S. (Bologna) e il Berghain (Berlino).

Nel 2025 esce il docufilm Going Underground, dedicato alla storia dei “Gaznevada”. Il film viene presentato in concorso al SeeYouSound International Music Film Festival, dove si aggiudica il premio Best Documentary – LP Doc. Potete leggere la mia recensione del film a questo link: https://www.musiculturaonline.it/recensione-del-film-going-underground-sui-gaznevada/.

Marco e Ciro (1985)

INTERVISTA

D. Com’è iniziata la sua passione per la musica?

R. A lungo ho ascoltato quello che si ascoltava in casa, dove non c’era tuttavia questa grande cultura musicale. Mio fratello, però, suonava la chitarra. Era un fanatico dei Creedence Clearwater Revival, questo gruppo americano psichedelico che aveva un sound quasi country, country blues. Lui faceva le cover di questa band e io cominciai ad interessarmi alla musica così.

La grande svolta, per me, però, fu la visione – e qui parliamo di secoli fa! (ride, ndr) – di Woodstock, che mi ha cambiato la prospettiva. E anche l’uscita di The Dark Side of the Moon. Queste due cose, in cui sono quasi “inciampato”, hanno fatto sì che io scoprissi un mondo nuovo. Infatti, ero santaniano come chitarrista. Tra i grandi litigi dei Gaznevada, all’inizio, col passaggio da Centro d’Urlo e poi Gaznevada, ci fu proprio quello legato al fatto che io ero santaniano, facevo questi suoni lunghissimi. Mi sono avvicinato a un certo tipo di cultura musicale in questo modo, ecco. Questi sono stati i due punti da cui sono partito, fino ad arrivare al momento del punk in Clavature, nel ‘76, più o meno. Lì ho avuto proprio un’illuminazione, perché in quel momento, ovunque, c’era il rock progressivo. Sì, c’erano i Velvet Underground, gli Stooges, però il mainstream, oltre ai Rolling Stones, era tutto il rock progressivo che aveva delle Suite Musicali incredibili, per cui bisognava avere una tecnica, bisognava essere un virtuoso dello strumento. E quando arrivano i Ramones, cosa succede? Che tutto si riduce in un minuto e mezzo, due minuti, ed è sufficiente saper fare il barré: tre accordi e puoi suonare. Questa è la grande rivoluzione del punk. Io l’ho vissuto attraverso i Ramones, senza tutti i corollari politici e sociali che c’erano a Londra, i Sex Pistols, i Clash. Ma noi tutti, in quella casa, eravamo amanti dei Ramones. Da lì, poi, venne tutto il resto.

D. Che fermento culturale si viveva alla fine degli anni ‘70 a Bologna?

R. La fine degli anni ‘70, in tutta Italia, è stato un momento aspro, difficile, di conflitto, in cui succedevano cose che ora sono impensabili, tipo l’occupazione delle case. Noi stessi eravamo in questa casa, in pieno centro a Bologna, la casa che poi è narrata anche all’interno del docufilm, ma la particolarità dell’epoca era che si occupavano locali per avere spazi creativi, perché in quegli anni non c’erano i centri sociali. Quindi, l’aggregazione creativa si poteva fare solo negli spazi chiusi. E noi scegliemmo di farla in una casa occupata, appunto, dove successero delle cose incredibili.

Noi eravamo in qualche modo fortunati, io perlomeno parlo per me. La musica e la creatività riuscirono infatti a spostarmi sotto un altro mondo, che non era quello della lotta armata, delle piazze, delle rivolte. Quello che interessava a me e agli altri era la pulsione creativa. E questo si capisce bene nel documentario, dove Lisa (Bosi, ndr) è stata davvero molto brava. Ho sempre rifiutato tante riletture di quel periodo, per cui continuamente mi vengono fatte proposte, ma Lisa si è avvicinata in un modo molto visionario, che mi è piaciuto molto. È stata la prima volta che ho cercato di raccontarmi, in prima persona, su quello che succedeva in quegli anni, su come si muovevano i Gaznevada e tutto il resto del contesto sociale che c’era intorno. L’ho fatto con grande serenità, conscio del fatto che c’era una persona curiosa, che voleva raccontare questa cosa senza averla vissuta – perché, infatti, Lisa è di tutt’altra generazione – ma grazie alla sua curiosità lo ha raccontato nel modo giusto. Sono molto felice di aver potuto raccontare anche a mia figlia le avventure di quel periodo. Una bella chiave di lettura, poi, è il finale, che secondo me è molto intenso. Si raccontano storie toste ma in maniera intensa, non in maniera stupida. Perché certe cose, da lontano, sembrano comiche, ma da vicino, appaiono drammatiche. Lei invece ha letto il tutto in maniera visionaria, e sin dalle prime bozze che mi ha sottoposto ho accettato con entusiasmo.

D. Certo, perché ha raccontato la vostra storia bella intensa, senza giudizio, diciamo.

R. Esatto. E poi non ha inserito quella venatura, come dire, di ricordo.

D. Tra l’altro, la colonna sonora del documentario è molto bella, come pure quel disco.

R. Sì, grazie. È bello davvero. Io e Marco ci siamo rimessi in discussione. Infatti, adesso stiamo anche cominciando a proporre tutto quel mondo musicale lì, quello con il quale siamo cresciuti, in chiave dj set live, come si fa in questo periodo.

D. A volte ci sono gruppi o cantanti attuali che sono più vecchi di quelli delle generazioni passate. Credo ci sia una modernità nella vostra musica, che ora manca.

R. Io sono di un’altra generazione, quindi la musica di adesso sinceramente non è che la capisca tantissimo, dipende dai punti di vista. Oggi, un problema enorme è quello dei social, che ci hanno fatto perdere l’attenzione delle cose. Una volta come si ascoltava la musica? Si andava nei negozi, si metteva su un disco, si ascoltava. “Il nuovo di Zappa”… e dicevi, “boh, non ho capito, lo riascolto”. I Ramones, invece, erano sempre una garanzia, perché quando sentivi i Ramones… Adesso, invece, il motivo per cui la musica dura due minuti è quello lì: si usa Spotify per tutte le uscite. Perché? Perché la gente non ha più tempo. Ascolta un brano, e se non arriva dopo 20 secondi, quel brano è finito. E questo è il primo punto. Secondo punto, quello più grave, è che la musica diventa gratis. E quando una cosa è gratis, non vale nulla.

Adesso naturalmente c’è dell’altro. Poi, che sia meglio o peggio, non so. Io ho 67 anni, non è che oggi mi metto ad ascoltare la trap. Mi chiedo, però, che cosa rimarrà di tutti questi testi “pornografici”, con tutte queste prepotenze. Quando questi giovani che a 11 anni ascoltano questi testi avranno 30 anni, come faranno a immedesimarsi ancora in quei brani? Però, evidentemente, hanno ragione loro, perché riempiono le piazze, le classifiche. Quindi, chapeau.

D. Dal gruppo “Centro d’urlo metropolitano” siete passati ai Gaznevada; mi racconta di questo cambiamento?

R. Il cambiamento è seguito a un viaggio fatto da alcuni membri della band, del Centro d’urlo. Giorgio, il batterista, e Gianluca, il primo tastierista, andarono a Londra e tornarono profondamente colpiti dalle novità musicali e culturali che avevano scoperto lì.

Il nome, Centro d’urlo, era troppo legato a situazioni sociali. Centro d’urlo Metropolitano non è punk, Gaznevada è punk. Gaznevada è punk e nasce dalla novella di Raymond Chandler intitolata Nevada Gas, in cui si racconta di quest’uomo chiuso in una limousine che subisce un tentativo di uccisione proprio con il nevada gas, tentativo da cui poi lui ovviamente riesce a salvarsi. Al di là del racconto, era molto bella l’idea di Nevada Gas. Bisognava trovare un nuovo nome per il nostro gruppo, e quindi invertendo Nevada Gas e cambiando la “s” con la “z” francese venne fuori Gaznevada.

Quando proposero queste idee di ritorno in Clavature, alla Traumfabrik, ne fummo tutti entusiasti. Così partimmo, anche se, negli anni, da sette siamo oggi rimasti in due. Questo perché eravamo giovani, perché la vita porta a cambiamenti vari, perché non sempre ciò che fai riesci a condividerlo con tutti… per cui pian piano c’è stato uno sfoltimento.

E poi abbiamo avuto la svolta nell’‘82: noi abbiamo sempre amato l’elettronica; in realtà i Gaznevada sono stati punk solo per una cassetta. Abbiamo fatto Mamma dammi la benza, e grazie a Dio poi lo scettro del rock demenziale l’hanno preso gli Skiantos! Il nostro periodo punk più vivo è stato quando facemmo i tre concerti dei Ramones, “Gaznevada sing Ramones”, la cui playlist è oggi anche su Spotify. Nella cassetta del ‘79 c’era già dentro Nevada Gaz che aveva già la contaminazione. E non è un caso che la cassetta parta con un pezzo reggae, perché il reggae era l’unica musica che a Londra veniva in qualche modo accettata anche dal punk. A Londra, in quegli anni, c’erano, infatti, le due tendenze: il reggae e il punk. Già dopo la cassetta, con il primo 45 giri di Nevada Gaz / Blue TVset, il gruppo è cambiato di formazione: arriva un bassista, ed escono, il tastierista, GianLuca Galliani e Huber, che si barcamenava tra il basso e le chitarre; e con la nuova formazione cominciamo l’avventura Gaznevada con questo nuovo singolo. Ripartiamo col vinile, ma la cassetta non è stata fatta perché, in realtà, non c’erano i quattrini per fare altro, questa è la verità.

D. Avete esordito come punk band; secondo voi c’erano differenze ideologiche tra questo genere in Italia rispetto all’Inghilterra e agli Stati Uniti dove il punk ha avuto origini?

R. Assolutamente sì. Noi sicuramente eravamo molto più americani, perché il punk americano era molto meno legato alla rivolta sociale, a livello di band intendo. Noi pensavamo più alla musica come momento di espressione totale. Quando sei giovane hai l’obiettivo di essere sempre lanciato a mille all’ora, non hai paura di nulla. E quindi noi, in quel momento, non avevamo paura di fare quella musica lì.

Per quello stesso motivo, quando andiamo a fare l’album Sick Soundtrack siamo irriconoscibili: è una roba impensabile per l’epoca, ma perché? Perché eravamo così, eravamo irrequieti, avevamo questa irrequietezza giovanile, culturale, che ci portava a cercare cose nuove, ci stancavamo subito di tutto. Quell’album venne davvero bene, abbiamo avuto anche vari riconoscimenti.

D. Cosa significava fare musica alternativa in Italia in un periodo in cui prevaleva il cantautorato e la musica melodica?

R. Significava essere all’avanguardia. Però noi non lo facevamo con la coscienza di fare qualcosa di avanguardistico, noi facevamo quello che ci piaceva. Poi, come accade sempre, ognuno interpreta come vuole. I significati alle cose vengono dati da chi ne fruisce, no? E quindi noi lo facevamo perché ci piaceva fare quella musica. In quel momento lì, era quella che ci dava più soddisfazione.

Per questo dobbiamo ringraziare anche il produttore, Oderso Rubini, che ci permetteva di fare quello che volevamo. La sua grande qualità, e lo dirò sempre, è che riuscì a intercettare la nostra irrequietezza e ci permise di esprimerla, senza filtri.

Noi all’epoca volevamo comunque essere delle superstar. Fare un lavoro che permette di esprimersi è già bello, quando poi vedi che chi ti ascolta si emoziona, sei felice. Sei contento di vedere che le tue canzoni danno un perché a tanta gente. Quelli che, in questo settore, dicono di farlo solo per sé non li capisco…

I Gaznevada volevano diventare delle superstar. I cantautori vennero spazzati via quando arrivò il punk. Ma anche noi venimmo fischiati sul palco, perché nessuno era pronto a quella musica. La gente non era pronta. Perché la nostra musica era una cosa che in quel momento non c’era, non esisteva. In effetti, se ci pensi, dopo più di 40 anni sembra completamente avulso; fare una canzone come Mamma dammi la benza, mentre i cantautori parlavano di questioni sociali. “E questi chi cazzo sono?”, avrà pensato la gente…

Gaz – paz (1980)

D. Siete sempre stati un gruppo attratto da nuove sperimentazioni musicali, negli anni ’80 passate dal genere punk all’elettronico, con brani memorabili come “I.C. Love Affair”; secondo lei quanta influenza ha avuto l’ondata della New Wave anglosassone in Italia?

R. Ha avuto influenza su certi mondi, su certi altri ha avuto più influenza l’italo disco, ma I.C. Love Affair non è un brano “italo-disco” per quanto sia stato sempre spiegato così, perché è un brano un po’ particolare. A sentirlo adesso, che lo suonano nei club artisti come Black Madonna, sembra un pezzo house, ma non lo era, era impossibile pensarlo così. Quando facemmo I.C. Love Affair, ascoltavamo i Suicide, i Daf: e il brano viene da lì; ma viene anche da Moroder, la contaminazione che ha reso quel pezzo così particolare, così unico nel suo genere e che ci permise di scalare le classifiche, anche se noi non eravamo pronti (e infatti poi da lì in poi il gruppo cominciò a sfaldarsi).

Eravamo molto giovani, non avevamo bene chiara la nostra direzione. I.C. Love Affair non è un brano da giostra, è un brano molto importante, al di là di che ci siano stati problemi di gestione, a livello del gruppo, ma è un brano molto importante per noi, dove scompare quasi interamente l’elettrico e compare la sonorità, in cui l’elettronica vince su tutto. Un brano incredibile. Forse è uno dei miei preferiti, anche se ci sono brani a cui sono molto legato come Japanese Girls, un brano d’atmosfera, molto cupo.

Noi non eravamo pronti ad affrontare quello che sarebbe successo dopo, e quindi questo ha creato le defezioni nel gruppo e ha certificato in qualche modo il fatto che non riuscivamo più a prendere una direzione. Questo perché, come dicevo all’inizio, ci stancavamo subito delle cose, e volevamo sempre fare cose nuove, diverse. E la stessa cosa è successa con I.C. Love Affair, non abbiamo fatto il follow-up, come avremmo forse dovuto fare, ma abbiamo fatto un pezzo che non c’entrava nulla, un altro brano che, però, ci ha dato veramente soddisfazione, Special Agent Man.

D. Musica e vita hanno sempre fatto parte del vostro linguaggio schietto ed autentico; quando avete capito che sareste diventati famosi e se vi aspettavate tale successo?

R. No, assolutamente no, e non eravamo pronti a quel successo. Anche se il brano, sì, quello era pronto e ha fatto un bel percorso, non possiamo dire il contrario. È diventato ciò di cui sono più felice, perché I.C. Love Affair è diventato un club classic, nei club ancora oggi viene suonato, viene rispettato. È un brano veramente particolare, non c’è un altro brano simile. Nel genere dell’italo-disco è tutto completamente diverso… I.C. Love Affair è l’unico brano che ha quel suono. Spesso ci dicono: “Eh, con I.C. Love Affair vi siete venduti…”. Purtroppo, non funziona così. Cioè, soprattutto se la band ha un passato come il nostro, non è che ti vendi: fai altro, e a volte inciampi anche in cose molto particolari a cui arrivi solo con la ricerca. Perché se noi non fossimo stati così fottutamente avidi di novità, non avremmo mai potuto fare quelle cose.

Ci siamo poi persi con l’ultimo disco, quello fatto con la Sony, anche se ci sono titoli belli pure lì. Lo abbiamo rifatto anni fa, si chiama Roses, ripubblicandolo sempre con la Sony. È stato un disco particolare, un po’ troppo pop. Questo perché eravamo molto guidati dalla produzione di Guido Elmi: era la prima volta che affrontavamo uno studio con un produttore così caratterizzato. E comunque, un disco pop, ma ben fatto, naturalmente. Quello fu il nostro ultimo esperimento prima di riprendere in mano il brand dopo il Covid. 

Gaznevada psicopatico party nadir (ciro) – 1983

D. Dopo la fine dei Gaznevada, agli inizi degli anni ’90 forma il gruppo dance dei “Datura” insieme a Stefano Mazzavillani, in cui realizzate molti successi divenuti parte integrante di quel periodo; come veniva accolta la musica dai giovani dell’epoca e secondo lei quanto è cambiato il modo di ascoltarla con l’avvento dell’era digitale? 

R. Io pongo su un piano ancora maggiore la grande rivoluzione che ha portato l’house music nel mondo musicale. Prima, infatti, con il punk, succedeva che chi non sapeva suonare, chi non era particolarmente virtuoso, poteva esprimersi lo stesso, perché bastava sapere tre accordi. Basta ascoltare tutti i vari gruppi del periodo: Clash, Ramones, ma anche Sex Pistols, e tanti altri ancora, non sono così preparati musicalmente, a livello tecnico. Ma quell’aspetto non era importante, era importante come si esprimeva, che cosa si proponeva. E la stessa cosa, molto più potente, succede con l’house music, perché con essa chi non è musicista fa musica. La figura del DJ, che fino a quel momento era solo quello che “miscelava i dischi”, come si diceva una volta, adesso “ruba” con i campionatori: usa questa macchina che era fatta per fare risparmiare le produzioni, perché consentiva di riprodurre le batterie o gli strumenti ad arco senza dover ricorrere alle orchestre, e la usano per fare musica. La tecno di Detroit nasce da lì. Tutta la house nasce da lì. È una rivoluzione pazzesca.

Quindi per risponderti anche a come ho fatto ad appassionarmi alla musica da discoteca, al di là del fatto che le frequentavo, già mi piaceva Moroder all’epoca, un certo tipo anche new wave che si sentiva in discoteca. A fine anni Ottanta, quando ci fu la debacle del nostro ultimo disco, dopo il quale congelammo la nostra avventura, ricordo che andai in un locale a Modena e lì a un certo punto sentii French Kiss di Lil Louis. È un brano della tecno di Detroit, di quei mondi lì. Sento questo brano e dico: “Ma che cazzo sta succedendo nella musica, cosa mi sto perdendo?”. Perché è un brano pazzesco. Quando uscì, a fine Ottanta, era una roba… Quella musica era un treno su cui bisognava salire. Allora ebbi la fortuna di conoscere Stefano (Mazzavillani, ndr) attraverso i Righeira, dove io facevo il chitarrista, lui il tastierista. E decidemmo di fare qualcosa insieme. Vendetti gli amplificatori, i distorsori, mi comprai un campionatore, una tastiera, un piccolo computer Atari e cominciammo assieme a fare musica. C’era questa cosa incredibile, questa pulsazione… gli anni ‘90 sono stati un cambiamento epocale nella musica. Epocale. A tal punto che ancora oggi, se si ascoltano – parliamo di mainstream – brani come The Rhythm of the Night, quello è un brano che ha più di trent’anni, ma è una musica che è ancora viva.

Per me gli anni ‘90 sono quello. Io mi sono completamente proiettato sulla musica che passava nei club. Una volta i club erano veramente il tempio della musica, perché lì potevi ascoltare la musica che altrimenti in quelle versioni non passavano nelle radio. Poi sì, ci sono stati anche tutti i gruppi rock ecc. però quelli lì non li sento così rivoluzionari nel sound. Li sento molto vicini come melodie, ma non rivoluzionari come può essere stata l’house o la tecno. Quella è roba che non esisteva prima. Io sono stato fortunato, ho fatto “Datura”, ma ho fatto anche altri progetti meno fortunati. All’epoca le produzioni funzionavano così. Facevi un disco, vendevi 100.000 copie, allora andavi avanti col progetto. Se non le vendevi, lo abbandonavi e facevi un’altra cosa. Chiaramente con 100.000 copie c’era il disco d’oro.

D. Nel febbraio scorso è uscito “Going Underground” documentario biografico sulla storia dei Gaznevada della regista Lisa Bosi; mi può raccontare di questa esperienza e se è stato difficile analizzare e ripercorrere il vostro passato?

R. All’inizio c’è stata questa sorta di analisi. Io – parlo per me, non so cosa hanno provato gli altri – questa difficoltà l’ho avuta quando abbiamo fatto gli incontri preliminari. Dopo il momento iniziale, andavamo in studio a microfono aperto e lì Lisa ci chiedeva di ricordare quegli anni. Mancava solo il lettino della psicanalista ed era tutto perfetto (ride, ndr).

Noi abbiamo portato i nostri ricordi, ma poi lei ha fatto due anni di lavoro intenso; Lisa è stata bravissima. E sono molto contento che abbia vinto il premio a Torino, perché è un premio importante e lo è per lei in particolare che è la regista.

Quando mi chiedono del docufilm, scherzando dico sempre che lo spoiler è che siamo vivi. Non so che tipo di approccio potrà avere sul piccolo schermo, ma secondo me è adattissimo come racconto anche da guardare in televisione, e infatti sono curioso di vedere cosa accadrà quando lo proporranno in streaming.

Quelli erano anni così. Lì si vede quello che abbiamo vissuto: abbiamo pensato di essere una succursale della factory di Andy Warhol nel centro di Bologna anziché a Manhattan. Questo era il sogno che avevamo. Forse se avessimo avuto opportunità newyorchesi avremmo avuto percorsi diversi, però eravamo a Bologna, eravamo cresciuti lì, lì avevamo fatto l’università… cosa dovevamo fare? Mi fa piacere che la nostra storia ti abbia coinvolto. Siamo sempre andati controcorrente, ma lo facevamo in maniera naturale. Eravamo dei cazzoni, all’epoca!

Il CD è stato sempre il nostro cruccio, non li hanno mai fatti. O meglio, hanno fatto versioni non autorizzate o perlomeno non fatte come dovevano, però i CD mai. In CD c’è la colonna sonora del docufilm, però, dove ci sono tutti i successi da Mamma dammi la benza, l’originale, fino ad After The Human Race, coi tre inediti. Il documentario, invece, secondo me non uscirà in DVD, ma sicuramente sarà in streaming.

D. Ha nuovi progetti musicali per l’avvenire?      

R. Come Gaznevada stiamo elaborando in questi giorni un set un po’ particolare che poi porteremo live. Io e Marco abbiamo pensato che non era solo importante proporsi con la propria musica ma anche con la musica che ci ha in qualche modo plasmati, per cui proporremo cose impossibili, tipo brani dai Suicide ai Daf, ai Cure, ma rivisitati sempre con il concetto usato per Sick Soundtrack, perché non so se hai sentito la versione elettronica di Sick Soundtrack. Con quell’idea, ci siamo avvicinati a questi brani cercando di riprodurli in modo elettronico, perché quei brani hanno a che fare con quella che è stata la storia dei Gaznevada. Quindi, questo per ora è il progetto live. Poi, credo – ma adesso è troppo presto per parlarne – che faremo un nuovo inedito, anche se per il momento siamo appena usciti con questi tre (anche se adesso si dovrebbe uscire ogni settimana con un disco nuovo su Spotify!).

D. Un’ultima domanda, ma questa è mia: venite a fare un concerto anche in Toscana?

R. Noi andiamo dappertutto, però ci devono chiamare! (ride, ndr). Spesso l’occasione è quella del docufilm, perché quando viene presentato il docufilm si organizza un talk e poi, eventualmente, si fa l’after party e si suona. Non tutti però hanno l’organizzazione per farlo. Lo abbiamo fatto, ad esempio, a Firenze. A Bologna dovremmo fare qualcosa in estate. Altrimenti al momento abbiamo in programma un evento in Riviera Romagnola, molto bello. Poi Ferrara, Milano.

L’idea del docufilm nasce perché eravamo stati invitati a raccontare la nostra storia al DAMS, a Bologna. Da lì vennero fuori una serie di richieste per poter fare un live. All’inizio ero titubante, ma poi accettai, e siamo ripartiti con tutto, inclusa l’idea di fare Sick Soundtrack in versione elettronica. Abbiamo coinvolto anche il cantante Giorgio Lavagna, in quell’operazione, e poi Lisa ha iniziato a conoscere il nostro mondo. Lo vide il Berghain di Berlino, ci chiamò e da lì è partito tutto. Il Berghain è fantastico. Anche adesso, in qualche modo, ci respiri quelle atmosfere di quegli anni. Il tempio della tecno, nella Berlino est, in una vecchia centrale elettrica. Quando arrivi dici: “Mamma mia!”.

D. Ti piacciono i Depeche Mode?

R. Sì, mi piacciono, non sono i miei preferiti, però mi piacciono. I Depeche Mode erano più contemporanei. Erano il gruppo di successo della new wave, del dark, di quel periodo lì. Però io ero un po’ più estremo, ti ho citato più volte i Daf, che preferivo. Anche se, sull’elettronica, ho sempre avuto una predilezione per i Kraftwerk e Moroder, e in qualche modo in maniera collaterale, per Brian Eno. Anche se i Depeche Mode… top! A me poi piaceva quando c’era Vince Clarke, i dischi erano un po’ più leggeri, poi si sono un po’ più incupiti, ma hanno fatto bene, perché poi hanno fatto una hit dietro l’altra. Hanno fatto un disco pazzesco negli anni ‘90, Ultra, un capolavoro.

Però di dark, a dire la verità, c’era qualcosa anche in voi…

Il disco che posso più avvicinare al mondo dark è Dressed to Kill. Quello forse è stato il momento più dark dei Gaznevada, questo mini-LP.

Grazie mille di questa bellissima intervista, la ringrazio tantissimo.

Grazie a te!

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