Immagini e versi nella poetica di Mario Giacomelli
di Alberto Pellegrino
20 Ott 2025 - Arti Visive
Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Mario Giacomelli, uno dei più grandi fotografi del mondo, insuperabile maestro del racconto per immagini, inventore di un modo di fotografare contrassegnato da uno stile unico per fantasia e sensibilità poetica.
(Le foto sono state messe gentilmente a disposizione da Simone Giacomelli)
Mario Giacomelli nasce a Senigallia nel 1925, rimane presto orfano del padre e, dopo avere frequentato la quarta elementare, entra nel mondo del lavoro come apprendista tipografo, mestiere che eserciterà fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2000. Decisivo è l’incontro con il grande fotografo Giuseppe Cavalli, che vive anche lui a Senigallia, dove ha fondato negli anni Cinquanta il Gruppo Fotografico Misa. Cavalli, nei confronti di quel giovane così intelligente che ha tentato senza successo la strada della pittura, assume il ruolo di un vero e proprio “maestro di vita”, introducendolo nel mondo delle arti figurative, della narrativa e della poesia, della musica classica, facendo un’opera di formazione di una persona dotata di notevole sensibilità che è alla ricerca di uno strumento che gli permetta di esprimere la propria personalità e di realizzarsi artisticamente. Giacomelli trova nella fotografia il linguaggio più adatto per rappresentare il suo mondo interiore come ha detto in un’intervista del 1993: “Che cosa mi ha dato la fotografia? Non so con precisione che cosa mi ha dato la fotografia, posso dire soltanto che con essa ho aperto un cancello, perché questa è in fondo la mia idea di fotografia: apro un cancello e vedo un giardino pieno di ogni cosa che desidero, che mi sfugge di continuo, ma che di continuo io posso afferrare…L’unica cosa certa per me è questa immensità della fotografia: il fotografo ha bisogno di un vuoto, di uno spazio avanti a sé e in questo spazio lui vuole che danzino immagini che sono soltanto segni, scritture indecifrabili per gli altri”.
I temi del dolore universale
Nel 1954 Giacomelli comincia a fotografare e nel 1955 entra all’interno dell’ospizio di Senigallia, dove lavora sua madre, perché vuole realizzare “Vita d’ospizio”, un documentario sulla vecchiaia legato al neorealismo allora imperante. Giacomelli ha però una intuizione che darà frutti straordinari nel tempo: capisce che la sua strada è quella del realismo lirico, perché ha la sensazione che possa rappresentare non solo la realtà circostante ma anche le sensazioni e i sentimenti interiori e più profondi degli esseri umani. Giacomelli scopre che il “pianeta vecchiaia” (su cui lavorerà fino al 1983) può diventare la rappresentazione di un drammatico modo di essere, nel quale si fondono la vita e la morte, la paura d’invecchiare e il progressivo svanire della giovinezza, il graduale smarrirsi della vitalità e l’inaridirsi dei corpi che perdono gradualmente l’apporto della linfa vitale e finiscono per appassire come tronco disseccati.
Nasce così quello straordinario racconto intitolato Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (dal celebre verso di Cesare Pavese), che diventa il dramma della vecchiaia che trasportato fuori dalla cerchia claustrofobica di un ospizio per farlo diventare un tema universale che, senza eccessi di sadismo o di violenza, riesce a rappresentare la decadenza fisica della vecchiaia, un doloroso smarrimento spirituale legato all’angoscia di vivere e alla consapevolezza della morte, il tutto osservato attraverso la lente d’ingrandimento della comprensione, della commozione e della pietà.
In ognuna delle immagini di Giacomelli si annida la storia di una solitudine più tragica e dolorosa di qualsiasi racconto scritto; si sente il grido strozzato in un silenzio assordante; si materializza il “vizio assurdo” di vivere in quelle stanze squallide, lungo quei corridoi dei passi perduti, entro un tempo che assume l’assurda dimensione dell’inutile. In questo universo di dolore si aprono tuttavia improvvisi e insospettati momenti di dolcezza, frammenti di un amore che non si rassegna a svanire, una voglia di tenerezza che sfocia nel sorriso o nel caldo abbraccio della solidarietà.
Nel 1957 Giacomelli compie un viaggio a Lourdes e da questa esperienza umana e artistica nasce un grande poema del dolore: interminabili file dei malati su barelle e carrozzine formano una lunga catena di sofferenza che, sul piazzale della grotta, diventa una folla dolente e orante protesa a dare voce alla propria speranza, una massa umana dove le mutilazioni, le deformazioni, le angosce sono grida congelate di dolore. Un’immensa fiaccolata, che si snoda nella notte come una preghiera viva e silenziosa, suggella questo viaggio verso l’alba di una speranza impossibile da decifrare con gli strumenti della ragione, ma solo con la pietà e con la fede.
Nel 1995 Giacomelli completa questo ciclo quando si reca a Loreto per comporre un altro grande poema del dolore con immagini di malati “scritte” con un linguaggio che non cede a nessun compiacimento pietistico, ma che punta sulla forza coinvolgente del drammatico contrasto dei bianchi e dei neri, sulla magia dello “sgranato”, sull’efficace uso narrativo dei primi piani. L’autore non ci permette di sviare lo sguardo, non ci immunizza dalla sofferenza, non assolve la nostra indifferenza di uomini sani, non chiede compassione ma una pietà più consapevole, piuttosto “strizza” la nostra coscienza per invocare un comune sentimento di solidarietà verso queste vittime del dolore.
I primi racconti fotografici
Giacomelli, quando scopre che la fotografia gli permette di esprimersi meglio della parola scritta (anche se continuerà sempre a comporre poesie), comincia a distaccarsi dal suo maestro Cavalli per cercare un mondo interiore e uno stile personali. Conosce un altro importante personaggio dell’ambiente fotografico, il marchigiano Luigi Crocenzi che è considerato l’inventore del racconto per immagini. Giacomelli fa proprie le sue teorie sulla narrazione iconica e decide che il modo più congeniale di fare fotografia è per lui far coincidere immagini e narrazione attraverso storie del tutto personali, oppure con tematiche tratte dalla narrativa e soprattutto dalla poesia.
Nel 1957 Giacomelli fa il suo esordio con Scanno, il racconto che gli assicurerà i primi riconoscimenti internazionali di alto livello. Nelle sue immagini il piccolo paese dell’Abruzzo diventa il contenitore di una umanità che nasce dall’immaginazione di un poeta: uomini, donne e bambini in nero conducono nelle stradine e sugli usci delle case un’esistenza al di fuori della realtà, in una dimensione quasi atemporale che consente a Giacomelli di scrivere una grande metafora della vita umana.
Nel 1962 Giacomelli sente la necessità di abbandonare per un momento la sua tragica visione esistenziale con la creazione di due racconti che rivelano un aspetto particolare della sua personalità. Un uomo, una donna, un amore è una narrazione che affronta i temi della giovinezza e dell’amore vissuti con assoluta spontaneità e dedizione in mezzo alla gente, un incontro di due giovani che nasce in riva al mare nell’abbraccio della natura per finire con una partenza, il tutto senza cadere nel sentimentalismo ma con un efficace equilibrio fra corporeità e sentimento, con uno sguardo rivolto al cinema francese degli anni Sessanta.
Io non ho mani che mi accarezzino il volto (ancora un verso di David Maria Turoldo) è un racconto unico al mondo, perché realizzato all’interno del seminario di Senigallia, con il quale Giacomelli voleva inizialmente affrontare il tema della solitudine, ma che poi si trasforma in una rappresentazione–balletto interpretato da giovani seminaristi che manifestano una gioia di vivere capace di esplodere al di fuori di quei corpi racchiusi nelle vesti di futuri sacerdoti.
Un altro straordinario racconto è La buona terra (1964), nel quale Giacomelli narra la vita di una famiglia patriarcale di mezzadri marchigiani, dove uomini e donne di diverse età ricoprono un loro ruolo legato alla poesia della terra e del lavoro, alla fantasia dello svago e del gioco. Si tratta di un grande affresco sulla fatica dei campi, la vita domestica, i riti delle stagioni e della festa, le nascite e le nozze, il focolare e la tavola imbandita dentro la grande casa colonica, che diventa il simbolo di un’esistenza in cui si sono riconosciute intere generazioni.
I poemi e i grandi racconti fotografici
L’incontro con la grande poesia avviene nel 1987, quando Giacomelli scopre i versi di Giacomo Leopardi ed è amore a prima vista. Dalla sua fantasia e dalla sua sensibilità poetica nascono due opere straordinarie alle quale lavorerà con piccole/significative varianti per diversi anni: A Silvia e L’Infinito.
A Silvia è la testimonianza del legame profondo e complesso che unisce il fotografo e il grande Recanatese, fatto di affinità interiori e di sentimenti in continuo divenire, a cominciare dal valore della rimembranza, cioè l’arte di sciogliere in poesia i grumi della memoria (“Per me la fotografia è come una scatola che contiene le cose della mia memoria. Non la vedo come la vedono tanti, è solo un supporto, uno spazio bianco che voglio riempire di ricordi che sono miei, mai influenzati dagli altri…Le immagini, specialmente quelle delle poesie, sono cariche di passato e per me il passato è importante; quindi, io non illustro ma racconto e queste immagini del passato aspettano gli occhi dei sensibili per uscire dal loro mutismo”). Giacomelli fa propria anche la visione leopardiana della Natura con la quale instaura un rapporto volutamente ambiguo: da un lato essa è matrigna (persino i suoi paesaggi raffigurano quasi sempre una terra ferita), dall’altro è fattrice di vita (“Le mie immagini sono intrise di quotidianità; il punto di partenza è l’uomo con tutti i suoi problemi”). Giacomelli è attratto dal personaggio di Silvia, è affascinato dall’idea di cantare un amore che non è mai stato reale, ma che diventa lo strumento per un approccio simbolico al grande tema della morte e della speranza. Giacomelli, la cui scrittura iconica non è mai casuale, ci introduce nella poesia leopardiana sotto la luce della diletta luna per percorrere la strada del rimembrar delle passate cose, del “paterno ostello” con l’austera biblioteca dove si consuma il tempo giovanile del poeta negli studi leggiadri e fra le sudate carte. Lo sguardo limpido di Silvia ci viene incontro con grande pulitezza formale, per poi apparire già appannato dall’ombra della morte. Le immagini della spensieratezza giovanile, del gioco e dell’amore sono soltanto una parentesi che precede la tragedia, prima che da chiuso morbo combattuta e vinta Silvia dia l’addio al mondo. Un volo di gabbiani sembra preannunciare il nascere di una nuova vita, ma ogni speranza s’infrange contro le nere occhiaie di finestre che trasudano come ferite sulla nuda parete dell’arido vero, tutto sembra un’umanità congelata di fronte al mistero della morte, mentre nubi tempestose soffocano persino il sole, i cui raggi tuttavia vorrebbero suggerire un tenue messaggio di speranza. L’Infinito è un’opera che rappresenta uno dei vertici di una poetica dell’immagine, è l’esempio straordinario di come sia possibile tradurre in immagini “l’intraducibile” leopardiano, attraverso quella ispirazione compositiva raggiunge una perfetta sintesi tra astrazione e profondità di contenuti.
Il rapporto con la poesia diventa da quel momento una costante per Giacomelli che, attraverso l’interpretazione di alcuni testi poetici, crea una serie di eccezionali poemi visivi: Caroline Branson da Spoon River di Edgar Lee Master, Il teatro della neve di Francesco Permunian, Ninna Nanna di Leonie Adams, Felicità raggiunta, si cammina di Eugenio Montale, Passato di Vincenzo Cardarelli, Il canto dei nuovi emigranti di Franco Costabile, Io non sono nessuno di Emily Dickinson, La notte lava la mente di Mario Luzi, Bando di Sergio Corazzini, La mia vita intera di Jorge Luis Borges. Tutti queste opere sono caratterizzate da una straordinaria correlazione fra testo e immagini, da una forza espressiva di immagini che riescono a confrontarsi con i temi più profondi dell’esistenza come la vita e la morte, il mito della fanciullezza e la speranza, la religione del sentimento e il culto della natura, attraverso una simbologia mai estetizzante ma sempre funzionale alla narrazione, con un continuo alternarsi di figure e paesaggi, immagini di pura fantasia e fantasmi della memoria.
Il pittore Bastari (1993) è un romanzo fotografico con il quale Giacomelli raggiunge il suo vertice narrativo: pubblicato per la prima volta dall’Università degli Studi di Camerino a cura di Alberto Pellegrino, è un racconto complesso, costruito intorno a un personaggio traslato dalla realtà, che diventa il protagonista di una storia sospesa tra sogno e dimensione reale della vita, popolata da ombre e fantasmi, da simboli e creature fantastiche. Il percorso narrativo di questo artista diventa un viaggio esistenziale attraverso il travaglio dell’arte, il rifugio nell’immaginario, il tentativo di fissare sulla tela i simboli allucinati della propria fantasia. In una Senigallia surreale Bastari passa attraverso le vie solitarie, rasenta le case dai muri screpolati, cerca invano consolazione nelle pieghe della memoria, nei sogni, nelle illusioni infantili, inseguito da incubi di morte che tenta di esorcizzare cercando rifugio, con il suo povero fardello di speranze, sulla riva deserta di un mare che rimane un mitico simbolo di salvezza. Il pittore ritorna poi a vagare tra le ombre di una realtà evanescente, a rovistare tra le rovine del passato e di una perduta innocenza, a cercare i segni di un’arte ormai diventata l’inutile orpello delle sue illusioni vissute sull’impalpabile confine tra sogno e realtà. Alla fine, il protagonista appare al centro di un paesaggio collinare dominato da una bianca casa, luogo deputato dei sentimenti più sacri, oasi di speranza nel deserto dell’esistenza, porto dal quale Giacomelli–Bastari è pronto a ripartire per una nuova avventura dello spirito nella consapevolezza di essere sempre “un viaggiatore di sensazioni in terre sconosciute”.
Questo straordinario maestro dell’immagine ha sempre mostrato, fino all’ultimo respiro, ha avuto il coraggio di rappresentare il suo mondo poetico in un racconto che costituisce il capitolo finale di un’autobiografia fotografica connotata da una frase scritta con tremante e tenerissima grafia: Questo ricordo lo vorrei raccontare (2000) consapevole che quel suo “raccontare” ha ormai avanti a sé un tempo tragicamente limitato. Eppure, c’è in queste immagini finali una tenace volontà di sopravvivere a sé stesso, lasciando questa ultima testimonianza di una grande arte fatta d’immagini animate da ombre e simboli, da maschere grottesche e animali fantastici, da un mondo immerso “nel silenzioso fiume del tempo” con il desiderio di creare un’area magica avvertita come uno “sfogo all’autoanalisi che nasce dal continuo immergersi in me stesso”.
Le storie di terra
Nella rappresentazione del paesaggio Giacomelli ha compiuto una vera e propria rivoluzione, inventando uno stile caratterizzato da un grande amore per la terra, segnato dalla voglia di “raccontare” la terra attraverso quei segni e quelle ferite impresse dall’uomo, che rendono il paesaggio irriconoscibile ai suoi occhi. I campi coltivati diventano pertanto un simbolo di dolcezza e dolore, il contenitore di una memoria individuale e collettiva, la pagina su cui “scrivere” il passato/presente/futuro di un’esistenza legata alla terra considerata una madre possente e amorosa, dolente e appassionata, capace di custodire il segreto della vita e della morte.
In questo modo il paesaggio di Giacomelli appare sofferto, scavato e graffiato, si carica di richiami ancestrali, di sentimenti profondi, per cui la terra diventa un elemento materico marcato dalla cupa violenza dei neri, inciso dai segni luminosi dei bianchi; appare un corpo martirizzato dalle macchine, nello stesso tempo un grembo materno capace di accogliere le nostre speranze.
Il tessuto di campi, quasi sempre deserti di qualsiasi presenza umana, è marcato dalla poetica geometria di segni ricorrenti come un albero solitario che diventa il segnale di un’insopprimibile vitalità di un mondo che non vuole morire. A volte è possibile vedere una casa isolata come segno di una presenza umana che resiste alle mutazioni del tempo e dello spazio, un porto–rifugio per le radici del nostro passato, un luogo nel quale è possibile trovare una difesa per le nostre speranze, un luogo intorno al quale è possibile raccoglie il nostro bisogno di sintonia con una natura non più nemica ma sentita come una entità materna capace di donare ancora la vita.
Un modo del tutto originale di vedere il paesaggio è costituito da uno dei lavori più originali di Giacomelli intitolato Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967). Si tratta di un affascinante poemetto fotografico che nasce da un’originalissima invenzione materica, unica nel panorama della fotografia mondiale: Giacomelli s’imbatte per caso in tanti dischi di legno ricavati da un tronco d’albero e questo elemento colpisce la fantasia di un raffinato artefice della natura, capace di estrarre dalle superfici rugose e a volte inquietanti di quelle superfici legnose i significati più nascosti, riuscendo a creare un universo di paesaggi fantastici, di figure umane maschili mostruose o grottesche, di volti femminili dolci e appassionati. Dalle aspre pianure di quei tagli, dall’intrecciarsi delle linee, dalle escrescenze nodose del tessuto ligneo nasce un universo di segni che assumono una dimensione volutamente onirica, carica di profondi significati umani che fanno sentire l’osservatore una ungarettiana “docile fibra dell’universo”.












