Il ROF buffo del 2026
di Andrea Zepponi
19 Ago 2026 - Commenti classica
Pubblichiamo le puntuali recensioni di Andrea Zepponi per le due opere, presentate al Rossini Opera Festival, “L’occasione fa il ladro” e una memorabile “La scala di seta”.
Il Rossini Opera Festival 2026 di Pesaro ha proposto la ripresa di “scenoregie” collaudate delle due farse giovanili di Gioachino Rossini che rappresentano altrettanti capolavori di ingegno teatrale e di comicità rossiniana: L’occasione fa il ladro e La scala di seta.
L’occasione fa il ladro




La prima, di scena il 12 agosto al Teatro Rossini, riprende la storica e leggendaria regia di Jean-Pierre Ponnelle (ripresa da Sonja Frisell complici le luci di Fabio Rossi), con la direzione musicale di Alessandro Bonato alla guida dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini. Il cast vocale era formato da Manuel Amati (Don Eusebio), Damiana Mizzi (Berenice), Dave Monaco (Conte Alberto), Matteo Mancini (Don Parmenione), Martiniana Antonie (Ernestina) e Giuseppe Toia (Martino). Quest’anno la direzione artistica di Juan Diego Florez ha voluto andare sul sicuro per il genere comico buffo. Nella “burletta per musica in un atto”, la regia di Ponnelle, tutta basata su fondali di stoffa dipinta e cartoni di gusto solo apparentemente tradizionale e osservante del testo, invece di essere riproposta in chiave parodistica della tradizione, come poteva sembrare, ha anzi esibito i prodromi dello sgretolamento della calligrafia scenica e della pedanteria teatrale: se qualcuno pensasse che Ponnelle sia stato solo uno “scenoregista” appena più ingegnoso e originale del suo tempo, può benissimo ricredersi assistendo a questa ripresa. Che ci fa una pletora di inservienti in divisa moderna che allestiscono a vista una scena fatta di tende dipinte e di poche suppellettili di trovarobato se non a sottolineare la buona vecchia picconata inferta a suo tempo alla scenografia di tradizione? E il personaggio buffo di Martino entrato con tutte le scarpe nella fossa dell’orchestra per spiare da quella postazione ciò che avviene sul palcoscenico non scardina forse la sacra funzione di “golfo mistico” o almeno di locus inviolabile da parte dei cantanti? Insomma, la scena ponnelliana non ha soltanto reinventato il carro di Tespi lirico ma ha posto le basi per l’attuale visione scenica dell’opera rossiniana con le sue dissacrazioni ante litteram e i suoi aprosdoketa. A noi del pubblico sta rievocare, più o meno con nostalgia, un’epoca di verginità dello spettatore più o meno ingenuo che credeva a ogni allestimento di rivivere i fasti della prima apparizione di un capolavoro del Pesarese o di una sua prima entusiastica ripresa. Ponnelle torna però a ricordarci che il teatro lirico di Rossini è soprattutto fatto di canto quando i suoi costumi meticolosi vivono addosso agli interpreti che si muovono in un mondo smaccatamente fittizio dai colori pastello. Rimane il ricordo di una specie di bellezza forse irripetibile e non più proponibile nell’attualità.




L’occasione ha un’invenzione melodica straordinaria e una vivacità ritmica travolgente. A differenza di altre farse, non possiede un’ouverture tradizionale, ma si apre con un’originale introduzione con temporale (vero e proprio dipinto sonoro che mette alla prova l’apparato delle luci e della rumoristica per lampi e tuoni) che rispecchia lo scompiglio meteorologico ed emotivo dei personaggi esposti ai capricci della sorte. Rossini sfrutta con maestria i numeri d’insieme, come il quintetto dello sconcerto Che strana sorpresa… Di tanto equivoco e i dialoghi serrati dei recitativi che, tra l’altro, non sono di suo pugno: i momenti di frizzante comicità e le oasi liriche di raffinato lirismo belcantistico sono banco di prova per maestranze rossiniane strumentali e vocali al primo apparire della dirompente vena musicale del giovane maestro nel 1812. Così si è configurato il cast: come parte attiva di un laboratorio teatrale e musicale che ha portato alla ribalta artisti di buona scuola. Nessuna voce di spicco, se non il tenore Amati nel Don Eusebio dalla gamma eloquente in tutti i registri. Tra le nostalgie trovano posto anche quelle per le voci fluviali di una volta con certe cavate che riempivano la sala. Tant’è, anche l’orchestra diretta da Bonato si è adeguata a sonorità consone alla quantità e qualità dei cantanti. Anche l’aria di Berenice Voi la sposa pretendete con la funambolica stretta Io non soffro quest’oltraggio non è stata occasione per l’interprete di staccare di molto gli altri come si sentiva fare a una Luciana Serra sulle stesse scene. Il livello accademico era sensibile in tutti ruoli e a volte diventava scolastico nella pronuncia vocale di quelli buffi. Non è difetto, è carattere. Piuttosto si notava che tra le esecuzioni di quest’anno al ROF quella de L’occasione fa il ladro era la più debole e meno profilata, quasi a pendant del Viaggio a Reims che ogni anno viene allestito al rango di alto saggio dell’Accademia Rossiniana, ma non con lo stesso smalto. Rimane il merito della gradita riproposta di un allestimento storico in cui ci si deve misurare con tutte le potenzialità di arricchire l’interpretazione.
La scala di seta


Il secondo appuntamento con la farsa comica in un atto era sempre al teatro Rossini con La scala di seta. Lo spettacolo era riproposto nel celebre e acclamato allestimento di Damiano Michieletto con le scene di Paolo Fantin, mentre sul podio dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna sedeva il direttore Iván López-Reynoso. Il cast era stavolta di alto profilo e riuniva: Hasmik Torosyan (Giulia), Alasdair Kent (Dorvil), Paolo Bordogna (Germano), Iurii Samoilov (Blansac), Mara Gaudenzi (Lucilla) ed Enrico Iviglia (Dormont).


La regia e le scene ambientano l’opera in un appartamento contemporaneo che ha tutta l’aria di essere a Milano, non a Parigi come vorrebbe il libretto; si usa una efficace prospettiva ispirata a un progetto in scala reale 1:1 tracciato su tutta la superficie del pavimento del palcoscenico dove si vede la pianta di un interno con stanze arredate, il tutto riflesso da uno specchio inclinato in alto sul palcoscenico che offre la doppia prospettiva includente nel fondo la finestra e la tettoia da cui viene calata sul cortiletto retrostante la “scala di seta”. La stessa che altro non è se non un immenso lenzuolo bianco che alla fine viene dispiegato a ricoprire tutta quanta la scena e tutti gli interpreti. Al pubblico resta da immaginare la presenza delle pareti che delimitano le stanze e delle porte la cui apertura e chiusura vengono simulate dagli interpreti con effetti mimici anche esilaranti. Nulla di troppo macchinoso ma di certo geniale per quanto riguarda la lettera (rapporto nominale tra la scala di seta e la scena su scala reale) e anche lo spirito comico dell’azione che si basa tutta sulla presenza di Germano, in questa regia pensato come inserviente filippino della casa. Anzi, Germano (Bordogna) è il motore principale dell’opera la cui comicità si basa sulla struttura musicale a orologeria, caratterizzata da ripetizioni ossessive e da un linguaggio frammentato che crea effetti astratti e surreali, tipico dello stile rossiniano. Questo permette grandi libertà interpretative, come dimostra l’allestimento registico. Irresistibili le sue gag con l’accento e le movenze realistiche riconoscibilissime di un servitore filippino che sembra sprovveduto e invece la sa molto più lunga di quanto si creda. Proprio Paolo Bordogna è stato il vero mattatore della serata: ha entusiasmato il pubblico con doti attoriali, gusto vocale notevole nelle parti melodiche e travolgente canto sillabato. Già perfetto buffo, si rivela anche basso cantabile di spessore nell’aria “di sonno” Amore dolcemente che culmina e trionfa nei fuochi d’artificio della successiva Attento e ve la spiffero applauditissima. Un’ampiezza di voce e una personalità artistica che per una sera hanno riportato la sala del Rossini agli entusiasmi di una volta. Non così per il tenore Alasdair Kent in Dorvil che ha proposto il suo contraltino in modo impeccabile dal punto di vista stilistico e musicale (valido anche scenicamente per il fisico atletico ben in vista) ma non accettabile dal punto di vista tecnico vocale laddove non sussista vero appoggio sul fiato e vera copertura del suono nella zona acuta che non espande. Non si canta così: si può capire l’uso del falsettone che è in stile, ma non cantare sul fiato è problema tecnico che va risolto, non esibito. La Giulia della Torosyan ha convinto grazie alla vocalità fresca, sicura ed espansiva, tipica di un soprano lirico che potrebbe azzardare ruoli rossiniani anche più seri avendo un registro medio grave più definito; sempre in primo piano nelle scene insiemistiche, ha dominato nell’esecuzione insieme al Germano di Bordogna. Il duetto Io so c’hai buon core ha messo subito le carte in tavola sulle evidenti qualità vocali dei due. Spiccava anche la vivace Lucilla della Gaudenzi ben inquadrata nel ruolo della cugina maliziosa e procace che sbotta la sua sensualità (espressa in coloratura) nell’aria di sorbetto Sento talor nell’anima. Bene la caratterizzazione scenica di Iviglia del tutore bacchettone Dormont con il suo preistorico impermeabile e quella scenica dell’aitante Blansac di Samoilov risultato un po’ meno in risalto dal punto di vista vocale. La direzione d’orchestra di López-Reynoso ha dato campo alla espansione timbrica esprimendosi su scelte di fraseggio tipo alcuni ritardando non scritti, eseguiti in funzione espressiva nella celeberrima sinfonia. Ha inoltre messo in evidenza l’uso virtuosistico e brillante dei legni (in particolare i flauti) nei crescendo irresistibili di una partitura che si fa notare per la freschezza dei timbri, la duttilità dei concertati e la capacità di tradurre in musica la grazia e la rapidità dell’intreccio bouffon. Il “notturno” del finale Dorme ognuno in queste soglie è stato letto come una pagina di spessore espressivo che ricorda in qualche modo la situazione finale delle Nozze mozartiane. Le luci ammiccanti ma garbate erano di Alessandro Carletti.


Un pubblico ampiamente soddisfatto ha inondato di applausi la sala del Rossini per una messa in scena memorabile in quanto efficace e coerente nonché esecuzione degna del grande ROF.



Un grazie immenso ad Andrea Zepponi per la descrizione profonda ed esaustiva che ci ha trasportato nel cuore dell’evento pur non essendo stati presenti fisicamente. La sua straordinaria competenza dell’argomento e la sua minuziosa descrizione, accompagnate e dirette da una sensibilità ben oltre il normale, ci ha fatto questo impagabile regalo.