“IL PADRONE”: il peso del possesso
di Elena Bartolucci
16 Feb 2026 - Commenti teatro
Una resa dei conti morale tra memoria, ambizione e paura, dove il passato incrina ogni certezza.
(Foto di Ornella Foglia)
Civitanova Marche – Mercoledì 11 febbraio, al Teatro Rossini di Civitanova Marche (MC), è andato in scena “Il padrone”, intenso testo di Gianni Clementi interpretato in maniera egregia da Nancy Brilli, Fabio Bussotti e Claudio Mazzenga.
All’indomani delle leggi razziali del 1938, l’intestazione dei beni a prestanome divenne per molti ebrei una strategia di sopravvivenza, nel tentativo di sottrarre il patrimonio agli espropri. Un dramma storico che, paradossalmente, si trasforma in un’opportunità per i coniugi romani Marcello e Immacolata Consalvi, all’improvviso proiettati in una ricchezza mai conquistata ma pian piano percepita come legittima.


Lui, uomo dimesso e scrupoloso, resta ancorato all’idea di vivere in modo semplice in vista di una restituzione inevitabile di tutto quello che sa di non essere suo realmente. Lei, al contrario, incarna una donna spietata che rifiuta totalmente di tornare nell’ombra della povertà. In questa frattura si concentra il cuore drammatico dell’opera. Il ritorno del padrone, dopo tredici anni, irrompe come una realtà ineludibile: una resa dei conti morale che costringe entrambi a confrontarsi con le proprie scelte e con l’identità costruita nel tempo.
Immacolata è il vero motore tragico della pièce: affascinante e feroce, animata da una volontà che sfiora la crudeltà, respinge ogni tentazione di indulgenza. Marcello, al suo fianco, si consuma lentamente, diviso tra la fedeltà al padrone e la sudditanza emotiva verso la moglie.
Sull’orlo di una crisi di nervi, dopo giorni di reclusione in casa per paura di affrontare quella realtà scacciata così a lungo, Immacolata giunge quindi a una decisione estrema: eliminare l’ebreo per porre fine all’incubo.
Il testo non si limita a rievocare un trauma storico, ma ne indaga le conseguenze etiche e psicologiche: la Shoah resta sullo sfondo come ferita irrisolta, mentre in primo piano emerge un’altra forma di violenza, più sottile e quotidiana ossia quella esercitata in nome del possesso. È il culto del profitto a imporsi come nuovo dio laico, capace di giustificare compromessi e derive morali.

Nel suo costante oscillare tra commedia e tragedia, l’opera adotta il registro noir per smascherare i personaggi, alternando momenti di grottesca leggerezza conditi da una verace vena romanesca a improvvise accelerazioni drammatiche. La scrittura, sostenuta da ritmi serrati, accompagna lo spettatore in una spirale emotiva senza vie di fuga, portando alla luce le zone d’ombra di ciascuno fino a giungere a un finale volutamente destabilizzante.
La regia dello spettacolo è firmata da Pierluigi Iorio con Federico Le Pera come aiuto regia, mentre le scene in stile anni ’50 sono di Alessandro Chiti, i costumi di Josè Lombardi e il light designer di Javier Delle Monache.
“Il padrone” è una produzione Società per Attori in collaborazione con Mielemovie.



