Il “Macbeth” trionfa alla Scala


di Alberto Pellegrino

13 Dic 2021 - Commenti classica

Grande successo della prima alla Scala di Milano del Macbeth di Giuseppe Verdi, opera vista in diretta da oltre due milioni di spettatori. 13 minuti di applausi per lo spettacolo che ha inaugurato la stagione scaligera.

(ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala)

Grande successo mediatico e di pubblico per l’inaugurazione della stagione lirica al Teatro alla Scala di Milano il 7 dicembre 2021 che è iniziata con il lunghissimo applauso degli spettatori rivolto al presidente Mattarella e si è conclusa con i 13 minuti di applausi rivolti agli interpreti ed esecutori dell’opera. La Rai ha fatto ancora una volta le cose in grande per affrontare al meglio le tre ore di trasmissione con 13 telecamere ad alta definizione, 45 microfoni nella buca dell’orchestra e in palcoscenico e uno staff di 50 tecnici, richiamando dinanzi ai teleschermi oltre due milioni di spettatori nonostante la presenza di due commentatori ufficiali come Bruno Vespa e Milly Carlucci, noti musicologi apprezzati in tutto il mondo. L’opera, oltre che su Rai Uno, è stata trasmessa su Radio3, Rai1 HD canale 501 e RaiPlay; è stata proiettata in diretta in 30 sale cinematografiche italiane ed è stata vista in collegamento diretto in Spagna, Norvegia, Finlandia, Svizzera, Polonia, Olanda e Gran Bretagna; è stata trasmessa in differita in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Portogallo, Repubblica Ceca, Russia, Giappone, Corea, Australia e Sud America.

L’esordio dell’opera nel 1847 al Teatro della Pergola di Firenze

Con uno straordinario intuito teatrale e una certa dose di coraggio il giovane Verdi decide, primo in Italia, di tradurre in musica un dramma del suo adorato Shakespeare e con grande intuizione teatrale si rifiuta di comporre un melodramma per grandi interpreti della scena lirica, ma vuole portare sul palcoscenico dei personaggi veri e credibili: “Vorrei Lady Macbeth brutta e cattiva. Vorrei che Lady non cantasse […] Vorrei che la voce avesse del diabolico […] I pezzi principali dell’opera sono due, il duetto fra Lady e il marito e il sonnambulismo: e se questi pezzi si perdono, l’opera è a terra […] e questi pezzi non si devono assolutamente cantare: bisogna agirli e declamarli con voce ben cupa e velata: senza di ciò non vi può essere effetto”.

Verdi concepisce pertanto un’opera innovativa per la sua epoca e lontana dal gusto corrente del pubblico: l’autore si rende conto che per portare sulla scena il grande Bardo è necessario inventare una nuova forma di teatro in musica in controtendenza rispetto ai soliti intrecci amorosi che allora decretavano il successo di pubblico di un’opera.

Il compositore si trova di fronte all’angoscia esistenziale di due personaggi, alla loro smodata sete di potere, ai misteriosi anfratti della psiche, a una continua lotta con la propria coscienza. A queste componenti umane e psicologiche bisogna aggiungere la presenza del soprannaturale e del magico, l’intervento delle streghe con le loro ambigue e illusorie predizioni sul futuro, alla pressante ingerenza di una moglie che ferocemente istiga il marito ad assassinare un re, ai tormenti interiori di un Macbeth che prova dei rimorsi ma non cede mai al pentimento, anzi rivendica con orgoglio i numerosi delitti commessi.

Verdi interpreta tutto questo, componendo un’opera dai toni scuri, piena di echi dolorosi e violenti, intervenendo pesantemente sullo stesso libretto scritto da Francesco Maria Piave e successivamente rivisto (per l’insoddisfazione del Maestro) da Andrea Maffei. A Firenze nel 1847 i cantanti e gli orchestrali del Teatro della Pergola non si trovano di fronte un semplice musicista, ma un compositore complesso, un drammaturgo che anche un esegeta di Shakespeare, un uomo di teatro che s’inventa il ruolo del “regista” impartendo precise istruzioni ai cantanti, occupandosi delle scene e dei costumi. L’opera viene rappresentata per diversi giorno e gode di una immediata fortuna per poi arrivare alla Scala nel 1849.

La versione parigina del 1865

Nel 1863 Verdi ritorna a Parigi, dove aveva debuttato nel 1852 con I vespri siciliani, e decide di procedere a una totale revisione dell’opera con un lavoro di circa due anni, per cui nel 1865 il melodramma va in scena al Teatro dell’Opera nella nuova forma che poi continuerà a essere rappresentata in tutto il mondo, oscurando la prima versione del 1847. Nel secondo atto Verdi taglia l’aria di Lady Macbeth Trionfai, sostituendola con un brano più moderno e di grande spessore umano come La luce langue. Nel terzo atto taglia l’aria di Macbeth Vada in fiamme e in polvere cada per inserire lo straordinario duetto Ora di morte e di vendetta che suggella il terribile patto di sangue dei due coniugi più che mai assetati di potere. Dà maggiore ampiezza ai balletti e nella scena quarta inserisce la danza degli “spiriti” e delle “Streghe”. Apre il quarto atto con il coro Patria oppressa, una delle sue pagine corali di più alto valore musicale che, perduto il suo riferimento risorgimentale, acquistano un significato più universale e drammatico; infine conferisce al finale un’atmosfera più stringente, solenne e tragica anche per questa rappresentazione scaligera è stata reintrodotta, riprendendola  dalla versione del 1847, l’aria Mal per me che m’affidai che precede la morte del tiranno che scopre l’inganno perpetrato dalle streghe e vede crollare il suo trono edificato sul sangue.

Gli interpreti

Il Maestro Riccardo Chailly ha avuto il merito di una direzione perfetta dell’opera con una lettura fedele dello spartito verdiano costantemente in linea con la regia, mettendo in risalto la novità, la coralità, la drammaticità di questo Macbeth che segna un momento rivoluzionario nella storia del teatro in musica non solo rispetto agli altri melodrammi del suo tempo, ma anche alle precedenti opere verdiane.  Non è un caso che Chailly abbia voluto mettere in scena sempre alla Scala la Giovanna d’Arco e Attila per chiudere poi la trilogia giovanile con questa innovativa composizione del Macbeth: “Mi affascina tantissimo – ha dichiarato Chailly – il continuo richiamo di Verdi al colore della voce all’esaltazione della parola scenica. Ci troviamo di fronte a un Verdi completamente drammaturgico. Le voci devono allontanarsi dalla loro innata bellezza, per trovare suoni differenti. Trovo che per gli anni in cui fu scritta, in quest’opera ci sia una stravolgente e travolgente modernità”.

Anna Netrebko è un grande soprano che ha ormai raggiunto la piena maturità tecnica e interpretativa e che si è calata in modo splendido nel personaggio molto complesso di Lady Macbeth finendo per dominare la scena con la sua vocalità e con la sua personalità di interprete che riesce a calarsi nel personaggio: violenta e spietata quando si è  trattato di conquistare il potere come una belva sanguinaria e non a caso sulla scena c’era la inquietante presenza di una pantera nera a simboleggiare la natura ferina della regina; intensa e tragicamente folle nella scena finale della morte (“Una macchia è qui tuttora”), interpretata sul cornicione di un grattacielo con raffinata intensità.

Luca Salsi è forse oggi il più grande baritono verdiano in circolazione e ha retto il confronto con la Netrebko (splendido il loro duetto “Ora di morte e di vendetta” che chiude il terzo atto). Nessuna concessione al “belcanto”, ma un’estrema concentrazione sul testo e sulla musica con una efficace prova di cantante che sa anche essere un attore capace di entrare nel personaggio e di reggere anche i primi piani della ripresa televisiva.

Il basso Iladar Abrazakov, dotato di grandi mezzi vocali, è stato un Banco quanto mai credibile ed efficace, al pari di Francesco Meli purtroppo sacrificato nella parte minore di Macduff, che ha potuto spiegare le sue qualità tenorili solo nell’aria del quarto atto “O figli! O figli miei!”, ben affiancato dal giovane Ivàn Ayròn Rivas nel ruolo di Malcom.

La messa in scena

Il regista Davide Livermore, raffinato e intenso interprete del melodramma grazie alla sua solida base teatrale e musicale giunto alla quarta inaugurazione consecutiva della stagione scaligera, ha optato per un’ambientazione moderna dell’opera, mettendo da parte la tradizionale collocazione in una Scozia medioevale e barbarica. In questo allestimento la storia si svolge nel contesto di una grande metropoli del Novecento, il nuovo santuario del potere e della ricchezza dove però si nascondono crudeli intrighi e oscure minacce in un susseguirsi di immagini e di prospettive che si moltiplicano e si accavallano per riflettere l’inconscio tortuoso e lo smarrimento delle coscienze dei due protagonisti. Unica eccezione a questo contesto urbano si ha quando ci si sposta in desolate pianure offuscate dalle nebbie, oppresse da cieli tempestosi sullo sfondo di foreste affollate da bianchi fantasmi.

L’azione si svolge prevalentemente all’interno di un grattacielo su due piani collegati dal moto ascensionale e discendente di un ascensore: il piano sottostante è il luogo deputato dell’intrigo e dell’inganno; il piano superiore, che ha l’aspetto elegante di un salotto della ricca borghesia, è il luogo dell’incontro e della celebrazione del potere. Per una drammaturgia teatrale che vuole ridare nuova vitalità al melodramma, Giò Forma ha progettato una scenografia da uno skyline caratterizzato da grattacieli che richiamano alla mente grandi città americane come New York o Chicago, con un omaggio all’architetto Piero Portalupi che ha arricchito il panorama urbano milanese con importanti palazzi. Negli interni ritroviamo ancora i riferimenti alla grande architettura del Novecento da Frank Lloyd Wrigth a Ludwig Mies van der Rhoe, stanze che riflettono il tortuoso percorso mentale dei due protagonisti, i quali in quegli spazi chiusi tracciano la mappa del potere in mezzo allo sfarzo dell’arredamento ed a preziose collezioni d’arte. Le scenografie sono state inoltre arricchite da originali apporti digitali costituiti dai software creati da Paolo Gep Cucco e dall’intenso progetto luci di Antonio Castro. Da ultimo va sottolineata l’importanza sia delle coreografie di Daniel Ezralow, sia i costumi disegnati da Gianluca Falaschi, che hanno fanno riferimento ai gusti e alle tendenze della moda milanese della seconda metà del Novecento con la creazione di abiti eleganti per i protagonisti e per tutti i componenti della corte, mentre le masse popolari sono state vestite in modo più semplice, con un assemblaggio di fogge diverse ma con tonalità cromatiche sempre coerenti e dominate dai colori pastello.

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