Hollywood – La Fabbrica dei Sogni: Marilyn Monroe, il mito e la ferita nella visione teatrale di Natalia Simonova
di Rossana Tosto
8 Giu 2026 - Commenti teatro
Al Teatro Porta Portese di Roma è andato in scena il progetto di Natalia Simonova, autrice, regista e interprete, dedicato a Marilyn Monroe. Un itinerario teatrale che attraversa matrimoni, relazioni, l’eco della vicenda con John Fitzgerald Kennedy e il celebre “Happy Birthday Mister President”, mentre si apre costantemente alla dimensione più intima di Norma Jeane Mortenson Baker, segnata dal bisogno d’amore e dal dialogo interiore con la madre.
Il sipario del Teatro Porta Portese si è aperto su un respiro denso di attesa, come se l’aria stessa avesse assunto la consistenza della memoria. Roma ha accolto il 3 e 4 giugno “Hollywood – La Fabbrica dei Sogni: Marilyn Monroe” come un varco emotivo dentro la storia del cinema e dentro la vertigine dell’animo umano. Natalia Simonova, autrice, regista e interprete, ha costruito un affresco teatrale che ha assunto il valore di una dichiarazione d’amore assoluta rivolta al teatro e alle grandi icone che hanno abitato il suo immaginario creativo, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe.
Dentro questo orizzonte Marilyn Monroe è il motore della storia, di nuovo sotto i riflettori proprio nel suo centenario. E La scena ha accolto una Marilyn restituita nella sua verità più intima, attraversata da una luce che ha raccontato il mito e la carne, il sorriso e la ferita. Natalia Simonova ha dato corpo alla tormentata Norma Jeane Mortenson Baker – in arte Marilyn Monroe – con una intensità che ha trasformato ogni gesto in rivelazione, ogni parola in confessione emotiva, ogni sguardo nella densità di una ricerca interiore.
Il racconto teatrale ha attraversato i matrimoni di Marilyn, le unioni interrotte e i volti degli uomini che hanno segnato la sua esistenza, componendo un affresco emotivo fatto di promesse e disillusioni. Ne è emersa una geografia affettiva attraversata da attese e da un bisogno costante di riconoscimento e appartenenza. Ogni incontro ha inciso una ferita nella ricerca di approvazione e nella tensione verso una perfezione vissuta come destino interiore, restituendo alla vicenda privata una risonanza universale.
Dentro questo percorso sentimentale si è acceso anche il richiamo alla figura di John Fitzgerald Kennedy, evocata come vertice simbolico di un immaginario collettivo che ha scolpito il destino di Marilyn nella storia del Novecento. Il momento di “Happy Birthday Mister President” ha trovato nella voce di Natalia Simonova una vibrazione intensa, rarefatta, velata, capace di trasformare un’icona storica in un istante di vulnerabilità umana assoluta.
La scena, durante tutto lo spettacolo, ha lasciato emergere la materia più segreta di Norma Jeane: la solitudine, il rapporto con il vuoto originario, il dialogo interiore con la madre, presenza assente e al tempo stesso costante, che ha attraversato l’intera esistenza come eco profonda. Le ombre dell’alcol hanno disegnato un paesaggio intimo attraversato da smarrimenti e da una ricerca incessante di amore.
In questo nucleo emotivo si è imposta con forza la tensione verso l’essere accettata, approvata, e verso una perfezione vissuta come promessa di salvezza, come destino di una bambina buona e attenta come Nora, sospesa dentro un dolore antico e dentro una necessità assoluta di riconoscimento affettivo.
Marilyn ha preso forma come figura duplice: superficie luminosa e icona desiderata, e insieme custodia segreta della fragilità di Norma Jeane. La sensualità ha assunto valore scenico e insieme funzione protettiva, come pelle dorata che trattiene e nasconde la verità più esposta.
La presenza musicale della violinista Anastasia ha attraversato lo spettacolo come corrente emotiva continua, amplificando la dimensione sospesa del racconto e trasformando la scena in un organismo vivo, dove suono e parola hanno respirato insieme.
L’opera ha mantenuto una forte intensità emotiva, che ha trovato nel finale una sua vibrazione intima e luminosa. Il rapporto con la madre si è aperto in una dimensione poetica e sospesa, trasformandosi in uno sguardo rivolto verso l’alto, come se la scena stessa si dilatasse fino a farsi orizzonte e ascolto, spazio di un dialogo antico che attraversa il tempo e la vita. In quell’istante lo spettacolo ha rivelato il suo nucleo più profondo, dove teatro ed esistenza hanno coinciso con naturalezza assoluta, dentro una verità emotiva che Natalia Simonova ha restituito con nitida e straordinaria intensità. Da quella stessa vibrazione è emersa la dimensione interiore di Norma Jeane: la ricerca continua di amore, il bisogno di essere accettata, approvata, e insieme la tensione verso un’idea di perfezione luminosa, come quella della bambina buona e attenta che Norma incarna, sospesa tra fragilità originaria e desiderio costante di riconoscimento affettivo.
Nel quadro finale lo spettacolo ha lasciato emergere la sua verità più profonda: il mito cede il passo alla donna e la scena diventa uno spazio di memoria e rivelazione. Natalia Simonova, come Marilyn, guarda il cielo e affida all’aria una carezza eterna per sua madre, sigillo di un amore che non conosce fine. Il pubblico ha accompagnato l’uscita dell’attrice con un applauso lungo e raccolto, attraversato da una commozione collettiva che ha continuato a vibrare ben oltre la scena.



