Grande successo del “Trovatore” al Macerata Opera Festival
di Roberta Rocchetti
27 Lug 2026 - Commenti classica
Il Trovatore di Giuseppe Verdi allo Sferisterio; una ripresa del 2013 del regista Francesco Negrin. Regia efficacissima, resa vocale ottima, così come la parte musicale. Trionfo per la Azucena di Sofija Petrovic.
Una spremuta di ‘800 potremmo dire, Il Trovatore di Giuseppe Verdi è il succo concentrato di un secolo che ha fatto del romanticismo gotico la sua cifra stilistica e di romanticismo e gotico qui c’è tutto, l’amore contrastato e tragico, il dramma familiare, lo sguardo nel cupo mondo altro del mistero, l’assenza totale di una parvenza di lieto fine per nessuno dei protagonisti.
Neppure per il librettista Salvadore Cammarano il quale morì prima di completare il lavoro portato poi a termine da Leone Emanuele Bardare.
Eppure, il potere catartico di questa bellissima opera risiede proprio nel saper mostrare fino in fondo la potenza distruttiva del Fato, come se entrando in teatro ci si potesse immergere in una vasca di timori, ansie inconsce e angosce che la musica di Verdi porta in superficie, illumina, ripulisce e trasforma in bellezza assoluta, restituendoci alla vita più sereni, sarà quella che i tedeschi chiamano schadenfreude? Può darsi, ma non solo, è il saper dare volto e corpo alle proprie paure per ridimensionarle. Un mistico sloveno dello stesso secolo di Verdi, Jakob Lorber sosteneva che noi siamo su questa terra per filtrare il male e tramutarlo in bene, possiamo dire che il compositore bussetano ha svolto soprattutto con questa opera egregiamente il proprio compito.
Il Trovatore vide la luce nel gennaio del 1853 e fu subito un successo, la costruzione dei personaggi, le melodie coinvolgenti, la trama struggente si fecero subito strada nel cuore del pubblico senza mai perdere le qualità attrattive fino ai giorni nostri, ed è infatti con questo capolavoro che il 62° Macerata Opera Festival mette in scena la sua terza produzione dopo Nabucco e Il Barbiere di Siviglia.
Quello messo in scena allo Sferisterio è una ripresa del 2013 del regista Francesco Negrin, regia efficacissima coadiuvata dai costumi e dalle scene entrambi di Louis Désiré e le luci di Bruno Poet.
I Protagonisti si muovono in una realtà cupa, opprimente nella sua essenzialità, abitata da due lunghe strutture che sembrano quasi tavoli da refettorio mostruosamente allungati, dei fuochi ardono sinistri in punti diversi e sono al contempo, trauma, ricordo, minaccia e presagio, una torre sul fondo fa da palcoscenico ai flashback narrativi, agghiacciante e bella al tempo stesso la trovata di Negrin di portare sul palco l’ombra del bambino che Azucena ha gettato nel fuoco.
L’entità si aggira persa, con gli abiti e la pelle bruciacchiati, ma pur determinata in attesa della propria nemesi, cerca ancora benché in maniera straniata e fredda in un barlume di umanità che più non gli appartiene, l’affetto della propria madre che pur lo ha ucciso in maniera orribile.
Calore che tuttavia ancora una volta gli viene negato, essendo Azucena rivolta esclusivamente al figlio vivente che figlio non è, ma quando Azucena delira all’interno della prigione quello che fu suo figlio arriva ad accarezzargli lievemente ed amorevolmente la fronte prima di diventare totale assenza e sparire nel tempo, testimoniando un legame impossibile a sciogliersi.
Una delle cose più strazianti e disturbanti viste negli ultimi anni a teatro, basterebbe solo questo a dare senso alla visione di Negrin.
Sul fronte vocale nella serata di sabato 25 luglio sono state da subito annunciate due sostituzioni, Marta Torbidoni – Leonora è stata sostituita da Martina Gresia, soprano giovane ma già affermato soprattutto in ruoli belliniani, senza dimenticare Donizetti, Mozart e lo stesso Verdi. L’altra sostituzione ha riguardato il Manrico di Piero Pretti portato invece in scena nella serata in questione dal tenore cinese Haiyang Guo, dalla carriera tutta in ascesa che lo ha già portato a debuttare nei maggiori teatri, il quale già sosteneva il ruolo nel secondo cast.
Nonostante gli imprevisti la resa vocale è stata ottima, Martina Gresia è stata una Leonora capace, timbro piacevole, agilità fluide e potenza le hanno permesso di portare a termine il suo compito con successo anche da parte di un pubblico decisamente soddisfatto, anche Guo si è rivelato un Manrico dotato di strumento ideale, squillo e corpo senz’altro adatti, deve forse approfondire ulteriormente l’interpretazione sulla parola, l’accento emotivo, Manrico è si una vocalità eroica ma ha al suo interno anche momenti di intenso struggimento.
Brillante la Azucena di Sofija Petrovic che si è guadagnata un vero trionfo di pubblico, piglio drammatico, ampia gamma di colori, vocalità perfettamente calibrata, interpretazione anch’essa equilibrata tra la necessità di esprimere sentimenti estremi senza cadere nel caricaturale.
Piacevole Il Conte di Luna di Vito Priante, l’interprete conosce il mestiere, si vede e si sente, bel timbro, eleganza nel fraseggio e nel porgere un personaggio profondamente ambivalente.
Completano il cast il bravo Ferrando di Dongho Kim, il fresco Ruiz di Simone Fenotti e Mauro Sagripanti il Messo.
Ci è piaciuta la conduzione di Dmitri Jurowski, sappiamo che sui tempi dilatati non tutti sono d’accordo ma abbiamo trovato molto struggente, in linea con la visione offerta da Negrin questo indugiare sugli accenti, malinconici, carichi di presagio e perdita senza abdicare alla potenza delle sezioni marziali, idea che L’Orchestra Filarmonica Marchigiana ha eseguito come sempre precisa e coesa.
Applausi anche per il Coro Lirico Marchigiano V. Bellini guidati da Christian Starinieri.
Il Festival si concluderà con Carmina Burana di Carl Orff venerdì 7 agosto.



















