Giorgio Scerbanenco, inventore del nuovo romanzo poliziesco italiano
di Alberto Pellegrino
28 Gen 2026 - Fumetti, Letteratura
Un omaggio a Giorgio Scerbanenco inventore del nuovo romanzo poliziesco italiano nel 60° anniversario di uscita dei romanzi “Venere privata” e “Traditori di tutti”.
Wladimiro Giorgio Scerbanenko (1911–1969), giornalista e scrittore di origine ucraina, nasce a Kiev, che allora faceva parte della Russia zarista, da Valeriano Ščerbanenko e dall’italiana Leda Giulivi che si sposano a Roma il 28 aprile 1908 per poi trasferirsi a Kiev dove nasce Giorgio, ma la madre ritorna a Roma quando il figlio a sei mesi. Madre e figlio tornano in Russia nell’estate del 1920 e scoprono che l’anno prima Valeriano Ščerbanenko è stato fucilato dai bolscevichi nel cortile dell’Università di Kiev insieme ai suoi studenti. Le autorità sequestrarono i loro passaporti, ma i due dopo un avventuroso viaggio in nave riescono a rientrare a Roma, ma il governo italiano riconosce loro soltanto lo status di apolidi. Scerbanenco otterrà la cittadinanza italiana solo nel 1935 per il requisito della residenza ininterrotta dal 1921 e non per ius sanguinis, nonostante sia un italiano di madrelingua e questo è stato il più grave rammarico che l’ha accompagnato durante tutta la vita. Le difficoltà burocratiche ed economiche impediscono a Scerbanenco di fare studi regolari, per cui può essere considerato un autodidatta dotato di un straordinario talento naturale come scrittore. Dopo aver fatto vari mestieri e l’autista della Croce Rossa, nel 1934 entra nel mondo dell’editoria come redattore di alcuni periodici Rizzoli e nel 1937 passa alla Mondadori. Nel 1939 entra nell’albo dei giornalisti professionisti e assume l’incarico di caporedattore dei periodici Mondadori. Tiene sul periodico Grazia la rubrica Posta del cuore, scrive per l’EIAR cinque radiodrammi di discreto successo, collabora con i quotidiani L’Ambrosiano, la Gazzetta del Popolo, il Resto del Carlino e il Corriere della Sera (1941-1943). Nel settembre 1943 si rifugia in Svizzera e nel dopoguerra torna alla Rizzoli e diventa direttore del periodico Novella, curando anche qui la rubrica della Posta del cuore; inoltre fonda e dirige la rivista Bella. Scrive circa 60 romanzi rosa, western, polizieschi e di fantascienza. Muore nell’ottobre del 1969, quando è all’apice del suo successo, in seguito ad un arresto cardiaco.
Le origini del romanzo poliziesco italiano
Per quanto riguarda il genere poliziesco, Scerbanenco scrive, tra il 1940 e il 1942, sette romanzi (Sei giorni di preavviso, La bambola cieca, Nessuno è colpevole, L’antro dei filosofi, Il cane che parla, Lo scandalo dell’osservatorio astronomico, La valle dei banditi), che sono tutti ambientati negli Stati Uniti e che hanno per protagonista l’ispettore Artur Jelling, archivista della polizia di Boston, un uomo dotato di un particolare acume investigativo con il quale risolve casi più intricati di omicidi, con storie ambientate all’estero secondo le tendenze del tempo, Il romanzo giallo nasce con la collana edita da Mondadori nel 1930 e prende il nome dal colore della copertina dei libri e i “giallisti” italiani sono tutti “esterofili”, perché il regime fascista non accetta l’idea che nella perfetta società creata dal fascismo sia possibile commettere dei delitti. Costituiscono una eccezione i romanzi di Alessandro Varaldo, ambientati a Roma con il commissario Ascanio Bonichi e l’investigatore privato Arrighi, nei quali l’autore riesce a conciliare intrigo, ironia e ossequio all’ordine imposto dal regime fascista. Il vero maestro del poliziesco italiano è Augusto de Angelis con il suo commissario De Vincenzi che è protagonista di una serie di romanzi dal breve successo, perché la censura del regime fascista impone il sequestro dei suoi romanzi e la chiusura della collana dei Gialli Mondadori, perché vede con sospetto il genere letterario noir considerato un prodotto della cultura straniera. Nel 1943 De Angelis è arrestato con l’accusa di antifascismo e trasferito nel carcere di Como, dal quale nel 1944 esce estremamente debilitato e torna a Bellagio, dove incontra un fascista repubblichino che lo aggredisce con pugni e calci, tanto da causarne la morte. I suoi romanzi cadono nel dimenticatoio fino a quando sono riscoperti nel 1963 da Oreste Del Buono, che considera De Angelis l’unico romanziere poliziesco italiano esistito durante il fascismo.
Scerbanenco inventa il nuovo romanzo poliziesco
A metà degli anni Sessanta, Scerbanenco decide di abbandonare le vecchie trame e ambientazioni per un nuovo tipo di romanzo poliziesco che gli danno un improvviso prestigio, tanto da farlo considerare il maestro di una successiva generazione di giallisti italiani che oggi occupano un ruolo di preminenza nel quadro della letteratura poliziesca internazionale (Loriano Machiavelli, Antonio Manzini, Luciano Anselmi, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Sandrone Dazieri, Marcello Fois, Gianrico Carofiglio; Maurizio De Giovanni, Giancarlo De Cataldo).
Proprio nel 1966 escono i due romanzi Venere privata e Traditori di tutti destinati a rivoluzionare il panorama del poliziesco italiano. Scerbanenco si fa interprete delle angosce e della rabbia della gente comune, per costruire queste storie violente e dolorose, che formano il ciclo costituito dai due romanzi già indicati insieme a I ragazzi del massacro, I milanesi uccidono il sabato, le raccolte di racconti Milano calibro nove, Il centodelitti, Il cinquecentodelitti, Racconti neri, Nebbia sul Naviglio e altri racconti gialli e neri, i quali riletti oggi appaiono uno spaccato umano e drammatico di un’Italia degli anni Sessanta, contraddittoria, ansiosa di emergere, cattiva e disincantata, lontana dalla immagine edulcorata e brillante che veniva data durante il boom economico.
Al centro di queste storie vi è una Milano in profonda trasformazione, dove si mescolano in modo inestricabile il nuovo benessere e i disagi sociali, i vecchi quartieri ancora confinanti con la campagna e i luoghi simbolo della ricchezza. Nel 1968 Traditori di tutti viene riconosciuto il miglior romanzo straniero con l’assegnazione a Parigi del prestigioso Grand prix de littérature policière, che sancisce l’affermazione letteraria dei romanzi legati alla figura di Duca Lamberti. “La scrittura di Scerbanenco mette fine al processo di americanizzazione che fino ad allora era stato necessario nella letteratura gialla per dare una certa dignità ad autori e pubblicazioni nostrane. Il suo stile, caratterizzato dal ritmo incalzante e dalla cura nei particolari, fu molto amato dal pubblico di allora e riuscì a riabilitare il genere noir che in Italia fino ad allora dipendeva da stereotipi. Le sue storie sono ambientate in una Milano dove dilaga la delinquenza e l’indifferenza” (Andrea D’Amico, www.ilportoritrovato.net).
È lo stesso Scerbanenco a tracciare il profilo fisico e psicologico del protagonista: “Non ho pensato al protagonista come ai soliti investigatori privati, commissari di polizia, avvocati, preti, bensì a un medico […] Duca è addirittura un ex medico, cacciato dall’ordine per avere aiutato a morire la vecchia signora Maldrigati, malata di cancro, e condannato. Dopo tre anni di carcere, Càrrua, vecchio amico di suo padre, alto funzionario della Questura di Milano, gli propone un lavoro da rappresentante di prodotti medicinali oppure quello di collaboratore della polizia. È con questo incarico che tuttora partecipa alle indagini. […] Non dovrebbe avere più di trentacinque anni. È nato in Romagna. Sua madre muore quando lui è un ragazzo. Suo padre, malato di cuore, muore d’infarto quattro giorni dopo che è andato a trovarlo in prigione. Anche lui lavorava nella Questura di Milano dopo essere stato trasferito dalla Sicilia dov’era rimasto ferito da una coltellata a una spalla da un giovane mafioso. Faceva il poliziotto con fredda passione, ricorrendo spesso al pugno in faccia contro tutti coloro che trasgredivano la legge. Comandamento che ha trasmesso a suo figlio. La famiglia ora è ridotta a lui e a sua sorella Lorenza di ventidue anni, che ha avuto una figlia illegittima di nome Sara. L’ho chiamato Duca perché nella miseria avesse almeno un nome nobile […] Porta i capelli corti, è magro e molto alto. […] Gli piace ballare, giocare a scopa, risolvere cruciverba e ha il vizio del fumo. […] Non possiede auto. Guida l’Alfa della polizia, ma lascia più volentieri il poliziotto Mascaranti a fargli da autista. Riguardo alla vita sessuale di Duca Lamberti, ce n’è poca nei romanzi, ma posso assicurare che il suo atteggiamento verso le donne è quello di qualsiasi uomo normale, vigoroso e sano. C’è da tenere in conto tuttavia, che la prolungata continenza in carcere genera un’abitudine alla castità. […] Il carattere di Duca non è esemplare. È suscettibile e irascibile, non concede confidenze e non vuole che lo si chiami dottore. In alcuni casi è addirittura cinico e manesco. Per lui la polizia delle paroline buone, della persuasione fabbrica solo nuovi delinquenti. Meglio dare ai malviventi un pugno in faccia prima, poi fare loro le domande. Odia in particolare i bari e i traditori e non nutre simpatia per gli invertiti. Ma Duca è anche una persona sensibile: vorrebbe liberare l’umanità dal flagello dell’alcolismo, dalla paura della morte, dallo sfruttamento della prostituzione, dallo strapotere della criminalità organizzata”.
Duca Lamberti e la città di Milano
Nei precedenti romanzi polizieschi di Scerbanenco, la città di Boston è un’entità lontana e immaginaria, mentre in questi due romanzi Milano ha dei connotati precisi e databili; è un luogo mitico e nello stesso tempo reale, dove i personaggi si muovono sotto l’occhio vigile dell’autore. La società italiana sta abbandonando una cultura provinciale e una economia prevalentemente agricola per avviarsi verso un processo d’industrializzazione con una delinquenza che si adatta rapidamente a questo accelerato modello sociale, per cui l’assassino non è più il privato cittadino di estrazione borghese, ma il killer professionista, il mercante di armi e della droga, un componente della criminalità organizzata, rappresentanti di una gioventù “bruciata” da voglie di successo e da violente pulsioni sessuali.
Duca Lamberti è essenzialmente un uomo emarginato e frustrato nelle sue aspirazioni, sempre impegnato in un eterno conflitto con la società dei consumi di massa, dove gli emarginati sembrano esseri umani sperduti in una specie di labirinto esistenziale. Per questo nasce la sua scarsa fiducia nell’umanità e nelle istituzioni, per cui si trova costretto a sopravvivere in una società-giungla, ad essere aggressivo quando è necessario, perché si è formato alla “scuola dei duri” e le sue indagini sono il viaggio in un “purgatorio urbano”, dove si rischia di rimanere avvolti nella vischiosità del male. Lamberti è un investigatore glaciale, sistematico, moralmente intransigente, tormentato da una dolente umanità che si nasconde dietro l’uso costante del ragionamento sillogistico, della obiettività scientifica e, in certi casi, di una esplosione della violenza, ma in tutte le situazioni rimane un poliziotto che affonda ogni giorno le mani nella melma sociale: “Come medico, aveva troppa pietà dei malati, voleva proprio guarirli, voleva proprio aiutarli anche quando, come in quel caso, era una pericolosa e oscura pagliacciata, e aveva anche dolore del loro dolore, uno così non deve fare il medico” (Traditori di tutti). Secondo Oreste del Buono, questo personaggio nasce dalla “mistura slava”, dalla “capacità di fiutare il male e il dolore, l’umiliazione e il dolore, il delitto e il castigo” che aveva il suo autore e che si avvertiva in quegli anni Sessanta e questo aiuta a comprendere sia quei gangster di allora alle prese con la tratta delle bianche, i primi traffici di droga, il commercio delle armi, criminali che sono per metà manager e per metà artigiani, ai quali contrappone un investigatore atipico come Lamberti portatore di ideologia che non è né di destra né di sinistra, ma che scavalca la morale ufficiale e la stessa legge.
Duca Lamberti non è un eroe stereotipato, ma un uomo pieno di dubbi e di problemi psicologici che si muove sullo sfondo di una metropoli che sta diventando una capitale del crimine, dove si confrontano malavitosi che ancora rispettano un loro codice di correttezza professionale e criminali che si comportano in modo crudele e selvaggiamente efferato. Siamo di fronte a una giungla urbana, dove si agisce con brutalità e si reagisce con altrettanta brutalità da parte di un poliziotto che rifiuta l’uso delle armi, ma che usa a volte la violenza fisica secondo un concetto di giustizia ispirato da istanze etico-sociali. Di fronte a una realtà segnata da un sadismo erotico, da un’aggressività che sfocia spesso nella tortura e in massacri di delirante efferatezza, il Lamberti di Scerbanenco cerca di riscattare questo scenario di orrori con un suo ideale di giustizia reso accettabile dallo squallore di questa Milano soffocata dal caldo, intrisa di pioggia, avvolta nella nebbia, ma sempre malefica per una concentrazione di vizi, di vendette e di una violenza vista come una malattia sociale a cui contrappone un sentimento di dolente umanità. Lamberti non è più il detective tradizionale che operava in una società borghese, nella quale l’ordine interno era devastato dall’evento delittuoso, per cui al poliziotto spettava il compito di riportare l’equilibrio. Nel nuovo romanzo poliziesco l’investigatore viene demitizzato, posto al centro di una realtà sempre più complessa con una definizione ideologica e politica più definita, costretto a fronteggiare dei crimini che si mescolano ai problemi dell’esistenza quotidiana.


“Venere privata”
In questo romanzo, oltre alla figura di Duca Lamberti, hanno rilievo i due personaggi femminili di Alberta Radelli e di Livia Ussaro: la prima è la vittima sacrificale di un ambiente corrotto; la seconda è una sociologa che si offre per arrivare a una soluzione drammatica della vicenda. Nella scrittura di Scerbanenco appaiono alcune tare narrative tipiche dei primi anni Sessanta: un certo disprezzo per l’omosessualità maschile; alcuni atteggiamenti borderline verso il comportamento delle donne, che riguardano la sessualità femminile tipici dell’immaginario erotico maschile. Dice Livia Ussari: “Da un punto di vista sociale è un errore o no che la donna abbia il diritto di prostituirsi, ma, sottolineo, privatamente? E solo quando lo voglia soltanto lei, senza nessun’altra spinta?” (Venere privata); poi aggiunge: “È difficile sposarsi quando si è intelligenti. Certo, alla fine tutte si sposano, ma una donna intelligente vuole sposarsi bene, ed è difficile che incontri l’uomo adatto […] La donna è una merce troppo richiesta, rappresenta un fattore economico e sociale troppo vivo perché non vi si crei intorno tutta una struttura di interessi”, che appare come la consapevolezza che la gestione del proprio corpo è la sola libertà che una donna possa ottenere in una società che non le garantisce l’autonomia economica ed è sostanzialmente maschilista.
Alberta è una giovane commessa trovata morta nella periferia di Milano. Duca Lamberti, dopo tre anni di carcere, ha bisogno di lavorare e accetta di prendersi cura del figlio alcolizzato di Pietro Auseri, un ricco imprenditore milanese. Duca deve aiutare il giovane a disintossicarsi, ma scopre che il giovane è entrato in crisi, perché si ritiene responsabile della morte di Alberta, per cui viene coinvolto nell’indagine condotta dal commissario Càrrua. Nella nebbia di Milano Lamberti scopre un traffico di giovani donne che si prostituiscono per bisogno o per curiosità, di squallidi commerci di pornografia, di omicidi sui quali indaga Lamberti con la complicità di Livia, la giovane che si offre come esca per catturare l’assassino di Alberta. L’uomo e il suo complice l’attirano in uno studio fotografico per modelle, la torturano per farla parlare e le infliggono 77 tagli sul volto fino a quando sopraggiunge Lamberti che arresta gli assassini e salva la povera Livia, sua futura compagna.


“Traditori di tutti”
Questo romanzo, pubblicato sempre nel 1966, ha ancora per protagonista Duca Lamberti, che alla fine scoprirà la sua vocazione alle indagini e deciderà di diventare un collaboratore della polizia. Nel suo studio medico clandestino si presentano clienti che hanno qualcosa da nascondere: in particolare donne per fare un aborto; giovani che vogliono ritrovare con un intervento chirurgica la loro “illibatezza”, allora condizione indispensabile per rendere rispettabile una donna. La storia prende l’avvio da una questione medica per poi trasformarsi in una operazione di polizia ed è sempre ambientata a Milano, quando una misteriosa ragazza americana spinge un’auto nel Naviglio Pavese con dentro l’equivoco avvocato Turiddu Sompani e della sua compagna Adele Terrini, due anziani ubriachi e semiaddormentati che annegano. Dopo il delitto la ragazza ritorna negli Usa. Alcuni giorni dopo Duca Lamberti viene a sapere della morte di Sompani e ricorda di aver conosciuto l’avvocato in carcere per aver provocato l’annegamento di un suo amico e della sua compagna in circostanze che ricordano quelle della sua morte. Duca è contattato da un certo Silvano Solvere, che si presenta come amico di Sompani e chiede di eseguire, dietro una lauta ricompensa, un intervento di imenoplastica sulla sua amante Giovanna Marelli, perché il giorno dopo dovrà sposare il ricco commerciante Ulrico Brambilla che pretende di unirsi con una ragazza vergine. Alcuni indizi fanno sospettare un legame tra Solvere e un’ignota organizzazione criminale, per cui Lamberti informa il commissario Càrrua, che gli mette a disposizione il fido brigadiere Mascaranti. Dopo l’operazione, Giovanna riparte con Silvano, ma i due sono uccisi a colpi di mitra e la loro auto finisce nel Naviglio. Partendo da una valigetta con dentro un mitra lasciatagli dalla ragazza, Duca scopre che l’intera vicenda ruota attorno al ristorante La Binaschina scelto come base da criminali dediti al traffico delle armi e della droga, allo sfruttamento della prostituzione. Nella banda tutti hanno tradito tutti gli altri per ricavare per sé il massimo profitto, ma tutti vengono uccisi meno il gigantesco killer Claudino che ha torturato e fatto a pezzi il macellaio Brambilla, imprenditore e criminale a tempo pieno. Il gigante viene immobilizzato e arrestato da Lamberti e Mascaranti. Tutto sembra concluso, quando la giovane Susanna Paany ritorna dagli Stati Uniti e si costituisce perché ha ucciso il Sompani e la Terrini per vendicare la morte del padre, un ufficiale americano torturato e assassinato dalla coppia alla fine della guerra, torturato e ucciso per sapere se aveva con sé del denaro. I due criminali facevano le spie per i nazisti e i fascisti, per i partigiani e gli alleati. Susanna si era messa sulle loro tracce, per poterli uccidere, ma tormentata dai rimorsi era tornata per costituirsi, perché non voleva che quel delitto la rendesse simile ai due assassini.


I romanzi polizieschi di Scerbanenco e i mass media
Il successo riscosso dai romanzi di Scerbanenco ha attirato l’attenzione del cinema e sono stati prodotti diversi film anche da registi affermati come Yves Boisset, Duccio Tessari e Carlos Saura. Recentemente Scerbanenco è entrato nel mondo del fumetto con due graphic novel di Paolo Bacilieri, autore di Venere Privata (Oblomov, 2022) e Traditori di tutti (Oblomov, 2025), due appassionati omaggi a questi “classici” del giallo italiano da parte di uno dei più importanti disegnatori italiani, che ha riproposto con efficacia l’atmosfera oscura e spietata della Milano anni Sessanta. È riuscito a ricreare luoghi e persone con il suo stile grafico inconfondibile, che si distingue per il tratto dettagliato e incisivo, l’uso sapiente del bianco e nero, la capacità di rendere le cupe atmosfere della metropoli lombarda, l’uso d’inquadrature cinematografiche dal forte impatto visivo e di vignette ricche di dettagli che immergono il lettore in una narrazione densa e coinvolgente. Bacilieri ha dato credibilità figurativa a Duca Lamberti con il suo tormento interiore e il suo personale senso di giustizia, collocandolo al centro di un ambiente ostile, degradato, segnato dalla corruzione e dalla violenza, mantenendo le giuste atmosfere iconiche proprie del torbido e affascinante universo di Scerbanenco.
I due romanzi di Duca Lamberti mai scritti
Gian Franco Orsi ha recuperato le anticipazioni di due libri su Duca Lamberti che purtroppo l’autore non ha avuto il tempo di scrivere. Il quinto romanzo della serie si sarebbe intitolato I pulcini e il sadico. Duca e Livia si sono sposati e hanno a disposizione 15 giorni per la luna di miele. Decidono di andare a Parigi anche se Duca odia la grandeur de la France, ma prima passano da Chalon sur Saone, dove vive Sebastian, il fratellino dodicenne di Livia. Dal giornale apprendono che Yves, un suo compagno di scuola, è stato seviziato e ucciso; si tratta del secondo omicidio e si pensa che sia opera dello stesso assassino. La coppia si precipita dal ragazzo che è orfano di entrambi i genitori ed è disperato per la morte dell’amico. Livia spinge Duca a indagare sul crimine e Sebastian si dice pronto a fare da esca per attirare l’assassino, sarà sufficiente dotarlo di un segnalatore radio collegato alla polizia. Compare Beatrix una bellissima ragazza di 12 anni, di cui i due ragazzi erano invaghiti; anche lei cerca di convincere Duca che invece ritorna a Milano con Livia. Mentre due gemelli di 13 anni sono barbaramente uccisi in Piemonte, Sebastian e Beatrix arrivano a Milano e il commissario Càrrua accetta l’idea del ragazzo a fare da esca, ma saranno quattro i ragazzi ad andare in altrettanti quartieri, seguiti dalle macchine della polizia. Il primo risultato ottenuto è l’arresto di numerosi “anormali” che sono anche persone insospettabili e famose. Un segnale di pericolo arriva da Sebastian che viene trovato ferito, mentre l’assassino (un nobile francese) è catturato da Lamberti, che riporta a casa i due ragazzi e potrà finalmente fare la luna di miele con Livia. Il sesto romanzo si sarebbe dovuto intitolare Le sei assassine: una donna riceve una lettera anonima nella quale si dice che il marito Goffredo, uomo bellissimo e più giovane di lei, è stato assassinato nel parco di Milano e si indicano sei nomi di donna tra cui cercare l’assassina. Lamberti, durante le indagini, trova nello studio del morto molti nomi e indirizzi di donne, fra cui quelli delle probabili assassine. Le sei ragazze sono state tutte amanti di Goffredo, ma solo due, Colette e Alessia, destano seri sospetti; poi si scopre che sono due travestiti e che Colette ha ucciso Goffredo per un’assurda gelosia.
Bibliografia
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