Francesco d’Assisi, il cinema e la tv. Seconda parte: Liliana Cavani, Franco Zeffirelli e i serial tv
di Alberto Pellegrino
30 Mar 2026 - Approfondimenti cinema
In occasione dell’ottavo centenario francescano presentiamo il secondo saggio dedicato da Alberto Pellegrino al rapporto tra San Francesco, il Cinema e la televisione. In questa seconda parte viene analizzata l’opera di Liliana Cavani, Franco Zeffirelli e i serial tv.
(Tutte le foto utilizzate sono di pubblico dominio o messe a disposizione nell’area press delle case di produzione)
Tra banalità e poesia, interpretazioni rivoluzionare e spettacolarizzazioni, il cinema ha esplorato diversi aspetti del santo più famoso e poliedrico del cattolicesimo, presentandolo di volta in volta come un mistico, un pacifista, un sognatore, un contestatore fuori dagli schemi tradizionali. La figura di Francesco appare per la prima volta sul grande schermo con Il Poverello di Assisi di Enrico Guazzoni (1911), un film dove la vita del santo (interpretato da Emilio Ghione, un celebre attore del muto) è rappresentata con una serie di tableau vivant. Nel 1918 viene prodotto Frate Sole di Ugo Falena, il primo kolossal in cui la storia di Francesco è raccontata attraverso un poema sacro di Mario Corsi suddiviso in quattro “canti” (Il bacio del lebbroso, Sulle orme del Poverello d’Assisi, Il tempio, Le stigmate), accompagnato dalle musiche per orchestra e coro di Luigi Mancinelli, un’opera che si caratterizza per le sontuose scenografie e l’uso di sorprendenti (per quel tempo) effetti speciali. La stagione del muto si chiude con il film Frate Francesco con la regia di Giulio Cesare Antamoro (1927) e la sceneggiatura del commediografo Aldo De Benedetti: la vita del santo è narrata dalla turbolenta giovinezza alla conversione, dalla formazione del primo gruppo di seguaci all’incontro con Chiara, dal viaggio in Palestina per incontrare il Sultano alla creazione del Cantico delle creature, per chiudersi con il definitivo incontro con “Sorella Morte”. Il primo film sonoro è prodotto in Messico e s’intitola San Francisco de Asís di Alberto Gout (1944), un’opera di scarso valore storico e artistico, perché non si basa su fonti storiche, ma su episodi romanzati e leggendari. Il primo kolossal hollywoodiano è Francesco d’Assisi di Michael Curtiz (1961), il quale non riesce a dare forza narrativa e toni epici alla storia del Poverello di Assisi, una figura estranea alla cultura del regista, la cui fama era legata al film d’avventura Robin Hood e a Casablanca, un film “leggendario” per l’interpretazione di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.
Liliana Cavani e il primo film su Francesco
Nel 1966 Liliana Cavani è una giovane regista che, dopo la laurea in lettere e il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, è stata assunta dalla Rai e riceve l’incarico di fare una trasmissione su Francesco d’Assisi. Nonostante la sua formazione laica, la Cavani è rimasta colpita dalla lettura della Vita di San Francesco di Paul Sabatier e considera il santo una figura particolarmente moderna e attuale tanto da anticipare una rivoluzione generazionale che si sta profilando all’orizzonte. Chiede pertanto di fare un vero e proprio film intitolato Francesco d’Assisi, che sarà il primo, prodotto dalla televisione italiana. Il soggetto e la sceneggiatura sono della stessa Cavani e di Tullio Pinelli, la fotografia è di Giuseppe Ruzzolini, la scenografia di Virgilio Marchi, i costumi di Ezio Frigerio. Nel cast sono presenti attori affermati come Giancarlo Sbragia (Pietro Bernardone), Maria Grazia Marescalchi (Pica Bernardone), Mino Bellei (fra’ Bernardo), Marco Bellocchio (Pietro di Stacia), Riccardo Cucciolla (fra’ Leone). La parte del protagonista è assegnata all’attore svedese Lou Castel e questo è un primo motivo di scandalo, perché Castel è diventato noto in Italia per avere interpretato I pugni in tasca (1965), l’opera prima di Marco Bellocchio che aveva suscitato infinite polemiche per la durezza dei temi affrontati con particolare riguardo alla crisi della famiglia tradizionale e ai segni di rivolta del mondo giovanile.
Francesco di Assisi. La versione integrale e restaurata del capolavoro di Liliana Cavani del 1966. L’allora giovane regista scelse di raccontare la vicenda di un uomo straordinario attraverso uno sguardo realistico e sobrio, senza orpelli d’intento agiografico. Guarda il film su RaiPlay al seguente link:
Il film viene diviso in due puntate trasmesse in prima serata sul programma nazionale il 6 e l’8 maggio 1966, riscuotendo un inaspettato successo con 20 milioni di spettatori nonostante abbia un andamento quasi documentaristico con la presenza di didascalie esplicative che introducono i vari episodi suddivisi in due parti. Nella prima si narra il passaggio di Francesco da figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone alla conversione determinata da una totale adesione ai valori del Vangelo, alla rinuncia dei beni di famiglia e alla decisione di fondare un movimento che esalti la povertà e la carità.
Nella seconda parte Francesco si reca a Roma con la sua piccola comunità per ottenere dal papa Innocenzo III la regola del nuovo ordine. I primi dissidi interni per mantenere il rispetto della “Regola” e la purezza originaria del Vangelo. Seguono poi le drammatiche sequenze del ritiro nell’eremo della Verna, il comparire delle stimmate il 14 settembre 1224, la malattia, infine il ritorno nella Porziuncola e la morte nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, circondato dai suoi discepoli.
Rispetto a Rossellini, la Cavani introduce nuovi e interessanti elementi di ordine storiografico: la rappresentazione di un giovane rivoluzionario che da rampollo scapestrato di buona famiglia si trasforma in testimone e predicare della Buona Novella al di fuori dalle regole imposte dalla Chiesa ufficiale. Francesco è mosso dalla convinzione che Dio sia soprattutto amore e sia presente in tutte le forme della natura in una specie di panteismo, che desta forti sospetti negli ambienti ecclesiastici. La sua conversione non è più una follia, ma la logica evoluzione di un percorso lucidamente maturato e spinto fino alle estreme conseguenze. Nell’opera della Cavani non c’è il preciso momento in cui Francesco incontra Dio (che Rossellini dava per scontato), ma c’è il momento in cui il giovane diventa un contestatore assoluto, il testimone di una religiosità “umana” che rende il sovrannaturale qualcosa di terreno con il totale denudamento di chi rinuncia a tutto per abbracciare la povertà.
Questo Francesco non fa miracoli, non parla con gli animali e con la natura, ma diventa la “reincarnazione” di Gesù di Nazareth, perché “si presenta come un seguace di Cristo che si fa Cristo egli stesso in un crescendo di schizofrenia lucida, al punto di sfiorare i confini della autoironia e della autocritica, che ne indicano la saggezza di fondo e la unicità della manifestazione. È questa sensazione di febbrile e intensa lucidità, di visione malata a fare del Francesco un film che si spinge oltre la cronaca e il verismo, giungendo anche oltre al neorealismo. Un film che disintegra il verismo e ripensa il neorealismo; ed è questa sensazione a conferire al personaggio centrale dell’opera una qualità di segno non “vero” ma esatto, non “umano” ma disumano”, perché in questa opera si rinuncia “alla mediocrità di mondo imperialista e capitalista che film e personaggio rifiutano decisamente” (Ciriaco Tiso, Liliana Cavani, Il Castoro, La Nuova Italia, 1975)
La Cavani e il secondo film su Francesco
Dopo diversi anni, quando è diventata una delle registe più importanti del cinema italiano per aver girato opere importanti come Galileo, I cannibali (interpretazione moderna dell’Antigone di Sofocle), Al di là del bene e del male (da Nietzsche) e Il portiere di notte, la Cavani decide nel 1989 di fare un film ancora dedicato a Francesco d’Assisi. Questa volta si tratta di un kolossal capace di conciliare rigore storico, afflato poetico, religiosità popolare, spettacolarità ed esaltazione non più mistica ma “eroica” del personaggio. Il film, ancora prodotto dalla Rai, si basa su un soggetto e una sceneggiatura della stessa Cavani (con Roberta Mazzoni), con i costumi e la scenografia di Danilo Donati (che ottiene il David di Donatello, il Nastro d’argento e il Ciak d’oro), la fotografia di Giuseppe Lanci ed Ennio Guarnieri, le musiche di Vangelis. Ancora una volta fa discutere la scelta del protagonista che cade sull’attore americano Mickey Rourke, divenuto celebre come sex symbol per avere interpretato Nove settimane e ½, il più “scandaloso” film erotico degli anni Ottanta. Ritenuto improbabile e inadatto prima dell’uscita del film, Rourke rivela invece una notevole capacità interpretativa anche se spinta più verso il versante “eroico” che quello “mistico”.
Alla base del film c’è un lavoro di ricerca e di studio delle fonti, un’analisi introspettiva sui personaggi e dei rapporti sociali nel Medioevo, partendo dal documento La leggenda dei tre compagni, una biografia non riconosciuta dall’Ordine francescano, scritta dai frati Leone, Rufino e Angelo che inizia così: “Queste sono alcune memorie, scritte da tre compagni del beato Francesco, sulla vita e condotta di lui mentre era nel mondo, sulla meravigliosa e perfetta sua conversione, sulla perfezione dell’origine e del fondamento dell’Ordine in lui e nei primi frati”.
La Cavani decide si basarsi sul recupero della memoria di quanto è rimasto nei confratelli che sono stati vicini a Francesco e fedeli al suo insegnamento. Non si fa cenno alla vita gaudente che precede il mutamento di vita del santo; sottolinea invece la crudeltà della piccola guerra locale alla quale partecipa; dà particolare rilievo alla figura di Chiara che entra a far parte del percorso di memoria attraverso il meccanismo dei flash-back durante i quali la donna e i frati, raccolti in preghiera dopo la morte del santo, rievocano gli episodi salienti della sua vita. Il film procede per scene madri, alternando momenti di gioiosa esaltazione ad altri di contenuta drammaticità senza sottovalutare il messaggio del patrono d’Italia sempre schierato dalla parte degli scarti e delle periferie dell’umanità, senza sminuire le critiche e l’opposizione verso quei suoi confratelli che hanno iniziato ad “adattare” il messaggio evangelico a forme di vita più edulcorate.
I due film della Cavani nascono in contesti storici fra loro diversi. Il primo nasce quando molte cose stanno cambiando nella Chiesa cattolica sotto il pontificato di Paolo VI, dopo i fermenti suscitati da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Sono anni in cui la Chiesa è chiamata a navigare in acque agitate, divisa tra fautori dell’innovazione e difensori della tradizione che cercano di frenare ogni cambiamento. La società civile non si presenta meno perturbata, perché si avvertono i primi segnali del Sessantotto, l’anno della contestazione generale del sistema.
Nel periodo del secondo film il pontificato di Giovanni Paolo II è al suo apogeo; cade il muro di Berlino; si assiste al successo straordinario delle “Giornate mondiali della gioventù”, tutti eventi che proiettano la figura del papa a livelli planetari. La Cavani, se prima aveva presentato Francesco come un contestatore totale, ora sceglie la strada dell’eroe di strada che sta dalla parte dei poveri e degli emarginati che vivono nelle periferie delle moderne megalopoli, per cui tratteggia la figura di un santo non “mistico”, ma corporeo e lontano dalla oleografia propria di una religiosità ormai superata.
Il terzo film della Cavani su Francesco
Un autore, caso unico nella storia del cinema, ritorna per la terza volta a trattare lo stesso argomento come fa la Cavani, che nel 2014 realizza una serie televisiva prodotta da Rai Uno e dedicata a Francesco d’Assisi. Uno degli obiettivi del film è quello di riabilitare la figura di frate Elia liberandolo dalla “maledizione” che lo ha segnato per secoli come “traditore” dell’ideale francescano nelle fonti storiche, nella letteratura e nella cinematografia del Novecento: “Ho voluto sottolineare il forte legame che c’è tra Francesco ed Elia fino alla fine – ha detto la regista – un’amicizia resa possibile dal fatto che Francesco si rifiuta di giudicare gli altri”.
I fatti sono narrati da due importanti personaggi: il primo è Elia, laureato in giurisprudenza e legato a Francesco da una stretta amicizia, che diventerà alla fine il Superiore dell’Ordine; l’altro è Chiara che vuole ottenere dal Papa una regola che permetta alle “sorelle” di vivere in totale povertà secondo lo stile voluto da Francesco. La regista sceglie la via della quotidianità e dell’assoluta mancanza di enfasi per mostrare come, dopo la triste esperienza della guerra, Francesco decide di cambiare vita alla luce del Vangelo: ripara con alcuni amici una chiesetta diroccata e rinuncia a tutti i beni paterni. Si forma il primo gruppo di seguaci che svolge lavori occasionali, non accetta compensi in denaro, si nutre solo di prodotti della natura sufficienti per un magro sostentamento. Fondamentale è l’incontro di Francesco con il papa, al quale parla liberamente di voler applicare alla lettera le parole di Gesù contenute nel Vangelo. Ottenuto il riconoscimento da parte di Innocenzo III, i “penitenti di Assisi” si raccolgono in un grande raduno con seguaci che provengono da tutta l’Europa (episodio riferito nel “Capitolo delle stuoie”) e Francesco proclama che non deve essere lui il punto di riferimento ma Gesù. Sconvolto dagli orrori commessi dai cristiani nelle Crociate, Francesco va in Egitto e incontra il sultano Al Malik-Al Kamil, un uomo colto e aperto al dialogo, che lo fa curare per una infezione agli occhi dal proprio medico; è d’accordo che cristiani e musulmani sono figli dello stesso Dio e che combattersi in nome di Dio è un’assurdità. Chiede a Francesco di farsi latore di una proposta di pace che i crociati respingono. Quando torna dall’Egitto, trova che i “fratelli” hanno cambiato il modo di vivere, hanno costruito conventi, dove dedicarsi agli studi, trascurando il sostegno ai poveri. Nascono tensioni e conflitti all’interno del movimento che Francesco non riesce a controllare, per cui decide di allontanarsi e il suo posto è preso da frate Elia. A Francesco viene assegnato il compito di redigere la Regola del nuovo Ordine, che non è accettata, perché considerata troppo rigida. Allora Francesco perde la calma, grida che si vergogna tutte le volte che vede un povero che è più povero di lui, che se la povertà indicata nel Vangelo non è seguita dai nuovi “fratelli”, allora possono andarsene. Viene approvata una seconda Regola più “morbida”, manipolata e corretta da frate Elia e Francesco rimane sempre più isolato e i suoi primi compagni sono visti di malocchio da quelli che vivono in conventi al riparo dalla povertà. Indebolito nella vista e nelle forze, Francesco invoca Gesù e Leone lo trova svenuto sopra una lastra rocciosa con le mani e i piedi forati dalle “stimmate”. Frate Elia lo fa trasportare nella chiesa di San Damiano, dove Francesco detta a Leone il testamento, raccomandando di seguire le orme di Gesù; quindi disteso sulla nuda terra accoglie Sorella Morte con accanto Chiara che dice: “Ha amato Gesù così tanto, che il suo corpo è diventato simile al suo”.
Questo ultimo film della Cavani riflette un periodo di rapida evoluzione del mondo e della Chiesa guidata da un Papa venuto “dalla fine del mondo” e che ha scelto come nome “Francesco”. È il segnale di una Chiesa che vuole parlare alle periferie del mondo, che vuole condannare la guerra e proclamare il valore della pace, che vuole denunciare il prevalere degli interessi economici sulla dignità e sul rispetto degli uomini, delle donne e dei bambini di tutta la Terra. Pertanto, il film denuncia il grande inganno celato dietro il mito di uno sviluppo basato su valori effimeri; ricorda attraverso Francesco la terribile povertà che affligge intere popolazioni; pone al centro un Francesco che è un “innamorato” di Cristo (un alter Christus), che è affascinato da ciò che lo avvicina a Gesù (la povertà) e respinge ciò che lo allontana da lui (la ricchezza). Da questo nascono le divergenze con i “fratelli” troppo preoccupati di risolvere problemi amministrativi, giuridici, istituzionali, dai quali egli rimane sostanzialmente estraneo, perché questo Francesco è un giovane “della porta accanto”, uno come tanti ma fermo nel proclamare il suo amore per Gesù e la sua sposa, Madonna Povertà. È un uomo che non appartiene né al passato, né al presente, ma al futuro, perché il suo cristianesimo è fondato sulla solidarietà e sull’amore per gli emarginati di tutto il mondo, sul dialogo tra le religioni, sulla pace fra i popoli nella convinzione che uccidere in nome di Dio sia la peggiore delle bestemmie.
Il Francesco d’Assisi di Franco Zeffirelli
Franco Zeffirelli ha già conquistato grande popolarità con due film scespiriani (Giulietta e Romeo e La bisbetica domata), quando nel 1972 dirige forse il suo film migliore, un kolossal intitolato Fratello sole, sorella luna, che riflette le sue posizioni di cattolico conservatore, ma anche di abile uomo di spettacolo che sa conquistare l’immaginario collettivo tanto che le canzoni del film entrano nel repertorio della musica sacra. Scrive il soggetto e la sceneggiatura insieme a Suso Cecchi D’Amico e Lina Wertmuller; si avvale della fotografia di Ennio Guarnieri, della scenografia di Lorenzo Mongiardino, Gianno Quaranta e Giorgio Giovannini (che ottengono una candidatura agli Oscar), delle musiche di Riz Otolani, degli splendidi costumi di Danilo Donati, mentre Zeffirelli vince il David di Donatello per la migliore regia.
La colonna musicale ha un ruolo fondamentale e ancora oggi è una delle più celebri musiche da film: composta da Riz Ortolani, si avvale di due canzoni scritte dal musicista Jean-Marie Benjamin – Fratello sole, sorella luna e Preghiera semplice – ispirate a testi scritti dallo stesso Francesco e cantate da Claudio Baglioni, un giovanissimo cantautore egli inizi della sua carriera, mentre nella versione internazionale saranno interpretate dal cantautore scozzese Donovan.
Altrettanta importanza hanno le scenografie e gli splendidi costumi come le riprese in esterni che Zeffirelli cura in modo particolare, facendo ricostruire la chiesa di San Damiano a grandezza naturale nella Piana di Castelluccio di Norcia, girando diverse sequenze nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, nell’Abbazia di Sant’Antimo a Castelnuovo dell’Abate a Montalcino, nei boschi del grossetano, tra i vicoli e nel palazzo dei Consoli di Gubbio, nel Duomo di Monreale trasformato nella basilica di San Giovanni in Laterano a Roma. Il suo Francesco è una specie di “figlio dei fiori” che ama coniugare l’amore per il Vangelo con l’amore per la natura come un leader ecologico ante litteram, che si ribella al mito della ricchezza e del consumismo come fanno molti movimenti giovanili dell’epoca.
Zeffirelli tiene presenti le tensioni che stanno attraversando il mondo occidentale, perché nessuno meglio di Francesco d’Assisi può rappresentare l’antimilitarismo, lo sprezzo della ricchezza e del potere, la lotta al consumismo sempre più imperante, per cui crea un personaggio capace di attrarre con i suoi valori altri giovani come lui, che porta avanti una ribellione legata alla fedele interpretazione del messaggio evangelico che è stato manipolato dall’establishment laico e religioso. La cinica battuta di un alto prelato che chiude il film (“Non dobbiamo scomunicare Francesco, perché il suo messaggio ci permetterà di salvate il potere della Chiesa per altri duemila anni”), suggerisce un amaro realismo e una disincantata consapevolezza del potere che non riesce tuttavia a offuscare la grandezza di un uomo che continua a parlare a credenti e non credenti.
L’ultimo film su Francesco
Nel 2016 esce Il sogno di Francesco, un film diretto da Renaud Fely e Arnaud Louvet che narra le vicende biografiche di Francesco d’Assisi (Elio Germano) e che è incentrato sulla formulazione della Regola dell’ordine e quindi sulla lotta per vedere affermato il sogno del suo fondatore. Il tema principale è quindi il confronto tra la divina ispirazione di Francesco e la praticità politica dell’amico fraterno Elia da Cortona (Jérémie Renier) per quanto riguarda la travagliata stesura della regola francescana, focalizzandosi in particolar modo sul rapporto tra Elia e Francesco che entrano in contrasto circa la visione ideologica-teologica del movimento.
Nel 1209 Francesco ha appena subito il rifiuto da parte del papa Innocenzo III di approvare la prima versione della Regola e il suo amico Elia, che ora è a capo della confraternita e tiene i rapporti con il papato, consiglia Francesco di essere meno intransigente, mentre lui vuole battersi per non soffocare il suo sogno di amore e di fede verso Dio e verso la povertà che ha deciso di sposare. Per non perdere del tutto il suo sogno Francesco dovrà alla fine accettare una linea di compromesso, rinunciando in parte ai suoi ideali per ottenere il riconoscimento dell’Ordine e il film si chiude con questo interrogativo: che cosa resterà del sogno di Francesco?
Parte della critica apprezzerà lo sforzo degli autori per avvicinarsi alla figura umana del santo senza tenere conto dei testi ufficiali del francescanesimo con il rischio di cadere in qualche inesattezza storica. Viene posto l’accento sulla dicotomia tra sogno e realtà, tra utopia e storia, tra una radicale visione evangelica e la necessità di calarla realisticamente in una Regola, tenendo conto che la Chiesa del tempo considera il pauperismo una eresia. Il film si presenta come una riflessione sul valore di una utopia rivoluzionaria di fronte alla mediocrità e all’ipocrisia del Potere, come lo scontro tra il carisma spirituale di Francesco e le resistenze di molti confratelli con alcune forzature come il tentato suicidio di Elia che non ha alcun riscontro storico. Nel film Francesco si presenta come un esempio di ascetismo, la figura di un uomo che ama la povertà considerata un dono di Dio, un uomo che rimane lontano da una tradizionale e stereotipata agiografia, oggetto di un’amara riflessione laica che non si concentra solo sul santo ma anche sui confratelli. Una particolare rilevanza ha la figura poco nota di Elia da Cortona, che riscrive la Regola per ottenere dal papato il riconoscimento dell’Ordine, sacrificando la purezza dell’utopia francescana sull’altare della “politica”. Mentre Francesco è animato da una incrollabile fede, Elia ha paura di un vuoto che le buone azioni non possono colmare e confessa di non vivere in pace, di non conoscere la gioia offerta da Cristo, per cui cerca sicurezza per sé e per l’Ordine nelle proprietà terrene che possono dare una patria ai confratelli senza renderli una preda disarmata del mondo. Elia non è malvagio e agisce a fin di bene; non conosce la pienezza dell’amore di Cristo, ma si colloca in una Chiesa medievale che si presenta (forse in modo troppo convenzionale) ricca e chiusa in se stessa, che non rifiuta la novità di Francesco, ma cerca di sminuirne gli aspetti più estremi e provocatori. Storicamente la scrittura della regola non è avvenuta come il film la presenta e i registi hanno voluto dare al movimento francescano una forza utopica che nella realtà non possiede, ma il film vuole evidenziare una fede disarmata in Cristo e vista come realizzazione della propria umanità malgrado sia destinata a essere sconfitta dal potere.
La critica più severa ha invece giudicato il film come una operazione discutibile e farraginosa, perché priva di un focus ben definito anche a causa di una inefficace divisione in capitoli, che fa smarrire il bandolo della matassa in una sovrapposizione tra Medioevo e contemporaneità con una forzata polemica contro la potenza del denaro, il peso del pensiero unico che vuole monopolizzare la circolazione delle idee, il pragmatismo dell’economia di mercato e del capitale, sotto-testi ideologici che finiscono per indebolire la mite rivolta di Francesco, il cui sogno rimane ingabbiato in un racconto ibrido nel quale la fiction s’incontra con il romanzo storico, facendo perdere intimità e spessore alla straordinaria parabola francescana.
Il Francesco televisivo
Naturalmente la televisione nazional-popolare non si lascia sfuggire l’occasione di cavalcare la fama del santo umbro, Canale 5 produce e trasmette nel 2002 la fiction intitolata Francesco d’Assisi con la regia di Michele Soavi e con il ruolo del protagonista assegnato a un attore molto popolare come Raoul Bova, affiancato da Gianmarco Tognazzi, Mariano Rigillo, Toni Bertorelli, Erika Blanc e la francese Amélie Daure nel ruolo di Chiara. L’opera resta nella filmografia francescana un prodotto commerciale, perché il regista in quasi quattro ore non riesce a dire nulla di nuovo rispetto a quanto è stato già raccontato nei film di Rossellini, Cavani, Zeffirelli e quando tenta qualcosa di innovativo invece di rifarsi alle fonti inventa avvenimenti che non hanno nessun appoggio storico, che non riescono a dare spessore spirituale alla vita o alla personalità di Francesco.
Nel 2007 è la Rai a produrre la fiction Chiara e Francesco di Fabrizio Costa che, nonostante i limiti di un’operazione istituzionale, cerca d’introdurre qualcosa di innovativo nella filmografia francescana, mettendo in primo piano il rapporto tra Chiara e Francesco (interpretati da Mary Petruolo ed Ettore Bassi), riprendendo il tema rosselliniano del “giullare di Dio”, ricordando l’invenzione del presepe di Greccio, dando rilievo all’incontro con il Sultano. Sempre nel 2007 viene presentato al “Festival Popoli e Religioni” di Terni il film Il giorno, la notte. Poi l’alba di Paolo Bianchini, autoprodotto a basso costo e incentrato sull’incontro tra il santo – di ritorno dall’Egitto – e l’imperatore Federico II. Si tratta di un avvenimento che ha come unico fondamento storico il ritrovamento nel Castello Svevo di Bari di una targa quattrocentesca, nella quale si indica il luogo in cui sarebbe avvenuto nel 1220 l’incontro tra il Poverello di Assisi e lo Stupor Mundi. “Il film vuole immaginare questo evento – dice il regista – che contrappose due personaggi singolarmente moderni nei loro modi di pensare ed agire: entrambi convinti dell’inutilità delle guerre di religione, entrambi cercatori di armonie: mistiche e religiose quelle di Francesco, politiche e naturali quelle di Federico”.







