Effervescente “Pagliacci” all’Arena di Verona


di Alberto Pellegrino

5 Ago 2021 - Commenti classica

Dopo Cavalleria Rusticana debutta all’Arena di Verona una colorata ed effervescente versione dei Pagliacci. Serata dedicata al ricordo di Federico Fellini.

(Ph EnneviFoto)

Dopo il successo di Cavalleria Rusticana, con circa un milione di spettatori, il 3 agosto 2021 Rai3 ha mandato in onda in diretta dall’Arena di Verona l’opera di Ruggero Leoncavallo Pagliacci. La serata è stata dedicata al ricordo di Federico Fellini che ha molto amato il mondo del circo e del teatro di strada e che aveva manifestato il suo desiderio di fare una sua eventuale regia dell’opera di Leoncavallo. Il grande regista romagnolo ha sempre fatto riferimento nelle sue opere al mondo immaginario e fantasioso dei clown e del circo, al quale ha dedicato uno splendido e commovente documentario televisivo andato in onda nel 1970.  

La prima difficoltà da superare per la regia è stata la necessità di conciliare il mondo verista dell’opera con quello felliniano così fantastico e perfino surreale. Con una citazione del mitico Teatro 5 di Cinecittà sugli schermi sono stati proiettati i manifesti dei principali film felliniani, mentre una folla di suoi personaggi (dallo Sceicco Bianco a Ginger e Fred) e di clown ha riempito la scena e hanno danzato sulle note dell’opera, aprendo e chiudendo il primo atto. Durante l’Intermezzo sono state proiettate sul grande schermo le bellissime immagini in bianco nero dei film, i volti di Federico e di Giulietta Masina, gli affascinanti disegni felliniani, tutto materiale fornito dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e dal Fellini Museum di Rimini.

Tuttavia il primo atto è stato pertanto caratterizzato dalla contraddizione un po’ stridente tra questo mondo surreale e i caratteri veristi di un piccolo paese della Calabria, caratteri evidenziati da alcuni elementi (l’abbigliamento degli abitanti, il carrettino del gelataio, il venditore di palloncini, l’automobile dei comici) e da alcuni momenti topici dell’opera come “Un tal gioco, credetemi, è meglio non giocar”; il duetto tra Nedda e Tonio che le rivela la sua impossibile passione; la “ballatetta” di Nedda “Stridono lassù”, nella quale mostra il suo desiderio di libertà e di conquista di una nuova vita; il canto d’amore di Silvio “E allor perché tu m’hai stregato”; il rapporto amoroso tra i due amanti consumato sulla scena. La scenografia è apparsa un po’ anonima con quel grande scalone alquanto ingombrante collocato al centro della scena e il resto lasciato nella penombra e quindi reso quasi inconsistente.

Le cose si sono migliorate nel secondo atto, quando lo scalone si è aperto per dare forma a un grande palcoscenico riccamente colorato, sul quale si è svolto lo spettacolo (un esempio verista di teatro nel teatro) con un vorticoso girotondo di maschere e di personaggi come Colombina e Arlecchino (Riccardo Rados) che ha cantato la sua bella serenata carica di echi popolari nella versione di un piccolo Elvis Presley di paese. L’irrompere sulla scena di Pagliaccio (Canio) ha squarciato il sipario della finzione scenica, quando la maschera riacquista la sua umanità (“No, Pagliaccio non son”) e trasforma la farsa in tragedia, uccidendo sul palco i due amanti per concludere con il macabro annuncio “La commedia è finita!”.

Questo dramma, desunto dalla biografia dell’autore come viene accennato nel Prologo (“Un nido di memorie cantava in fondo all’anima”), può essere considerato nelle intenzioni dell’autore un piccolo “Manifesto del verismo”, perché in esso si rappresenta con realismo una storia di amore e gelosia, sensualità e violenza, orgoglio ferito e voglia di fuga da un mondo di povertà e di umiliazioni.  L’opera del 1892, che ha avuto e continua avere un grande successo nel mondo, da allora è inesorabilmente collegata all’altro capolavoro verista, Cavalleria rusticana (1890), anche se i due lavori sono musicalmente e culturalmente diversi, uniti solo dal tema della gelosia e del sangue, dall’ambientazione nel profondo Sud. Bene ha fatto l’Arena a mandare in scena i due melodrammi in due serate separate, perché questo ha permesso agli spettatori di “leggere” meglio le loro diversità e assonanze.  Tutta la compagnia d’interpreti si è rivelata all’altezza dei compiti assegnati sia per il canto, sia per la recitazione a cominciare dal baritono Amartuvshin Enkhbat che è entrato nei panni del “Prologo” poi in quelli di Tonio; il tenore Yusif Eyvazov,  originario dell’Azerbaigian, si è mostrato abile nel canto e nella tenuta scenica a cominciare dalla celebre romanza “Ridi Pagliaccio” fino al tragico finale; il soprano lettone Marina Rebeka è stato una Nedda appassionata, tormentata e sensuale in sintonia con il baritono Mario Cassi (Silvio).

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