Editoriale. La Bomba è più vicina e noi restiamo indifferenti


di Alberto Pellegrino

11 Ago 2025 - Varie

Pubblichiamo un editoriale del nostro Direttore Alberto Pellegrino per ricordare la tragedia di Hiroshima e Nagasaki e richiamare alla memoria il pericolo nucleare sempre incombente.

(Tutte le foto sono di pubblico dominio)

Incontro con Hiroshima. Terra, silenziosa terra, / terra di silenzio, / dalla pelle bruciata, dalla nuda statura, / Hiroshima perdonami. / Perdona ogni passo che sfiora una tua piaga, / che rompe una tua cicatrice, / perdona ogni sguardo, / anche lo sguardo carezzevole / che ti fa male, / perdona le parole che sconvolgono l’aria / in cui cerchi i tuoi figli / perduti per sempre. / Non c’è tomba... / e la loro voce risuona, / ogni giorno più fioca, / solo nella memoria... / C’è tanta paura in ogni mio passo. / Ogni palmo di terra nasconde / una presenza mortale, / mi sembra che la terra / dove il mio piede si posa / gridi: Madre! ... / Dalle sue mille ferite sfolgorando, / Hiroshima s’approssima, / con dolcezza s’inchina e mi fa cenno: / Amico vieni, guarda quello che accade, “/ quello che trovi, e racconta.
Eugen Jebeleanu, poeta romeno (1911-1991), in Poesia di pace e libertà (Newton Compton, 1993)
Effetti della bomba atomica su Nagasaki (di George Silk)

Dopo la “grande paura atomica” degli anni Cinquanta/Sessanta, siamo tornati a parlare con disinvoltura di guerra nucleare, di armi di distruzione di massa, di armi nucleari tattiche. Nessuno si preoccupa che nel mondo siano state costruite circa 65 mila bombe atomiche e che a qualcuno potrebbe venire in mente di usarle. Ritorna il rischio di trovarci in un caos nucleare, perché la guerra totale non è più un tabù innominabile, perché sono saltati i trattati internazionali di non proliferazione e non impiego di armi nucleari. Bisogna cominciare a preoccuparsi? Sì! Visto che si contraggono gli spazi della ragione e subentrano gli impulsi e i sentimenti più primordiali di fronte all’invenzione talmente “stupida” di un’arma capace di distruggere l’intera umanità, riducendo il nostro pianeta praticamente un deserto.

Paul Slovic

Lo psicologo americano Paul Slovic ha dichiarato che la Bomba è più vicina, perché si sta verificando “ciò che chiamiamo anestesia emotiva. Spesso milioni di morti ci lasciano indifferenti. Non è disumanità, ma una limitazione cognitiva…Può sembrare un paragone azzardato ma i meccanismi che presiedono alle scelte di chi va al supermercato o di chi ordina un attacco nucleare sono gli stessi”. Slovic dice che il fattore più pericoloso è l’emotività di analisti politici e militari, i quali possono fare delle scelte guidati dall’intelligenza emotiva che è più antica dell’intelligenza analitica e razionale, che è solo una parte del processo cognitivo e decisionale.

La stessa teoria della deterrenza nucleare “presuppone che attaccare un nemico dotato di armi atomiche significherebbe scatenare un conflitto senza vincitori. Questo presume che gli attori agiscono in modo lucido e coerente, calcolando con razionalità costi e benefici e decidendo di non usare queste armi”. Purtroppo sta diminuendo la “paura del nucleare”, si prospetta la possibilità, per ragioni politiche che sia possibile pagare alti costi in vite umane per proteggere gli interessi di un gruppo o di una nazione. “Se vogliamo che la nostra civiltà sopravviva a una guerra nucleare – scrive ancora Slovic –  è necessario gestire queste armi con prudenza, moltiplicando i controlli incrociati, limitando il numero di bombe e la loro capacità distruttiva”, scegliendo la strada del dialogo, delle negoziazioni eque, dei procedimenti legali; da parte nostra, come cittadini, possiamo “essere consapevoli che ogni vittima ha un volto, e non smettere di far sentire la nostra voce, senza farci guidare solo dalle emozioni. Perché le emozioni sono fondamentali, ma la politica e la civiltà hanno bisogno anche della ragione” (La Repubblica, 1 maggio 2025).

Per richiamare alla nostra memoria il pericolo atomico è stata utile ricordare quel 6 agosto 1945, quando con un colpo solo è stata ferocemente annientata la città di Hiroshima e coloro che vi abitavano, per un momento siamo usciti dalla miopia con cui osserviamo le manovre delle “grandi” potenze che hanno ripreso a muovere missili e sottomarini nucleari sullo scacchiera di un mondo sempre più caotico, per cui si moltiplicano i rischi d’incidenti, incomprensioni e rischi fatali.

I funghi atomici di Hiroshima (sinistra) e di Nagasaki (destra)

Quei due terribili funghi atomici, che si sono innalzati sopra il cielo di Hiroshima e Nagasaki, dovrebbero farci ricordare che abbiamo costruito degli strumenti di mutua distruzione assicurata  e che la nostra sicurezza è stata affidata alla teoria della “deterrenza” alla base di un ordine mondiale costruito secondo una logica spietata: accumulare testate nucleari pronte al lancio e impossibili da intercettare nella consapevolezza che la posta in gioco è la fine del mondo e che l’unica possibilità è non fare questo gioco fino a quando i giocatori in campo saranno seriamente intenzionati a non farlo. 

Tutto questo sembra che sia ormai alle nostre spalle e fingiamo d’ignorare che qualche autocrate suicida o qualche politico “dilettante” possa usare i codici di lancio in uno scenario in cui la tecnologia rende sempre più facile fabbricare un ordigno e spedirlo sul bersaglio. Il problema è anche culturale, perché è entrato in crisi un ordine mondiale in cui gli altri non sono più visti come avversari ma come nemici che non hanno nulla di umano. Crescono pertanto le possibilità di fare una guerra civile mondiale con l’illusione di annientare il nemico e salvare il resto dell’umanità dato che, anche con l’impiego di bombe “tattiche”, si produrrebbero degli effetti nefasti che non si limiterebbero a un “disastro limitato”.

Se si dovesse infrangere l’ultimo tabù che ci divide dal ritorno alla guerra “totale”, come a difesa dell’umanità rimarrebbe lo spirito di autoconservazione, un baluardo di razionalità che dovrebbe spingere l’umanità a imparare dagli orrori del passato. Ma per agire con saggezza non si deve aspettare lo scoppio di una bomba atomica, perché si tratta di una sfida mortale da non perdere, oltre la quale rimane solo il Nulla. Allora avrebbe ragione il grande poeta David Maria Turoldo quando grida: “Distruggeteci subito e sia / finita. Ma non dite: / noi siamo per la pace…/ meglio subito perduti: / purché nessuno più dica: la pace, la pace! / la civiltà, il futuro, il progresso / È vero il contrario: il dominio del mondo! / … Almeno esplodesse questo oceano cupo / e immobile; e Dio scendesse / ad agitalo. Perché da soli / non possiamo / Nessuno ci libera dai nuovi Faraoni / se Dio non scende a liberarci” (Salmodia contro le armi, Per il sesto Angelo, Mondadori, 1976).  

Nel 1956 nel memorabile saggio Della bomba e delle radici della nostra cecità all’Apocalisse il filosofo tedesco Gunter Anders aveva profeticamente scritto che siamo diventati i “Signori dell’Apocalisse”: “Noi, uomini d’oggi, siamo i primi uomini a dominare l’Apocalisse, perché siamo anche i primi a subire senza posa la sua minaccia. Siamo i primi Titani, perché siamo anche i primi nani o pigmei che non siamo più mortali come individui, ma come gruppo; e la cui esistenza è sottoposta a revoca” (p.241, Garzanti, 1963). Anders è stato uno dei primi a sostenere che la bomba atomica non è un mezzo ma un fine, perché il mezzo è solo uno strumento da usare momentaneamente, mentre l’atomica è qualcosa di  immensamente grande oltrepassando qualsiasi fine: “Se venisse impiegata il minimo dei suoi effetti sarebbe più grande di qualsiasi scopo (politico e militare) per quando grande, propostosi dagli uomini; che effectus trascendit finem, e che il suo effetto non sarebbe soltanto maggiore del suo presunto scopo, ma che, secondo ogni previsione, metterebbe in forse qualsiasi ulteriore possibilità di proporsi degli scopi; quindi anche qualsiasi ulteriore impiego di mezzi” (p. 249).  

Secondo Anders tutti parlano di angoscia senza avere la capacità di provarla veramente, perché l’angoscia è diventata una “merce”. Bisogna invece “imparare ad avere paura” per essere liberi o per lo meno per sopravvivere, per uscire dall’indolenza ed evitare l’auto-annientamento. Gli uomini possono avere paura della loro morte, ma di fronte “all’idea dell’Apocalisse l’anima rimane inerte. L’idea rimane una parola” (p.265). La cecità di fronte all’Apocalisse deriva dall’esistenza della bomba stessa, la cui azione smisurata “non dipende più dalla qualità di chi agisce, dalla sua più o meno buona volontà, dal suo discernimento, dal suo modo di sentire, ma esclusivamente  dall’effetto dell’azione…I padroni della bomba sono nichilisti in azione…Parecchi di loro non hanno probabilmente mai sentito parlare di nichilismo…E certo la maggior parte di loro nella loro vita privata sono brave persone, bonarie e borghesucce…sono “positivi” fino al midollo delle ossa, i loro conti in banca sono solidi e non meno solidi sono i loro principi. Eppure sono nichilisti…Non crediamo che coloro che hanno l’ordigno siano realmente determinati da questo loro “avere”, ossia che la bomba li abbia resi totalmente malvagi…ma questo loro non essere malvagi non è una virtù, ma esclusivamente la conseguenza di un “dislivello”, ossia del fatto che sono rimasti indietro di fronte all’oggetto che “hanno”, che sono rimasti troppo piccoli per poter essere forgiati dalla mostruosità che tengono in mano. Sono incapaci di diventare così mostruosamente malvagi come la bomba e le sue azioni: la loro virtù è soltanto un sintomo della loro inettitudine; e quindi, da un punto di vista morale, futile e senza valore” (pp.291-92).

Paris – Salon du livre 2012, KenzaburōŌe Premio Nobel per la letteratura 1994

Per concludere si ritiene utile proporre o riproporre la lettura del saggio Note su Hiroshima (Garzanti, 2021) dello scrittore giapponese Kenzaburo Oe (1935-2023), Premio Nobel per la Letteratura 1994, che per tutta la vita ha raccolto testimonianze e ha analizzato l’immane tragedia che ha colpito il Giappone. A pagina 21, lo scrittore riporta questi emblematici versi del poeta Toge Sankichi: “Ridatemi mio padre, ridatemi mia madre / Ridatemi mio nonno, ridatemi mia nonna / Ridatemi i miei figli / Ridatemi me stesso / Ridatemi tutti gli esseri umani a me legati / Finché ci sarà vita / Finché ci sarà il mondo degli esseri umani / Ridatemi la pace / la pace che non avrà mai fine”.

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