Editoriale del direttore: Festa della Liberazione 25 aprile 2026


di Alberto Pellegrino

23 Apr 2026 - Varie

Il Presidente Sergio Mattarella sarà a San Severino Marche (MC), per festeggiare la ricorrenza del 25 Aprile 2026, ottanta anni di Repubblica.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto di celebrare la Festa nazionale della Liberazione del 25 aprile 2026 nella Città di San Severino Marche che è insignita della Medaglia d’Oro al Merito civile con la seguente motivazione: “Durante il periodo bellico partecipò alla lotta partigiana, ospitando e sfamando centinaia di sfollati. Fu teatro di uccisioni, di numerose fucilazioni e di rastrellamenti ad opera delle truppe tedesche e a danno della popolazione. Esempio di estremo sacrificio e di virtù civiche”.  

Per noi marchigiani è motivo di orgoglio e di grande soddisfazione che, in questa storica giornata dedicata al ricordo della lotta sostenuta dalle italiane e dagli italiani per riconquistare la libertà, la dignità e la democrazia, il Presidente Mattarella abbia voluto rendere omaggio a tutti i nostri concittadini che nelle file della Resistenza hanno partecipato con valore e spirito di sacrificio alla liberazione del territorio comunale e provinciale dall’oppressione nazista e fascista.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (ph Simo Tonello)

Onore al Presidente della Repubblica

La presenza del Capo dello Stato vuole essere il riconoscimento del ruolo fondamentale svolto dalla popolazione di San Severino Marche e di tutta la popolazione marchigiana nell’ospitare e sfamare centinaia di sfollati, nell’accogliere e nascondere numerose famiglie di ebrei, nel condurre la lotta armata da parte delle formazioni partigiane che hanno formato la gloriosa V Brigata Garibaldi, nelle cui file hanno combattuto uomini e donne di diverse fedi politiche e religiose, di diverse nazionalità.

Il Presidente della Repubblica, in rappresentanza di tutta la Nazione, riafferma il valore della ricorrenza del 25 Aprile come giorno-simbolo della rinascita del Paese, giorno che acquista un significato ancora più rilevante perché coincide con l’80° anniversario della nascita della nostra Repubblica democratica e antifascista.

Questo 25 aprile è anche un omaggio alla memoria di tutti coloro che a San Severino Marche, nel Maceratese e nelle altre province marchigiane sono caduti in combattimento, che sono stati vittime innocenti di eccidi, che hanno riscattato con il sacrificio della propria vita le colpe politiche e morali del nazifascismo. Grazie alla Resistenza, un anno dopo il 25 aprile 1945, tutto il popolo italiano ha potuto esprimere la propria volontà politica, esercitando per la prima volta il diritto di voto senza distinzioni di sesso, di censo, di cultura e di religione.

Grazie alla Resistenza è stato possibile scrivere in piena autonomia la nostra Costituzione, mirabile sintesi di culture politiche diverse, quella Costituzione che gli Italiani amano, che hanno difeso da colpevoli manomissioni e che continueranno a difendere, quella Costituzione di cui il Presidente della Repubblica è custode, interprete e garante.

Nel suo messaggio al Paese l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha scritto: “È il nostro 25 aprile, quando, accanto alla Liberazione, celebriamo la vittoria della Repubblica, la conquista del voto alle donne, la nascita dell’Assemblea Costituente […] In quell’anno cruciale – 1946 – si manifestò la forza di una nuova democrazia fondata sull’unità delle forze politiche, su di un’altissima partecipazione al voto, sullo straordinario numero di iscritti ai partiti di massa, sulle grandi manifestazioni popolari nelle città e nelle campagna con l’obiettivo di una maggiore giustizia sociale […] Oggi tutto questo viene rimesso in discussione da un cieco e barbaro ritorno della guerra, dei nazionalismi e dei fascismi; la pace e la giustizia sociale sono messi in forse; ogni forma di diritto internazionale viene calpestata rivendicando il primato assoluto della forza. Dalla memoria di 80 anni fa possiamo ritrovare l’energia unitaria per contrastare questa catastrofica deriva che può portare a un conflitto generalizzato e sta già portando ad un declino economico sociale di dimensioni sconosciute. […] Questa rinnovata energia unitaria è memoria di Resistenza, di Liberazione, di democrazia progressiva, di giustizia sociale, di partecipazione popolare, di costruzione di pace. Rinnoviamo oggi le parole del giuramento dei sopravvissuti di Mauthausen: La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, e la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli”.   

La lotta di liberazione nella Città di San Severino Marche

Un ruolo fondamentale per la liberazione della città di San Severino e delle Marche ha avuto il “leggendario” Battaglione Mario guidato con sagacia civile e competenza militare dall’istriano Mario Depangher (Capodistria, 1897-1965), che a 15 anni aderisce alla gioventù socialista e si rifiuta di entrare nell’esercito austriaco. Alla fine della Grande Guerra difende con le armi la Camera del Lavoro di Trieste e subisce i primi arresti. Nel 1921 s’iscrive al Partito comunista e nel 1928 è inviato al confino a Lipari, da dove fugge per rifugiarsi a Vienna e a Mosca. Nel 1931 rientra in Italia e conduce un’attività clandestina, ma è arrestato e condannato a sette anni di confino nell’isola di Ponza, dove rimane fino al 1939. Nel 1940 è nuovamente arrestato, confinato a Ventotene per essere successivamente inviato al domicilio coatto a San Severino Marche insieme alla moglie Lina Sabaz.

Dopo l’8 settembre 1943 Depangher organizza una prima banda armata che si rifornisce di armi e munizioni, assalendo i depositi del 50° Reggimento di Fanteria situati nel Monastero di San Lorenzo in Doliolo, nel convento di San Domenico, in un edificio del Ponte di Sant’Antonio.

Il 1° ottobre 1943, in località San Pacifico, avviene il primo conflitto a fuoco tra la banda, formata da un centinaio di giovani, contro un reparto tedesco, segnando così l’inizio della Resistenza armata. Dopo lo scontro, il gruppo si disperde per rifugiarsi sulle montagne intorno alla città e riunirsi successivamente nella formazione che prenderà il nome di “Battaglione Mario”, un vero e proprio reparto militare composto soprattutto da italiani (tra cui i due paracadutisti Pantera e Napoleone) e da militari jugoslavi, ai quali si aggiungeranno ex prigionieri inglesi, francesi, etiopi, sovietici, sudafricani in gran parte fuggiti dal campo di concentramento di Sforzacosta (Macerata). 

Il Battaglione, che aderisce alla V Brigata Garibaldi, è composto da un organico di 300/400 partigiani e sarà impegnato per mesi e mesi in scontri contro preponderanti forze naziste e fasciste, evitando sempre di coinvolgere la popolazione civile in feroci rappresaglie. Il Battaglione stabilisce la sede e il comando nelle zone intorno al Monte San Vicino e compie una serie di azioni di guerriglia e di sabotaggio alle infrastrutture, di assalti ai magazzini per procurarsi, armi, viveri e vestiario.

Il Battaglione Mario diventa un mirabile esempio di formazione multietnica, dove tutti sono accolti e tutti si sentono uguali: cristiani ed ebrei, credenti e non credenti, bianchi e neri, uomini e donne appartenenti a diverse ideologie politiche. Il Battaglione, sotto il comando di Mario Depangher, si organizza secondo criteri militari: è suddiviso in tre Brigate, ognuna formata da tre Distaccamenti che hanno un proprio comandante e un commissario di guerra; ogni Distaccamento è a sua volta diviso in 4 Squadre, ognuna ripartita i due Nuclei di 15 unità. Questo tipo di organizzazione consente di presidiare una vasto territorio montano, di muoversi con rapidità per attaccare e nascondersi al nemico. Il Battaglione, oltre al cappellano don Lino Ciarlantini, ha un servizio sanitario formato dal tenente medico dell’esercito Cesare Manini (Bevagna, 1912-1956), dal tenente medico della Croce Rossa Mosè Di Segni (Roma 1903-1969), padre dell’attuale rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, rifugiatosi a Serripola presso la famiglia Strampelli insieme alla moglie Pina Dascali Roth, ai figli Frida ed Elio; dall’infermiera Derna Calcabrini. Operano inoltre in città, oltre al clandestino Comitato di Liberazione, un Gruppo di azione patriottica (GAP) e un gruppo di una cinquantina di giovani donne che svolgono il fondamentale compito d’informatrici, di staffette, di addette al rifornimento di vestiario, vettovaglie e medicinali.

La formazione, oltre a sabotare i ponti, le linee elettriche e la ferrovia Civitanova-Fabriano, ha diversi scontri a fuoco con reparti nazifascisti durante i quali muoiono in combattimento alcuni partigiani italiani, l’etiope Carlo Abbamagal, il sud-africano Arcibaldo Reice, un francese e due inglesi ignoti, quattro jugoslavi tra cui il capitano Alfred Klucevscek caduto eroicamente il 15 giugno 1944. Dopo mesi di dura lotta, i tedeschi si ritirano il 29 giugno 1944, facendo saltare tutti i ponti sul fiume Potenza e il 1° luglio il Battaglione entra finalmente in città.

La battaglia di Valdiola del 24 marzo 1944

Si tratta di un episodio di guerra che ha visto impegnato il Battaglione e che ha avuto una risonanza nazionale tanto da essere citato per la prima volta da Roberto Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana (Einaudi, 1964, paragrafo La guerriglia nell’Italia centrale, pp. 233-234) e dalla successiva storiografia locale, regionale e nazionale. La battaglia va inquadrata nell’offensiva avviata dall’esercito nazista e fascista in tutto il settore adriatico per stroncare le formazioni partigiane marchigiane.

Il 23 marzo 1944 duemila uomini, suddivisi in quattro battaglioni, appartenenti al reggimento Brandenburg e al Battaglione Mussolini IX Settembre si muovono durante la notte per accerchiare la zona del Monte San Vicino. A Braccano (Matelica) uccidono il parroco Don Enrico Pocognoni e altri giovani del Gruppo Roti e, alle prime ore del 24 marzo, avviene lo scontro con il reparto di circa 300 uomini del Battaglione Mario dislocato sull’altopiano di Valdiola. Per evitare l’accerchiamento e il totale annientamento, il comandante Depangher ordina la ritirata del reparto, lasciando a protezione del ripiegamento un distaccamento affidato al comando del Capitano Salvatore Valerio che s’impegna in campo aperto a fronteggiare un nemico superiore per uomini e mezzi. Il capitano ordina ai superstiti di ritirarsi e affida il comando del gruppo al tenente medico Mose Di Segni che, benché ferito, si ritira combattendo con i suoi uomini e per questa azione sarà insignito delle Medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: Ufficiale medico, dirigente sanitario di una brigata partigiana, non esitava in piena mischia a portare la sua assistenza e le sue cure ai feriti caduti sul campo di battaglia. Durante l’infuriare di un combattimento, assunto il comando di un gruppo di valorosi, benché ferito, li trascinava con slancio al contrattacco del nemico che tentava l’avvolgimento, mutando in vittoria le sorti della giornata. Mirabile esempio di generosa abnegazione, di valore e di spezzo del pericolo.

Il tenente medico Mosè Di Segni Medaglia d’Argento al valor militare
Il cap. Salvatore Valerio Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria

Il capitano Salvatore Valerio resiste con altri cinque valorosi partigiani, sparando con la mitragliatrice fino all’esaurimento dei colpi per poi cadere colpito a morte. Sarà insignito con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: In lunghi mesi di aspra guerriglia adempiva con zelo ad ogni missione, affrontando coraggiosamente ogni contatto col nemico. Durante una violenta azione tedesca di rastrellamento, si offriva volontario per rafforzare con un gruppo di audaci un punto debole dello schieramento partigiano, su cui il nemico esercitava la maggiore pressione. Con coraggio e decisione passò al contrattacco riuscendo ad infilarsi nelle file dell’avversario rimasto sorpreso da tanto ardimento e da tanta audacia. Serrato da più parti, resistette valorosamente, finché colpito a morte, lanciava la propria arma ormai inerte in faccia ai tedeschi accorsi per catturarlo ed esalava l’ultimo respiro gridando “VIVA L’ITALIA”

La battaglia si protrae fino al tramonto con i partigiani che difendono la varie postazioni, infliggendo al nemico notevoli perdite (oltre 50 unità compreso un alto ufficiale tedesco che era al comando dell’operazione). Dalla loro parte, oltre ai partigiani caduti in combattimento, cinque giovani italiani e il loro comandante, il russo Jossin Dimitroff, vengono catturati, torturati, massacrati e gettati agonizzanti dal ponte di Chigiano.

Il 26 aprile 1944 reparti nazisti e fascisti tentano un nuovo attacco, ma questa volta gli uomini del Battaglione Mario si fanno trovare pronti: dalla principale postazione di Elcito e da altre postazioni infliggono gravi perdite al nemico e lo costringono alla ritirata. Per vendicarsi i nazisti in località Valdiola, dinanzi alle donne e ai bambini, uccidono quattro civili disarmati e bruciano i loro corpi.

Gli scontri di Valdiola e di Elcito non sono gli unici episodi che si risolvono con una sconfitta dei nazifascisti, ma sono seguiti da altri scontri a fuoco tra formazioni partigiane e reparti nazifascisti nell’anconetano e nella parte nord della regione, tanto che il comando della Guardia Nazionale della Repubblica Sociale di Pesaro già il 4 aprile 1944 è costretto a inviare un rapporto, nel quale si riconosce in modo esplicito la forza, la pericolosità e la superiorità del movimento partigiano: “Questo Comando compie il dovere di prospettare l’estrema gravità della situazione […] in virtù della simultanea attività sviluppata dalle bande partigiane, attività che, essendo già preoccupante e seria, è divenuta oggi inaffrontabile per l’allarmante moltiplicarsi degli attacchi in forze nelle zone montane da dove vanno estendendosi in quelle collinari degradanti al mare, nella pianura […] I partigiani, divenuti baldanzosi dall’esito ovunque favorevole delle loro ormai innumerevoli azioni di sorpresa, operano sfacciatamente ovunque, mantenendo e spargendo disordine e terrore, depredando chiunque e pregiudicando completamente la vita provinciale e le sue comunicazioni. In sostanza tutta la zona montana può considerarsi così sotto il pratico controllo dei ribelli che sentendosi al sicuro per la constatata esiguità delle nostre forze, divengono ogni giorno più aggressivi ed audaci”.

È il riconoscimento ufficiale della vittoria dei partigiani della Brigata Garibaldi e della Brigata Maiella, i quali nel luglio 1944 porteranno a compimento la liberazione di tutte le Marche dalla dominazione nazifascista insieme alle forze alleate e ai reparti del Corpo di Liberazione dell’esercito italiano.  

Per un 25 aprile

Questa fu la Resistenza, ragazzo.
Adunata d’ombre così silenziose
che mai ti chiederanno
perché oggi tu la porti tra i denti
come un garofano rosso.
Lascia dunque i morti
sorpresi nei calmi mattini,
lasciali nei luoghi fragili della gloria,
sotto le pietre slavate dei cimiteri.

C’è pace, ormai, dove crepitò il mitra
e bruciò la ginestra. La pace dell’acqua
che racconta lo scorrere della stagioni.
Il testamento scritto dal partigiano
ora è nel sole che inonda le valli
nella bianca giustizia delle nevi.
La morte ora è una ferita rimarginata
nella corteccia dell’albero, la luce
che trafigge il bosco con gloriose lame.

Oggi è questa, ragazzo, la Resistenza:
incerta memoria di uomini
che si sentono stanchi.
Il resto è la tua storia da scrivere:
ma allora preparati un futuro
come il nostro, ai fuochi dei bivacchi,
e difendilo dagli agguati dei giorni,
dalle insidiose violenze.
E inventati una nuova canzone, il tuo garofano
in bocca, mentre ti sciogli dal corteo.

Ugo Ronfani
Saggista, narratore e poeta milanese (1926-2009)
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