Claudio Filippini a Macerata Jazz


Manuel Caprari

9 Feb 2004 - Commenti live!

La stagione jazzistica del Lauro Rossi è ormai da anni un piacevole appuntamento fisso. Qui son passati i jazzisti italiani più apprezzati degli ultimi anni, come, tanto per fare qualche nome, il trombettista Enrico Rava o il pianista Stefano Bollani, ormai lanciatissimo in tutto il mondo, o il sassofonista enfant prodige Francesco Cafiso (e questi son tutti nomi che potremo ascoltare anche quest'anno); e addirittura un vero pezzo di storia del jazz come Lee Konitz. Insomma, un passato di tutto rispetto e una nuova stagione che non sembra assolutamente da meno.
Dopo la serata fuori programma d'apertura con il quartetto del pianista Giovanni Mazzarino del 17 dicembre, un altro pianista, giovanissimo, ha aperto ufficialmente la stagione 2004: Claudio Filippini, vincitore del premio Urbani dell'anno scorso, concorso per jazzisti emergenti che si svolge nelle Marche e comincia ad avere un non trascurabile status a livello nazionale (tra l'altro i primi di marzo si svolgerà a Camerino la versione internazionale del concorso).
Claudio Filippini è un fenomeno: a soli 22 anni sta raccogliendo lodi ed applausi da tutta la scena jazzistica italiana, e non solo; c'è una differenza sottile tra un ottimo musicista e un fuoriclasse, differenza forse non facile da cogliere per i non addetti ai lavori. Noi non siamo esperti di jazz, ma semplici appassionati, e non abbiamo competenze musicali specifiche, eppure abbiamo avuto la nettissima impressione che Filippini abbia davvero una marcia in più; e siamo pronti a scommettere che nei prossimi anni diventerà un nome di punta; il bassista e il batterista che lo accompagnano, Daniele Cappucci e Salvatore Leggieri, sono ineccepibili, e in certi assoli dimostrano anche una certa fantasia, eppure basta che Filippucci accenni tre note d'accompagnamento e subito attira di nuovo l'attenzione su di sè. Il suo è uno stile energico e grintoso, che a tratti sembra quasi swingato, a tratti bebop, a tratti quasi jazz rock, con accenni di batteria in 4/4, nonostante la presenza di soli strumenti acustici (e non sarà un caso che durante la serata ha eseguito vari brani di due musicisti che hanno segnato pagine fondamentali nel jazz fusion e nel jazz rock come Herbie Hancock e Wayne Shorter), con tracce di poliritmia e di musica seriale: il brano con cui ha salutato il pubblico nel bis (brano che non conoscevamo; non sappiamo quindi se trattasi o meno di sua composizione; ma nel jazz ci si appropria dei pezzi che si suonano) era praticamente tutto costruito su una frase musicale ripetuta dapprima uguale, poi con variazioni sempre più consistenti, in seguito trasposta su un'altra scala, che gradualmente si apriva, in seguito a questo profluvio di variazioni sul tema, in un emozionante assolo; per poi ritornare, chiudendo, con la frase iniziale, ancora ripetuta, sfumando, a chiudere il brano.
Oltre ad eseguire grintose ed energiche versioni di brani di Erbie Hancock e Wayne Shorter (come Sorcerer, pezzo scritto per l'omonimo album di Miles Davis del '67 con la formazione Davis- Hancock- Shorter- Carter- Williams) e ad una straniante, rallentata, ipnotica versione del secondo valzer della Jazz Suite n.2 di Shostakovich (per i cinefili: il brano che chiude Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick), Filippini ha suonato tre brani del proprio repertorio: Ricordi di un Sogno, scritta dal bassista, un po' già sentita ma costruita su un trascinante crescendo, e due scritte da lui: il melodico Zaira e il composito Cosa Bolla in Pentola, dedicato a Bollani, ricco di cambi di ritmo; due brani che, senza essere originalissimi, testimoniano di una non trascurabile capacità di composizione oltre che di esecuzione

(Manuel Caprari)


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