Bella ripresa del “Rigoletto” al Macerata Opera Festival 2025
di Roberta Rocchetti
21 Lug 2025 - Commenti classica
Successo per la prima di “Rigoletto” nella splendida cornice dello Sferisterio, al Macerata Opera Festival 2025. Su tutti Damiano Salerno, Ruth Iniesta e Ivan Magrì nei ruoli principali.
(Foto Luna Simoncini)
Sono tre i titoli che il 61° Macerata Opera Festival mette in campo per traghettarci da una sponda all’altra dell’estate 2025: La Vedova Allegra, Rigoletto e Macbeth e proprio alla prima di Rigoletto abbiamo assistito nella serata di sabato 19 luglio.
Un effetto deja vù dovuto alla sinistra scenografia di Andrea Belli che avevamo avuto modo di ammirare già nel 2019. Alle spalle di luna park fatiscente che ospita un’umanità moralmente fatiscente, tra lampadine fulminate, tende scolorite e roulotte di seconda mano, una maschera da tunnel dell’orrore vomita e inghiotte i personaggi che srotolano la loro esistenza tra serate debosciate e degrado, stritolando in questo motore alimentato a cinismo i pochi organismi puri che disgraziatamente si trovano a incrociarne il cammino.



E come può la povera Gilda che è appunto uno questi rari organismi innocenti avere la meglio tra un Duca egocentrico, libertino e anaffettivo, narcisista diremmo oggi, una combriccola di conoscenti del suddetto Duca dediti a notti brave, alcool, stupri e bullismo, nonché un padre sprovveduto e dalla morale basculante dedito a frequentazioni inquietanti come l’ambulante di street food Sparafucile e la sua peripatetica sorella Maddalena, i quali arrotondano i rispettivi magri guadagni con un secondo lavoro da sicari?


No, la povera Gilda soccombe, il suo piccolo brillante di luce non brilla abbastanza per illuminare il fango primordiale da cui viene alla fine sommersa.
La tragedia di Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave che vide la luce nel 1851 conserva una freschezza di tematiche ed un’attualità che forse sono in parte un merito della lungimiranza degli autori, Victor Hugo compreso che fornì la matrice romanzata a cui si ispirarono, e in parte merito di un’umanità che si evolve esclusivamente tecnologicamente ma tiene ben protetta da qualunque rischio di evoluzione spirituale la bestia che custodisce nel proprio animo.



Ecco, quindi, perfettamente plausibili applicati alla nostra epoca i cortigiani in completo manageriale, armati di bottiglie di champagne, mascherine da ammucchiata e gestualità volgari, le prostitute in tubini di paillettes, e l’armadio casual del Duca tra jeans, giubbini di pelle e vestaglie alla Hugh Hefner.
I costumi di Valeria Donata Bettella ci offrono su un piatto d’argento la consapevolezza che la corte del Duca è ancora tra noi.
Le Luci di Alessandro Verazzi riprese da Ludovico Gobbi svolgono il loro compito di sostegno alla drammaturgia sottolineandone la vena inquieta.



La regia affidata a Federico Grazzini ci sembra dare a volte poco spazio al motore erotico della vicenda che quantunque legata a sentimenti di aggressività e utilitarismo è pur sempre una vicenda che poggia sugli istinti passionali dell’Uomo come specie e dell’uomo come genere, eppure qui il protagonista sembra sempre molto relativamente interessato alle donne per le quali compie un casino dietro l’altro, anche prendendo in considerazione l’uso esclusivamente utilitaristico dell’altro sesso questo uso dovrebbe comunque essere nutrito da un’urgenza che qui non si è vista. Questo aspetto a parte la regia è funzionale, senza cambi scena radicali che spezzano l’azione e con le pedine mosse in modo armonico.



A proposito di scene spezzate durante il Parmi veder le lacrime anche il cielo ha pensato bene di farci vedere le sue di lacrime e una breve, scherzosa e innocua pioggia ha interrotto l’aria sul più bello creando un diversivo di qualche minuto subito risolto dalla ripresa dell’aria verdiana da parte di Ivan Magrì che ha sostenuto il ruolo del Duca di Mantova con classe e controllo sia attoriale che vocale, una interpretazione in crescendo, all’inizio impossibile da evidenziare pienamente a causa di una prima scena un po’ disarmonica tra palco e buca ma divenuta via via sempre più cristallina nel proprio valore.
Umano, desolatamente umano il Rigoletto di Damiano Salerno e per questo ottimo, assurto alla prima a causa della defezione di Nikoloz Lagvilava con cui condivide il title role ha donato un’interpretazione struggente e rassegnata impalcata su una voce dall’ottimo appoggio e dal fiato complice che ha disegnato i chiaroscuri emotivi dello sprovveduto padre ricavandosi un successo personale sicuramente meritato.



Brilla indefessa la stella di Ruth Iniesta, una Gilda dalla brillantezza vocale senza macchia, dalle agilità vorticanti e da una capacità rara di esprimere le emozioni delle protagoniste di cui veste i panni senza far trapelare minimamente la presenza delle asperità e degli scogli che si trovano tra una nota e l’altra, tiene la fatica per sé e regala al pubblico una illusione di facilità nel canto che è professionalità e talento ai massimi livelli. Ovazione per lei in chiusura.
Crudele, a tratti sguaiata, sanguinaria, cinica e dunque perfetta la coppia di terrificanti fratelli Sparafucile e Maddalena portati sul palco rispettivamente da Luca Park e Carlotta Vichi, sarà che adoriamo la parte di drammaturgia a loro affidata ma la scena della tempesta dei brividi su e giù per la schiena ce li ha procurati. Bravi.




Spavalda la Giovanna di Alexandra Meteleva, che appare anche nelle vesti della Contessa di Ceprano,tutt’altro che vecchio e decrepito il gagliardo Monterone stentoreo e prestante di Alberto Comes.
Chiudono il cast il Marullo di Giacomo Medici, Francesco Pittari nel ruolo di Borsa, Tong Liù come Conte di Ceprano, Stefano Gennari è l’usciere di Corte e Laura Esposito il paggio della duchessa.
La bacchetta di Jordi Bernacèr si è messa alla testa dell‘Orchestra Filarmonica Marchigiana con piglio deciso a sottolineare i momenti carichi di pathos e trovando via via un equilibrio sempre più armonico tra voci e orchestra, la quale è stata come sempre affiancata dalla Banda Salvadei.



Christian Starinieri si è messo alla guida del sempre ottimo Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini.
Prossimo appuntamento con Macbeth, ci saremo e vi racconteremo.


Non discuto il canto non avendolo ascoltato.
Lo spettacolo è orribile. Un insulto a Verdi, allo spettatore, all’intelligenza, al buon gusto.
Già nel riportare i protagonisti dello spettacolo, i cantanti sono alla fine, ovviamente perchè la cosa piu’ importante per un’opera lirica , OGGI, è la regia. La musica passa in secondo piano.
Sono contento di essere oggi vecchio ed aver visto anche a Macerata spettacoli ottimi . Grandi cantanti , Registi INTELLIGENTI e non fantasiosi ed occupati a fare spettacolo non tenendo conto degli scritti di Verdi, il libretto, la tradizione quasi bicentenaria. Dico solo: VERGOGNA.
Essù Domenico, stai sereno che la vita è bella.