Aurelio Amendola, un grande fotografo amante dell’Arte, in Mostra a Pistoia


di Alberto Pellegrino

19 Feb 2021 - Commenti altre arti

Mostra antologica “Aurelio Amendola. Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri” dedicata al fotografo Aurelio Amendola con sede a Pistoia nel Palazzo Buontalenti e nell’Antico Palazzo dei Vescovi, fino al 25 luglio 2021.

Aurelio Amendola

La città di Pistoia ha deciso di onorare un maestro della fotografia italiana con la grande mostra antologica Aurelio Amendola. Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri, che comprende circa trecento immagini collocate nelle sedi di Palazzo Buontalenti e dell’Antico Palazzo dei Vescovi. La mostra, che è stata inaugurata l’8 febbraio e che resterà aperta fino al 25 luglio 2021, si articola in due grandi sezioni, l’Antico e il Contemporaneo, le quali ripercorrono oltre 60 anni di attività per documentare tutti i generi con i quali l’autore si è confrontato con grande coerenza figurativa e stilistica. È la dimostrazione del costante legame che l’autore ha stabilito fra tradizione classica, Storia dell’Arte e Fotografia, con passaggi dall’arte classica a quella medievale, da Rinascimento all’Ottocento, dai grandi maestri del Novecento, dall’Avanguardia agli happening degli anni Settanta, dalle frequentazioni degli atelier di artisti amici alle grandi mostre o alle escursioni nei grandi e piccoli musei. Con questa antologica Amendola si conferma come uno degli artisti italiani più eleganti e prolifici nel campo della fotografia applicata all’arte antica, moderna e contemporanea, avendo creato nel corso della sua attività migliaia d’immagini che, oltre a dare un  risalto universale al valore delle opere, mettono in risalto particolari spesso destinati sfuggire all’occhio dell’osservatore, dettagli che diventano l’esaltazione della bellezza, dell’energia, della poesia; a volte questi scatti sono delle vere e proprie metafore iconiche capaci di metterne in evidenza la spiritualità, la sensualità, la forza creativa dell’autore, anche se il fotografo nel suo personale apporto creativo rimane costantemente e saldamente ancorato al contesto storico e culturale in cui ha operato l’artista.  

Aurelio Amendola si avvicina alla fotografia alla fine degli anni Cinquanta e a venti anni apre uno studio fotografico nella sua città natale. Nel 1966, in occasione di un viaggio a Roma, ha modo di fotografare il Pulpito di Sant’Andrea di Giovanni Pisano con una Hasselblad e con l’ausilio della sola luce naturale, senza l’impiego di una particolare strumentazione. Queste immagini, che diventano il suo primo fotoreportage in campo artistico, sono pubblicate dall’Editrice Electa in un libro fotografico che richiama l’attenzione dello scultore Marino Marini, il quale propone a quel giovane fotografo di riprendere le opere destinate a un suo volume antologico. Ha inizio così la carriera di Amendola destinato in breve tempo a diventare il maggiore fotografo d’arte in campo nazionale e internazionale. Da quel momento egli si dedica esclusivamente all’interpretazione fotografica di opere d’arte fino a diventare il più raffinato testimone di artisti storicamente lontani tra loro come Giovanni Pisano, Jacopo della Quercia, Donatello, Bernini, Canova, oppure di artisti contemporanei tra cui Enzo Cucchi,  Giorgio De Chirico, Piero Dorazio, Hans Hartung, Renato Guttuso, Jannis Kounellis, Roy Lichtenstein, Giacomo Manzù, Eliseo Mattiacci, Fausto Melotti, Henry Moore, Pistoletto, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Giuliano Vangi, Emilio Vedova. 

Amendola dedica una particolare attenzione all’opera di Alberto Burri, diventando il testimone di alcuni suoi momenti creativi: basti pensare agli scatti realizzati nel 1976 nel atelier dell’artista per immortalare la creazione delle combustioni nel rapidissimo ed emblematico utilizzo del fuoco; oppure all’ampio lavoro fotografico realizzato tra il 2011 e il 2018 sull’imponente Cretto progettato da Burri per Gibellina (Combustion, Aurelio Amendola Alberto Burri, Ali&no, 2012; Alberto Burri. Il Grande Cretto di Gibellina, testo di Massimo Recalcati, Magonza, 2018). Vi sono poi i tanti lavori dedicati ad artisti contemporanei come Andy Warhol e la sua Factory (Aurelio Amendola. Andy Warhol, Silvana Editoriale, 2015; Andy Warhol fotografato da Aurelio Amendola, New York 1977 e 1986, Edizioni Utet, 2016), il reportage sullo scultore Mario Ceroli che corre in una spiaggia con due grandi ali come un angelo in procinto di spiccare il volo. 

Amendola è stato in particolare un appassionato interprete dell’opera di Michelangelo Buonarroti, perché con i suoi scatti ha fatto riscoprire la forza e la poetica di tante sculture che egli analizza fin nei loro dettagli più intimi attraverso un uso poetico delle luce e un utilizzo creativo del bianco e nero. Nel 1994 pubblica il volume Un occhio su Michelangelo, dedicato alla Cappella Medicea di San Lorenzo a Firenze, nel quale spicca il magistrale utilizzo della luce, la ricerca di angolazioni insolite, la particolare modulazione di chiaroscuri. Antonio Paolucci a questo proposito ha scritto: “Ciò che conta per lui è catturare l’immagine, fermare il momento irripetibile nel quale l’oggetto, la luce e l’occhio trovano il loro misterioso punto d’equilibrio”. Altri volumi dedicati all’artista sono: Un occhio su Michelangelo. Le tombe dei Medici nella Sagrestia nuova a Firenze dopo il restauro, Bolis, 1993; Il David di Michelangelo. Fotografie di Aurelio Amendola, Federico Motta Editore, 2002; Il potere dello sguardo: Michelangelo a Firenze nelle immagini di Aurelio Amendola, Arca, 2014.

L’Aurora, Michelangelo – Tomba di Lorenzo de Medici, Cappelle Medicee

Amendola, che continua a usare una macchina analogica, ha ribadito nel 2018 la sua convinzione nell’impiegare metodi tradizionali, perché “bisogna far vedere quello che la gente non vede e questo accade soltanto lavorando sulla luce”, come ha dimostrato nello straordinario volume La Basilica di San Pietro (Edizioni UTET, 2015). Questo suo lavoro è formato da una serie d’immagini dedicate a una grande opera artistica vista secondo l’ottica personale del fotografo, il risultato di una campagna iconografica completamente nuova, calibrata su “tagli”, scorci e particolari più inaspettati, secondo un specifico progetto realizzato a stretto contatto e senza vincoli di sorte con i monumenti del Bernini, i vari elementi architettonici e scultorei che caratterizzano la Basilica di San Pietro facendone il simbolo di tutta la cristianità. 

Basilica di San Pietro

Amendola ha tenuto mostre in tutto il mondo, le sue opere sono esposte in numerosi musei internazionali e fanno parte d’importanti collezioni private; ha ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti. Nel 1994 ha vinto il Premio Oscar Goldoni per Un occhio su Michelangelo come il miglior libro fotografico edito in Italia; nel 1997 ha ottenuto il premio Cino da Pistoia per la carriera artistica; nel 2014 l’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro gli ha conferito il diploma di Accademico Honoris Causa in arti visive e il titolo di Accademico d’Italia, riconoscendo “l’eccellenza della Sua attività artistica e professionale e il grandissimo contributo apportato alla valorizzazione della cultura italiana nella sua unicità e nelle sue articolazioni”.

Aurelio Amendola ha sempre collocato l’arte al centro della sua vita e della sua ricerca, un’arte intesa come testimonianza, come momento creativo, come linguaggio, un’arte interpretata attraverso una rigorosa e appassionata riflessione sulle opere dei grandi maestri, unita a una grande “complicità” derivate da un sentimento di profonda amicizia tra il fotografo e agli artisti. Per questo nei suoi scatti egli è riuscito a ottenere “qualcosa in più” della semplice documentazione, perché ha aggiunto un elemento poetico e personale attraverso una “poetica” della luce e una capacità d’introspezione psicologica derivante dall’intensità di uno sguardo fotografico capace di fissare l’attimo significativo, ampliando e approfondendo con quelle immagini il significato dell’opera d’arte. Amendola ha raggiunto determinati risultati, perché gli è stato anche concesso di fotografare gli artisti nell’intimità dei loro studi e nel particolare momento della creazione; ha potuto partecipare alle loro performance; è riuscito fermare nel tempo attimi della loro vita; ha avuto la possibilità di fissare quelle emozioni che nascono dal rapporto del pittore o dello scultore con la sua opera. L’ultima sezione della mostra, Fotografare l’eternità. Gli assoluti, è riservata alla produzione di Amendola più recente: si tratta di istallazioni composte da nove immagini stampate su gesso e assemblate in formelle che riprendono dettagli minimi di sculture classiche, mani e volti, particolari di corpi umani, forme astratte che vanno oltre l’elemento reale per ricercare la purezza del segno. Sembra che l’artista avverta oggi il bisogno di ritornare indietro nel tempo fino a riprendere in mano, rileggendole e aggiornandole, le lezioni concettuali di Ugo Mulas esposte nel libro La fotografia. Le verifiche (Einaudi, 1973), dove il fotografo milanese affronta il problema del linguaggio fotografico, dei suoi elementi costituivi (la grana, il taglio, l’uso degli obbiettivi), il valore dello sguardo e della percezione. Questi Assoluti rappresentano quindi per Amendola una sfida per sperimentare nuovi linguaggi, per mostrare liberamente una diversa intimità fatta sempre di passione e di umanità, per soddisfare la voglia di cedere alla tentazione della visionarietà.

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