Altra recensione de “La vedova allegra” allo Sferisterio di Macerata


di Alberto Pellegrino

16 Ago 2025 - Commenti classica

“La vedova allegra” di Franz Lehàr arriva allo Sferisterio di Macerata ma convince solo in parte nonostante l’entusiasmo del pubblico. La “lettura” di Alberto Pellegrino, dopo quella di Roberta Rocchetti da noi pubblicata (https://www.musiculturaonline.it/pubblico-entusiasta-per-la-vedova-allegra-allo-sferisterio/), offre altri spunti di riflessione.

(Foto di Luna Simoncini)

Abbiamo accolto con favore l’inserimento della La vedova Allegra nel cartellone della 61enesima edizione di “Macerata Opera Festival” che per la prima volta ospita la “regina dell’operetta”, un capolavoro che, per il carattere apertamente sensuale della trama e per il suo clima disinibito riflette il mondo europeo della Belle Epoque.  

Non si è trattato di una operazione innovativa perché, dopo essere uscita nel secondo Novecento dai grandi circuiti teatrali ed essere caduta nella mani di piccole compagnia di provincia, negli anni Novanta La vedova allegra è tornata a far parte del patrimonio del teatro musicale europeo fin dal 1991 con il memorabile allestimento del Teatro dell’Opera di Roma per la regia di Mauro Bolognini e con la partecipazione di Raina Kabaiwanska. Nel nuovo secolo vi è stata una piena rivalutazione con la celebrata messa in scena firmata da Hugo De Ana (2009), una edizione sfavillante per il fascino, il ritmo incalzante del racconto, le feste travolgenti, l’eleganza formale, seguita da un susseguirsi di rappresentazioni in prestigiosi teatri come La Fenice di Venezia, ancora il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Teatro Regio di Parma (dicembre 2024), il Teatro Duse di Bologna (gennaio 2025). Era comunque una occasione da perdere per far debuttare un’operetta sul monumentale palcoscenico dello Sferisterio con una lettura filologica musicale e testuale di questo capolavoro, avendo a disposizione una grande orchestra, un coro che si distingue per una solida tradizione musicale, un corpo di ballo sperimentato, tutti elementi degni di un prestigioso festival internazionale. Purtroppo questi obiettivi sono stati raggiunti solo in parte.

Gli aspetti positivi dello spettacolo  

La direzione d’orchestra è stata affidata al giovane maestro Marco Alibrando che ha interpretato lo spartito in modo elegante e filologico, salvaguardando il fascino delle musiche di Lehar e facendo eseguire anche romanze che spesso vengono “tagliate” in altri allestimenti. Il M° Aliprando ha messo in evidenza l’elemento dominante del ballo, perché le danze non sono solo un evento mondano, ma pervadono l’intera vicenda, favoriscono l’evolversi degli avvenimenti, creano relazioni tra i personaggi, comunicano messaggi che determinano il corso di tutta la storia, per cui è giusto parlare di una Tanzoperette, una “operetta danzata”. La direzione ha dato anche rilievo alla vena languidamente sensuale ma sempre elegante di Lehàr, che si traduce in celebri pagine musicali appassionate o travolgenti come Sirene della danza, la nobile Romanza della Vilja, il brano  sentimentale Come le rose la cespo, lo scanzonato inno alla vita libertina Vo’ da Maxin allor, l’ironica e ammiccante marcetta È scabroso le donne studiar, per chiudere con il grande valzer Tace il labbro, tutti brani interpretati con la consueta professionalità dall’Orchestra Filarmonica Marchigiana e dal Coro Bellini.

Apprezzabile l’interpretazione dei cinque personaggi principali: in primo piano il tenore Alessandro Scotto di Luzio pienamente credibile nelle parti recitate e nella parti cantate eseguite con sicura emissione di voce e precisione tecnica; sullo stesso piano il soprano Mihaela Marcu che ha unito al fascino e alla bellezza di Anna Glawari a una valida interpretazione canora che ha toccato il suo vertice nella romanza “Vilija ninfa del bosco”; bene anche il baritono Alberto Petricca nelle vesti dell’Ambasciatore Zeta indossate con sobria comicità e buona emissione vocale; un po’ al di sotto delle attese il soprano Cristin Arsenova (Valencienne) che forse andava microfonata, perché la sua emissione di voce si è mostrata poco adatta a rappresentazioni all’aperto; efficace infine l’interpretazione del tenore Valerio Borgioni (Camille de Rossillon) nonostante qualche difficoltà sulle tonalità più alte.

La scenografia di Riccardo Massironi è stata realizzata con semplicità, eleganza e con citazioni da Toulouse Lautrec e dal Liberty accompagnata da un efficace progetto luci di Fiammetta Baldisseri; storicamente fedeli e cromaticamente coerenti sono infine apparsi i costumi di Maria Carla Ricotti.

Perché tanta fortuna ha avuto e ha ancora “La Vedova allegra”

Il compositore austro-ungarico Franz Lehár (1870-1948), dopo un lungo apprendistato, raggiunge finalmente il successo internazionale nel 1905 con La vedova allegra, nella quale utilizza il valzer viennese, il folk dell’Europa orientale, il cancan parigino per rivitalizzare con una nuova linfa un genere teatrale che stava mostrando segni di stanchezza. Sfrutterà poi questo successo con una serie di composizioni che, tra il 1909 e il 1929, hanno fatto la storia dell’operetta: Il conte di Lussemburgo, Amore di zingaro, Eva, La danza delle libellule, Paganini e Il paese del sorriso.

La vedova allegra s’impone sui palcoscenici d’Europa per la capacità d’interpretare i gusti estetici e sentimentali di un pubblico che vuole godere nuove emozioni suscitate da uno “scintillante erotismo”, da tante dolci o briose melodie che punteggiano una storia equamente divisa tra la “casta sensualità” di Hanna Glawari e il dongiovannismo un po’ provinciale del conte Danilo, assiduo frequentatore di Chez Maxim con le sue piccanti donnine dagli stravaganti nomignoli, tutti personaggi di un mondo che si riconosce nei “miti” aristocratico-borghesi del denaro, della fedeltà coniugale, della gelosia, degli amori adulterini.

Questo capolavoro nasce nel clima culturale della Vienna di Freud e Schnitzler, di Rainer Maria Rilke e Hugo Von Hoffmanstal, ma anche nella città di Johann Strauss Figlio, considerato uno dei padri dell’operetta viennese che diventa il simbolo di una Austria felix che vuole far sopravvivere la potenza e lo splendore di un decadente Impero austro-ungarico con la “gaiezza” dell’operetta, un genere capace d’incarnare i sentimenti e i languori delle classi superiori, ma anche di costituire quel divertimento di massa che vuole soddisfare un crepuscolare bisogno di evasione, mentre sull’Europa si addensano le ombre di un tragico futuro, un continente “allegramente” avviato verso una  catastrofe bellica che sarà poi descritta con ben altri contenuti dal poema drammatico Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus.

Non bisogna nemmeno dimenticare che La vedova allegra è anche un’operetta “parigina”, proprio perché Parigi è la capitale europea della cultura e della mondanità; è la città dei poeti maledetti e di Apollinaire, di Toulouse Lautrec e degli Impressionisti, del cinema dei Lumière e di Meliès; delle operette di Offenbach e del vaudeville un tipo di commedia “leggera”, dove la parola si alterna al canto. Non a caso il commediografo polacco Witold Gombrowitz ha detto che “l’operetta, nella sua sublime superficialità, nella sua divina inconsistenza, evitati i drammi, vola sulle ali di motivi orecchiabili, di caricature, di canto e di danza. Appunto per questo, per il suo non essere seria, l’operetta è uno spettacolo perfetto.”

La regia e la “lettura” del libretto

Passiamo invece alla “lettura” registica” dell’operetta, formulando due domande che nascono spontanee: perché per una edizione filologica non è stato scelto il libretto tradotto da Ferdinando Fontana nel 1907 per la prima italiana nel Teatro Del Verme di Milano? Perché si è preferito l’adattamento di Gianni Santucci che ha manipolato il libretto con passaggi da avanspettacolo di bassa lega in voga nei teatri di provincia degli anni Cinquanta/Sessanta?

Forse si sono ignorate le parole di Gombrowitz e ci si è dimenticati che l’operetta è spettacolo puro anche se racconta storie poco credibili, con situazioni e dialoghi che non vanno mai essere presi troppo sul serio. Questo non vuol dire che sia un genere teatrale privo di una sua specifica dignità e che la sua “sublime superficialità” debba essere scambiata per stupidità o per volgarità, come è avvenuto quando si è voluto trasformare l’operetta in una farsa o in una pochade di provincia.

Un esempio per tutti. Qualcuno dovrebbe spigare per quale motivo razionale Njegus, fondamentale personaggio comico, dovrebbe parlare in napoletano (perché non in bolognese, milanese o veneziano)? Secondo quale logica un funzionario d’ambasciata nato nel Pontevedro, residente a Parigi, che canta “questa sera voglio fare il parigin”, deve essere trasformato in una macchietta da avanspettacolo legata al solito stereotipo dell’italiano emigrato tutto “pizza, spaghetti e mandolino”?  Questa ingiustificata napoletanità, fatta di batture banali, è disseminata nei primi due atti, dove si tocca il massimo della raffinatezza con una delle signore che dice al protagonista “Danilo, quanto sei bbono”. Si continua poi nel terzo atto quando Njegus, nel fare l’elenco delle donnine di Chez Maxim, aggiunge una “Vincenza” e, all’ambasciatore che vuole sapere chi è questa ragazza, risponde “È una napoletana DOC di importazione”. Dispiace solo che in questo infortunio sia rimasto coinvolto un bravo attore come Marco Simeoli uscito dal prestigioso Laboratorio teatrale di Gigi Proietti. 

La messa in scena di Arnaud Bernard non convince e infatti abbiamo notato che nel suo brillantissimo e prestigioso curriculum di regista d’opera non compare mai un’operetta, per cui ha debuttato in questo genere teatrale allo Sferisterio (forse ha preso la cosa con una certa sufficienza?). Purtroppo per lui, va ricordato che lo Sferisterio non è il palcoscenico di un teatrino di secondo ordine, ma il luogo deputato di un prestigioso Festiva internazionale che merita rispetto, come lo merita la nostra regione che vanta una tradizione di nobili teatri storici, d’illustri compositori e di grandi cantanti lirici. Né va sottovalutato il fatto che Macerata Opera Festival è, da almeno 40 anni, un laboratorio di ricerca e sperimentazione che ha visto impegnati registi e scenografi prestigiosi. Non siamo noi a dirlo, ma la stessa sovrintendente Laura Chiatti che ha scritto: “Lo Sferisterio di Macerata è un palcoscenico magico, unico al mondo, capace di esaltare la potenza della musica e del teatro”.

Il primo atto è stato caratterizzato da preoccupanti cali di ritmo, da un’approssimativa gestione del codice prossemico soprattutto nel muovere le masse. Nel secondo atto si presenta razionalmente inspiegabile il trasferimento della vicenda sulle spiagge della Normandia, quando il libretto originale recita: “Giardino di Casa Glawari, un piccolo padiglione da giardino. Continua la festa in onore del compleanno del sovrano come se si fosse nel Pontevedro. Alcuni sono vestiti con costumi tradizionali del Pontevedro altri con eleganti abiti da pomeriggio”.

Il genetliaco del sovrano è stato così celebrato in costume da bagno, mentre si eseguono in modo anacronistico canzoni e danze della “cara Patria” pontevedrina. Resta inoltre un mistero come abbia fatto Anna Glawari, la sera prima ospite dell’ambasciata, a trasferirsi il giorno dopo con armi, bagagli e ospiti sulle spiagge della Normandia che distano circa 280 chilometri da Parigi, come abbia fatto Danilo (convocato dall’ambasciatore mentre dimora in pianta stabile da Chez Maxim) ad arrivare da Parigi sulla spiaggia, come abbiano fatto la Glawari e i suoi invitati a ritornare il giorno dopo nel Palazzo di Parigi. Sono autentici miracoli che solo la regia può compiere.

Nel terzo atto si torna finalmente a Parigi con un lunghissimo e frenetico can can non sempre sorretto da una precisa coreografia come del resto era già accaduto nei precedenti passaggi danzati. Nel mezzo di una certa confusione si arriva al sospirato lieto fine, accolto da un pubblico esultante e noi sappiamo bene che spettatori paganti e abituati alle gag dei comici televisivi finiscono per avere sempre ragione.

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