“Al di là della forma” di Riccardo Angelini al Centro Studi Osvaldo Licini
di Flavia Orsati
30 Dic 2025 - Arti Visive
Fino al 22 febbraio 2026 il Centro Studi Licini, a Monte Vidon Corrado (FM), ospiterà la Mostra “Al di là della forma”, una personale di Riccardo Angelini, a cura di Stefano Bracalente.
È la figura che non ha figura,
l'immagine che non ha materia:
è l'indistinto e l'indeterminato.
Ad andargli incontro non ne vedi l'inizio,
ad andargli appresso non ne vedi la fine.
Tao Te Ching – Lao Tse
Il Centro Studi Licini, a Monte Vidon Corrado (FM), attiguo alla famosa casa museo dell’artista, ospiterà, fino al 22 febbraio 2026, la personale di Riccardo Angelini, intitolata “Al di là della forma”, a cura di Stefano Bracalente.
L’esposizione è un’antologica che sonda i momenti essenziali della ricerca di Angelini, ricostruendone una autobiografia artistica che, inaspettatamente, segue le tappe, per lo meno geografiche, di quella di Osvaldo Licini: dagli studi bolognesi a Parigi, per riapprodare, infine, nelle Marche, sua terra natale.

Triplici i luoghi, triplice la ricerca, che si snoda fra i tre segni dell’esistenza secondo la concezione buddhista: sofferenza (dukkha), impermanenza (anicca) e non-sé (anatta).
Spesso, la ricerca artistica muove da una inquietudine di fondo, da qualcosa di noto che conduce, tuttavia, verso l’ignoto, sfociando nel mistero, in una zona d’ombra indefinibile logicamente. Niente è duraturo, nemmeno le gratificazioni esteriori della forma; in virtù di ciò, il fare artistico trasmigra oltre essa stessa, sgretolandone l’identità e rendendola inseparata dal resto del cosmo.
Osservando le opere di Angelini, e la loro evoluzione nel corso degli anni, si toccano con mano i concetti di impermanenza e cambiamento: una ricerca sempre al di là, dalla sperimentazione sul fotodinamismo di Bragaglia alla meditazione sul gesto, dall’attraversamento di tanta storia dell’arte attraverso l’automatismo psichico, fino al riapprodare ad una identità territoriale, che fa della regione di appartenenza, le Marche in questo caso, protagonista della materia del quadro, sottoposta ad un processo alchemico di cambiamento, tra solve e coagula. Accenni di figure affiorano per poi dissolversi, come meditazioni sulla materia e sulla gestualità; il colore non è mai ciò che sembra, sottoposto a processi ossidativi che lo rendono cangiante; la concettualità e la riconoscibilità non si esprime più in un logos condiviso, ma in un universo estetico-valoriale da sondare e reinventare, di volta in volta. Una visione magica dell’arte, ed intendiamo qui per “magia” la capacità creatrice e mitopoietica di cui è dotata l’immagine, per quanto indefinita essa sia, e forse sovente, in virtù di questo, capace di palesare il cosmo spirituale. L’opera si fa davvero alchemica, e l’artista è in grado di imprimere veri e propri cambi di status al colore impresso sulla tela, che muta, impermanentemente, a seconda del trascorrere del tempo e del processo a cui viene sottoposto. Si è al di là della forma perché niente è più certo o dato, e le forme stesse si moltiplicano fino ad annullarsi, con più forza della forza stessa.

Ciò significa che è impossibile cogliere, e sublimare, artisticamente l’Essere una volta per tutte, ma ciò che può essere reso è l’attimo, il cambiamento, passato già nello stesso istante in cui viene fissato. Allora, l’evoluzione stilistica coincide, necessariamente, con la progressiva ascesa spirituale, quale “movimento della conoscenza” per come lo intendeva W. Kandiskij nel suo Lo spirituale nell’arte, avente come mezzi la propria necessità interna e l’utilizzo dei colori. Anche l’arte, ovviamente, è sottoposta ad anicca, ma come archetipo dotato di vertice direzionale ha un fine ultimo, chiamato dal fondatore del Blaue Reiter “movimento del triangolo”: quel percorso di ascesa/ascesi verso la vetta, passaggio obbligato nell’alto e nel suo lucore, tramite rito, gestualità, pratica quotidiana, svuotamento di sé.

Superata l’esperienza aristotelica del dualismo, senza parossismi, muta la materia, muta il centro: nelle opere non si intravedono più forme, o forse se ne intuiscono le tracce, per poi vederle scomparire, perché non esiste più un io contrapposto a un non-io, non ci sono più tesi e antitesi, ma solo un trascendente che ne unisce i termini in ciò che è essenziato ed essenziante. La mostra si chiude con un’opera di un nuovo ciclo, qui esposta per la prima volta, dal titolo “Retaggi lunari”. Una sorta di summa del percorso pittorico di Angelini, che sfocia in un tema altrettanto alchemico, quello dell’androgino, “unità per figura e per nome” secondo Platone: una sintesi che non si esaurisce nella semplice unione delle due polarità, ma che si risolve in una perfetta armonizzazione che non le comprende soltanto, travalicandole in una ierofania inconcepibile per noi umani. È l’incoercibilità dell’arte che, avendo lasciato la presa, si ritrova immersa nel tutto.


