A Pesaro un’“Italiana” in “drag”


di Andrea Zepponi

18 Ago 2025 - Commenti classica

“L’Italiana in Algeri” al Rossini Opera Festival, discutibile nelle scelte scenoregistiche, convince per le voci, la direzione e i musicisti. Entusiasmo del pubblico e ovazioni per la “fedelissima” del ROF Daniela Barcellona.

(Ph Amati Bacciardi)

Giorgi Manoshvili, Daniela Barcellona

PESARO 14 agosto 2025, Teatro Rossini – Non ci vuol tanto a capire che ormai le scenoregie sono pronte a tutto, anche quelle firmate da nomi che conoscono profondamente il testo e la partitura come Rosetta Cucchi, già musicista e pianista, accompagnatrice, preparatrice, maestra di sala e ai recitativi del ROF tanti anni fa e ora regista tra le più audaci.

Ebbene sì, dopo aver visto di tutto sulla scena lirica odierna, ci mancava anche una Isabella, italiana approdata ad Algeri, per tradizione simbolo di italica femminilità e seduzione muliebre, diventare un/a barbuto/a drag queen che riesce a innamorare un maschio tossico come Mustafà, bey di Algeri, infoiato dalle sue ambigue grazie e dai suoi smancerosi maneggi. Non dice forse ella nella famosa aria del secondo atto “Tu non sai chi sono ancor.”? Ancora ci chiediamo se il povero Mustafà se ne sia accorto almeno alla fine dell’opera. Nelle note di regia la Cucchi ce la mette tutta a giustificare questa idea di fondo con il linguaggio e la dimensione metateatrale dell’opera buffa rossiniana: la provocazione della femminilità costruita ed esagerata della drag sarebbe in realtà “un ritorno allo spirito originario di Rossini” che nell’opera buffa trova spazio per “il travestimento, il ribaltamento dei ruoli e la libertà dai codici imposti.”. Siamo alle solite. La banalità che l’Italiana non è mai stata un’opera realistica, come non lo sono mai state le opere piene di turquerie, dovrebbe far ammettere anche il massimo sovvertimento che è quello di genere: Isabella durante l’aria del secondo atto Per lui che adoro in pantofole e vestaglia corta di tulle celeste si fa la barba con una lametta rosa e Mustafà che la spia non fa una piega. Per capirne la stranezza si potrebbe invocare il noto detto “Donna barbuta sempre piaciuta”, ma il punto è un altro perché le scene di Tiziano Santi, costumi di Claudia Pernigotti, le luci di Daniele Naldi e i video di Nicolas Boni inclinavano in toto verso questa lettura allestendo un mondo scenico pop, kitsch, tra Las Vegas e backstage drag. Niente niente che anche a un macho come Mustafà piacciono i travestiti? Oppure è così cretino da non accorgersi di nulla. L’equivoco continuo per la Cucchi è, inoltre, secondo le sue note di regia, una naturale evoluzione del linguaggio buffo che aggiornerebbe Rossini ai nostri tempi senza tradirlo e una esaltazione dello spirito originario dell’opera. La verità più trasparente era però il ricorso a uno dei più espliciti ed evidenti miti del mondo odierno di tipo ideologico e politico cui il pubblico deve abituarsi al fine di concepire la realtà come queer dove tutta la paccottiglia di orpelli del più trito travestitismo doveva possedere tutta la messa in scena del capolavoro rossiniano.

L’operazione della Cucchi è parsa quanto mai ridondante e gratuita; quindi, mirata al suddetto obiettivo se non altro perché già nel testo originale Isabella simula abbastanza ciò che non è e recita dissimulando la sua verità in quasi tutte le occasioni.

L’ambientazione temporale della vicenda sembrava svolgersi negli anni ‘80 del secolo scorso. Insomma, il mezzosoprano Daniela Barcellona dopo una carriera di personaggi en travesti non è potuta uscire neppure in questa occasione dal ruolo maschile per dover interpretare l’esagerata e vistosa femminilità di una drag queen che si fa spocchiosa musagete di un gruppo di altre drag (tocca citare anche i loro nomi d’arte): Calypso Fox, Elecktra Bionic, Ivana Vamp e Maruska Starr che irrompono sulla scena.

Una scena a dir poco sgargiante, divisa in due piani, fornita di ogni orpello della modernità alberghiera e turistica in cui ogni allusione all’ambiente algerino, anche nei costumi, era espunta per non incorrere in problemi di politicamente scorretto. Sullo sfondo le animazioni riproducevano una lingua di mare su cui scorrevano un vascello sette-ottocentesco fatto naufragare da Mustafà con una fucilata e una modernissima nave da crociera. La solita doppia ambientazione temporale tributo al main stream registico. Nella scena dell’aria Pensa alla patria, però, Isabella si metteva a nudo, nei suoi veri abiti maschili, per parlare seriamente di coraggio. La regia doveva pur quadrare i conti in un momento dove la verità emerge ma non suscita ilarità minore.

Duole dire che la Barcellona, emerita interprete del ROF, in questo suo ritorno abbia sì dato a Isabella una lettura molto virtuosistica, ben in linea con la sua nota divisa belcantistica, ma lo spessore vocale le veniva meno per onorare la tessitura grave del ruolo che richiede una densità di suono maggiore il che non appare più nelle sue corde; di qui il ricorso allo sciorinare di vorticose colorature e diminuzioni per mascherare la mancanza di peso vocale che nelle scene insiemistiche la faceva quasi scomparire dalla compagine di canto. Si è apprezzato comunque il suo spirito di fedeltà e di amore conclamati per il ROF tanto da sottoporsi alla scoscesa regia della Cucchi.

Il basso Giorgi Manoshvili in Mustafà è ormai una certezza dal suo debutto pesarese del 2021. Stupisce per il suo smalto e il suo stile, la dizione perfetta e le agilità sempre sgranate con una gestualità sicura ed eloquente. Di sicuro riferimento per i prossimi interpreti del ruolo la sua aria d’ingresso “Delle donne l’arroganza”.

Misha Kiria (Taddeo) è un buon attore e ottimo nel canto “parlante” con una vocalità netta di buffo che riempiva il teatro.

Josh Lovell (Lindoro) piuttosto disinvolto sulla scena ma vocalmente un po’ indistinto, incline a semplificare le diminuzioni e le agilità nella ripresa delle arie, a lui si è preferito attribuire l’aria “O come il cor di giubilo” invece della più complessa e originale aria rossiniana “Concedi amor pietoso”.

Gurgen Baveyan (Haly) vocalità chiara con presenza scenica mobilissima ed efficace.

Vittoriana De Amicis (Elvira) soprano di coloratura non eclatante ma sonoro negli acuti durante il concertato del primo atto, bene voluta dalla regia moglie grigia e dimessa nel primo atto ma volitiva ed elegante nel secondo e Andrea Niño (Zulma) anch’ella dal doppio profilo scenico esibito dal primo al secondo atto quando passava dai panni di cameriera scialba e trasandata a quelli di ragazza à la page disinvolta e scaltra.

Nel Coro del Ventidio Basso si è notata qualche défaillance nel settore tenorile ma la sua tenuta e pregnanza erano intatte.

Il direttore Dmitry Korchak, il quale riesce a essere un tenore di valore, è anche un direttore attento e misurato, senza particolari impennate, ma assai presente con la trasparenza delle sonorità rossiniane e più rispettoso della musica che delle esigenze particolari dei cantanti. Il che non è difetto ma carattere.

Dal canto loro l’Orchestra del Comunale di Bologna e il cembalista al fortepiano Giorgio D’Alonzo hanno dispiegato tutte le loro potenzialità avvincendo il pubblico in una creazione rossiniana che, seppur notissima, risultava come letta per prima volta. Dispiace solo sentir accennare in precedenza alla tastiera i temi musicali che verranno eseguiti nelle scene successive. Infine, l’entusiasmo del pubblico ha apprezzato molto tutta la performance, e specialmente quella di Daniela Barcellona, a cui ha rivolto affettuose ovazioni.

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