A Parigi una Violetta dei nostri giorni, più influencer che cortigiana


di Alma Torretta

8 Giu 2026 - Commenti classica

Chiude la stagione dell’Opéra de Paris, nella sala di Bastille con la “Traviata” (fino al 13 luglio) firmata Simon Stone, nel ruolo della protagonista si alterneranno Aida Garifullina e Pretty Yende, Xabier Anduaga e René Barbera in quello di Alfredo.

(Foto di @ChloeBellemere/OnP)

Un allestimento che ha fatto molto parlare di sé quando è stato creato nel 2019 al Palais Garnier e che adesso è riproposto di nuovo, per chiudere la stagione dell’Opéra de Paris, nella sala di Bastille e con due cast, entrambi ai massimi livelli, che si alterneranno. Nel primo, i tre protagonisti principali sono il soprano Aida Garifullina nel ruolo di Violetta, il tenore spagnolo emergente Xabier Anduaga in quello di Alfredo e il baritono Roman Burdenko in quello di Germont padre; non da meno il secondo cast, con Pretty Yende che torna a riprendere il ruolo che ha portato al successo nel 2019, e al suo fianco altre due stelle quali René Barbera, già Alfredo alla prima ripresa dell’allestimento nella stagione 23/24, e Ludovic Tézier che è al suo terzo Giorgio Germont in questa messa in scena.

Il regista australiano, famoso per le sue trasposizioni alla contemporaneità di grandi testi del teatro e dell’opera, ha immaginato una Violetta Valery che vive vendendo la sua immagine più che il suo corpo, vende anche il suo profumo; è iperconnessa e si legge proiettati un fiume di sms; non riceve più a casa sua e non frequenta i salotti ma si ritrova con gli amici in locali notturni, e non poteva mancare all’esterno lo status symbol di una vettura di lusso; anzi tutta la storia è trasportata all’esterno: il primo incontro tra Violetta e Alfredo si svolge nel retro del locale, accanto ai bidoni dell’immondizia; è la celebre scena di Violetta “È strano, è strano… Sempre libera degg’io” non si svolge in camera sua ma passeggiando per Parigi e passando davanti ad un chiosco di Kebab, il Parinstabul, e davanti la famosa statua equestre di Giovanna d’Arco; Violetta, infine, non è più malata di tisi ma di cancro.

Una trasposizione all’oggi che funziona e affascina, malgrado qualche illogicità, come il grande trattore che diventa il simbolo del lusso in cui vivono in campagna i due amanti dopo la fuga da Parigi, con Alfredo che arriva in carriola e pigia dell’uva a piedi nudi in una piccola tinozza, davvero un po’ ridicolo e troppo stridente con il libretto, i due non vanno certo in campagna a fare i contadini; così come avere scelto di mostrare la chiesetta durante il drammatico confronto tra violetta e Giorgio Germont è un po’ ingenuo.

Nel complesso, comunque, la scenografia concepita da Bob Cousins non annoia mai, è elegante e funzionale, un contenitore bianco dagli angoli smussati e aperto trasversalmente che ruota incessantemente, ideale per contribuire a dare ritmo veloce, moderno, alla storia e per proiettarvi sopra i bei video di Zakk Hein e le immagini ed i messaggi che naturalmente accompagnano la vita di una protagonista dei social media.

La vicenda si apre davanti al locale Martina’s, con le immancabili transenne per tenere in ordine la fila all’ingresso, immagini di rose (che nel terzo atto torneranno consumate, come si sta bruciando la vita della protagonista), all’interno una torre di calici disposti a cascata per il brindisi. Il soprano russo Aida Garifullina è bella, visivamente perfetta per il personaggio, anche brava nella tecnica del belcanto con un’adeguata estensione, acuti sicuri e virtuosismi precisi, ma con un colore della voce un po’ scuro, si avverte dolce ma fredda, emotivamente poco coinvolgente, solo alla fine, quando sta morendo nel letto d’ospedale commuove veramente il pubblico che finalmente la applaude calorosamente.

Non corre energia nemmeno con Alfredo, qui presentato come un architetto e interpretato dal giovane spagnolo Xabier Anduaga, tenore star emergente, dal bel timbro e dizione italiana perfetta, molto bravo tecnicamente ma in più anche con buone doti attoriali, passionale sia nelle scene d’amore che di gelosia, da seguire in altri contesti e con altri partner nel proseguo della sua carriera.

Successo pieno e immediato, meritatissimo, invece per il baritono russo Roman Burdenko nella parte di Giorgio Germont, dal belcanto preciso ed espressivo, chiaro ed autorevole, che ha entusiasmato la sala anche se incarna l’antipatico ed ipocrita richiamo a rispetto delle apparenze sociali, e qui scorrono titoli di giornali scandalistici.

Sul podio la giovane direttrice polacca Marta Gardolińska, che è attualmente direttrice musicale dell’Opéra national de Lorraine e primo direttore ospite dell’Orchestra Sinfonica di Barcelona, al suo debutto all’Opéra de Paris, guida l’orchestra in un’interpretazione piacevole della partitura di Verdi, solo con qualche eccessiva sottolineatura delle percussioni che in Verdi è necessario sempre ben controllare per evitare l’effetto banda.

Buona anche la prestazione del coro istruito dal maestro Alessandro Di Stefano.

Lascia invece molto perplessi il famoso balletto di zingarelle e toreri che apre la scena della festa di Flora nella seconda scena del secondo atto, qui in versione volutamente trash. I costumi di Alice Babidge, che per Violetta sono belli, in questa scena appaiono fantasiosi ma decisamente volgari, visti e rivisti, passati di moda, non più trasgressivi.

L’amica di Violetta, Flora, è interpretata dalla giovane mezzosoprano turca Seray Pinar, mentre la fedele servitrice Annina è il soprano Cassandre Berthon, qui proposta come assistente tuttofare poco credibile che torna da Parigi carica di bagagli come se avesse fatto un lunghissimo viaggio. Riuscita invece la scena finale, la morte di Violetta, che s’incammina verso la luce. Nel complesso dunque uno spettacolo patinato, bello e vario a vedersi, che coglie ancora l’obiettivo di farci sentire Violetta una di noi oggi.

All’Opera Bastille sino al 13 luglio.

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