A Bergamo lo show di Francesco Micheli “Donizetti Revolution vol. 7” per presentare il Donizetti Opera Festival


di Andrea Zepponi

7 Giu 2021 - Altre Arti e Festival, Commenti classica, News classica

Francesco Micheli, direttore del Donizetti Opera Festival, ha presentato, il 2 giugno, gli spettacoli del festival con uno show dal titolo emblematico: Donizetti Revolution vol. 7.

(Foto “Donizetti Revolution vol. 7” di Gianfranco Rota)

Sotto il titolo emblematico di Donizetti Revolution vol. 7 il direttore artistico del Donizetti Opera Festival, Francesco Micheli, è andato in scena, il 2 giugno scorso alle ore 19 al Teatro Donizetti di Bergamo con la presentazione degli spettacoli in programma nel concerto-spettacolo, ideato drammaturgicamente in collaborazione con Alberto Mattioli, definito “al cubo”, dove il suddetto ha deciso di coinvolgere il pubblico in un “inedito intreccio di parole, immagini, video e musica”, augurandosi, come da programma, la sua maggiore efficacia rispetto a una conferenza stampa o a un comunicato. Questi sono stati comunque già debitamente diramati per annunciare gli eventi che si susseguiranno dal 18 novembre al 5 dicembre: le donizettiane Elisir d’amore e La fille du régiment, la Medea in Corinto di Simone Mayr (1763–1845), maestro del Gaetano nazionale e altri due spettacoli-concerto di cui uno definito “operashow della Bottega Donizetti” a cura del basso Alex Esposito, la drammaturgia di Alberto Mattioli e dello stesso Micheli, comprendente esibizioni degli Artisti della Bottega Donizetti e dell’Ensemble Donizetti Opera, mentre l’altro sarà Dies Natalis, recital del soprano Sara Blanch e del baritono Paolo Bordogna con al pianoforte Daniela Pellegrino. Il festival, secondo gli intenti della direzione artistica, non intende mettere in scena solo il “compositore orobico”, di cui si aspetta universalmente la riscoperta delle opere liriche ancora sconosciute al pubblico, ma anche la squadra operativa ipostatizzata nella figura del direttore artistico che si è esibito la sera della presentazione in un’affabulatoria ricerca di ri-creazione del passato attraverso il presente, “mettendoci la faccia”, in uno spettacolo, appunto, inteso come “macchina spaziotemporale multimediale”, tutto proteso “a raccontare l’opera con il linguaggio della modernità”; per questo, di seguito a condivisibili parole di commozione, soddisfazione ed entusiasmo per la riapertura del teatro dopo le restrizioni pandemiche, si sono visti spezzoni di cartoni animati e film d’autore, di videoclip di Max Gazzè, di altri filmati tra cui quello del basso Esposito che cantava con lo sfondo di vacche in una stalla e varie gags inscenate dal poliedrico Micheli tra cui quella di indossare una lunga parrucca bionda; soprattutto si è sentita sciorinare una batteria di associazioni tra elementi disparati relativi a Donizetti e una certa idea di modernità a partire dalle immagini ufficiali del festival presenti sui manifesti e pieghevoli di sala volte alla narrazione di un main stream tendente al transumanesimo biotecnologico – tutti i volti ivi raffigurati, Medea, la fille, Nemorino, quello di Micheli stesso, deturpati da innesti di microchip, impianti di tubi e accrocchi con dispositivi elettronici – e alludente a certo spiritualismo ben connotato (chi sarà mai il tenebroso personaggio, scelto come effigie del Donizetti Opera 2021, dal mantello nero, soggolo biforcuto e tridente fiammeggiante che getta un cono d’ombra sul pianeta? Quello che Donizetti in una lettera spera sia dalla sua parte nel mestiere maledetto del teatro?), per arrivare all’attualizzazione di elementi invero presenti nelle diverse opere, ma “rivisitati” dalla onnipresente affabulazione della governance artistico-registica – Micheli è anche regista della Medea in Corinto – che, al fine di “riannodare i fili della nostra identità cercandoli anche in quelle che Bruno Barilli chiamava le icone dei padri”, ha associato il truffaldino elisir dell’opera donizettiana alla chimica drogastica, la figura di Medea, il cui mito è, tra l’altro, politicamente scorrettissimo, a una immigrata dal sud del mondo dei nostri giorni, e quella di Marie, figlia del reggimento, trovatella cresciuta nell’esercito, a una donna in carriera militare, cui viene calcato, chissà perché, l’appellativo di “transessuale”. Lo sforzo di associazione, giocato soprattutto sul linguaggio come strumento performativo (Donizetti diventa così compositore global per la sua internazionalità europea e quella di suo fratello Giuseppe che fu militare musicista a Istambul) si è proteso a innestare corrispondenze tra i momenti della biografia donizettiana con il nostro presente e ad associare generi diversi tra loro secondo una narrazione che trascendeva  limiti logico-spazio-temporali: il suo momento di crisi creativa del 1821 con l’attuale fermo patito dai teatri per cui sullo schermo si è evocata la manifestazione di protesta dei lavoratori con lo spettacolo dei bauli tenutasi in piazza Duomo a Milano nell’ottobre 2020, i rapporti del compositore bergamasco con il maestro Mayr, proclamato secondo padre, da cui in una lettera si lamenta trascurato e lo zio morente di Nemorino nell’Elisir assimilati ai recenti abbandoni e segregazioni forzate dei congiunti dovuti al covid, infine, la presenza nelle sue opere di soggetti alpestri e rurali attribuita all’ascendenza bergamasca e ben rappresentata, secondo l’estro categorizzante del Micheli, dal mondo contadino ottocentesco ritratto nel film L’albero degli zoccoli e dal personaggio di Haidy cui sorridono i monti e le caprette fanno ciao.

A tutta questa narrazione, peraltro applaudita dai più, era affiancata la musica tramite due grandi cantanti del festival, il noto soprano Carmela Remigio che interpreterà il title-role di Medea in Corinto al Teatro Sociale e una giovane promessa, il soprano Caterina Sala, futura interprete di Adina nell’Elisir d’amore al Teatro Donizetti, accompagnate al pianoforte dal M° Michele D’Elia, cui era affidato il compito di rappresentare musicalmente l’anteprima della stagione donizettiana 2021 insieme agli interventi filmati del M° Riccardo Frizza che, dallo schermo, ha annunciato l’uso di strumenti originali nell’esecuzione dell’Elisir d’amore: infatti mentre la Remigio offriva la sua interpretazione di alcuni momenti drammatici e di frasi salienti dell’opera mayriana stagliando la sua vocalità e il suo accurato profilo scenico, il Micheli alternava le succitate spiegazioni sulle proprie note di regia – invocate le origini aprutine della cantante per giustificare gli agganci con la provenienza dalla Colchide di Medea – e le sovrapponeva, in alcuni tratti, al canto riaffermando la volontà di supremazia registica sulla musica per cui non si capiva se gli applausi fossero diretti all’uno o all’altra; stessa modalità per la voce della Sala che però ha avuto una decisa ovazione del pubblico per la fresca bellezza della vocalità, la sorprendente maturità vocale e di stile per una ragazza di vent’anni al suo debutto e le prodezze belcantistiche compiute nell’aria alternativa di Adina “Prendi per me sei libero”, l’incipit del duetto “Chiedi all’aura lusinghiera” dall’Elisir, nello struggente cantabile “ Il faut partir” da La fille, nella esilarante scena della lezione di musica del secondo atto in cui il Micheli imparruccato inscenava anche vocalmente la Marquise zia di Marie, nell’irresistibile Rataplan e nell’aria finale dell’opera dove la Sala ha sprizzato quei fuochi d’artificio vocali che le hanno decretato l’inequivocabile successo della serata e il plauso per la sua vocalità dalle doti eclatanti e tecnicamente a posto. Questo è propriamente ciò che ci si aspetta di ritrovare a novembre nel festival bergamasco oltre alla eccellenza musicale che lo ha contraddistinto in questi primi setti anni della sua esistenza.

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