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Vanilla Sky

La recensione del film di Cameron Crowe.


di Manuel Caprari

Vanilla Sky
( id., USA 2001)
Regia: Cameron Crowe
Cast: Tom Cruise, Penèlope Cruz, Cameron Diaz, Kurt Russel
Durata: 135′
Distribuzione: UIP

Vanilla SkyNon si dovrebbe mai svelare troppo di un film quando se ne fa una recensione. Ma siccome di Vanilla Sky è impossibile tentare di intavolare un qualsivoglia discorso senza parlare almeno in parte del finale, se avete intenzione di vederlo e non volete rovinarvelo smettete di leggere adesso. Vanilla Sky è il remake americano di Apri Gli Occhi di Alejandro Amenà bar, il regista di The Others, film che in Spagna è stato un successone e che in Italia è invece di difficile reperibilità. Dobbiamo infatti ammettere di non essere ancora riusciti a recuperare l’originale, che ci dicono più ambiguo, più misterioso ed inquietante di questo. Vedremo. Senza poterlo paragonare col prototipo, questo film ci è sembrato tutt’altro che trascurabile. E’ vero che rientra in almeno due filoni piuttosto ricorrenti nel cinema degli ultimi tempi, cioè da una parte il thriller misterioso con clamoroso finale a sorpresa (Il Sesto Senso, The Others, Le Verità Nascoste); finali a sorpresa quasi sempre piuttosto scontati, al di là della qualità più o meno alta dei vari film nel loro complesso, e che stanno assumendo sempre più l’aspetto di variazioni sul tema di un unico finale . Dall’altra parte rientra anche nel filone di film come The Matrix o Truman Show, in cui qualcuno scopre che la realtà che sta vivendo è solo un’illusione, una manipolazione creata da qualcuno che controlla tutto. Vanilla Sky fonde i due filoni in maniera equilibrata e intelligente, e oltretutto Cameron Crowe ha l’accortezza di non costruire tutto il film in prospettiva del finale, ma dà importanza e suggestività alle singole scene e ai significati intrinsechi alla storia. Non solo: di questi due filoni crea due varianti piuttosto interessanti: ribalta il concetto alla base di Matrix e simili, e pone una postilla alla rassicurante blindatezza della struttura del finale a sorpresa. Mi spiego meglio: in Truman Show o The Matrix una vita stereotipata basata su uno stereotipato concetto di serenità viene propinato a inconsapevoli cavie umane per vari motivi di sfruttamento. Qui una vita piena e soddisfacente, almeno ad un livello superficiale, viene sconvolta da un tragico episodio, ed è il protagonista stesso che sceglie di farsi ricostruire la felicità perduta, prima di decidere coraggiosamente di tornare a guardare in faccia la realtà . E facciamo notare che la sua scelta finale è totalmente libera, non conseguente ai suoi incubi, che sarebbero potuti essere cancellati. Parlavamo di vita piena e soddisfacente. Certo che quel modello di felicità sia consumistica, frivola e ipocrita: il protagonista è una specie di ribelle mancato, ricco di nascita che sfoga l’insofferenza verso le sue fortune materiali e il mondo degli affari nell’amore per il rock e in gusti cinematografici da finto non-allineato; ma chi la baratterebbe senza batter ciglio con la sofferenza e la solitudine?
Cameron Crowe, secondo il nostro umile parere, è meno frivolo di quanto qualcuno possa pensare, e forse l’aveva già dimostrato in Almost Famous (nessuno storca la bocca!); film che era sicuramente più nelle sue corde di quest’ultimo, eppure è proprio questo essere vagamente fuori chiave a dare al film un fascino particolare, e a far passare con maggior angoscia il tema, realistico e drammatico, della possibilità di poter perdere tutto quello a cui teniamo da un momento all’altro; evenienza con la quale dobbiamo convivere in continuazione. E’ un film sul nostro modo di essere e di vivere, e lo stesso meccanismo con cui il protagonista si crea un suo mondo ideale – assemblando canzoni, scene di film, immagini fotografiche e pittoriche che l’hanno emozionato nel corso della sua vita – parla della nostra condizione umana e del nostro modo di rapportarci (o di non rapportarci) alla realtà e ai sogni. Per quanto riguarda, invece, la struttura mistero-soluzione univoca e chiara, struttura più rassicurante che inquietante, il film sembra rispettarla in tutto per tutto; magari può fare un po’ di confusione, può perdersi qualche pezzo per strada (non mi sembra, ma forse ad un’analisi puntuale potrebbe non reggere in tutte le sue parti); fatto sta che comunque c’è una soluzione del mistero che cerca di essere esauriente. Ma c’è anche un’ultima inquadratura, una semplice inquadratura, che potrebbe significare qualcosa di diverso. Non sembra che sia stato troppo notato, e forse è una nostra svista, eppure quell’occhio che si apre al suono della frase “apri gli occhi”, come all’inizio del film (non nella prima sequenza, quella del sogno della città vuota, ma nella seguente) potrebbe vanificare la veridicità del finale. Perchè se quell’occhio si risvegliasse da un normale sonno, allora andrebbero rivisti i confini tra sogno e realtà di tutto il film. Oltretutto il fatto che i titoli di testa siano alla fine anzichè all’inizio, potrebbe anche far pensare alla possibilità di una struttura ciclica, o perlomeno di un ricominciare daccapo. Insomma, siamo proprio sicuri , alla fin fine, che Cameron Crowe ci abbia veramente detto cosa accidenti è successo?

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