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“Unforgettable Umbria. L’arte al centro fra vocazione e committenza” a Perugia


di Flavia Orsati

Abbiamo visitato la Mostra “Unforgettable Umbria. L’arte al centro fra vocazione e committenza” nel Palazzo Baldeschi di Perugia, aperta fino al 3 novembre. Espongono oltre 50 artisti di fama internazionale.

A Perugia, nell’incantevole sede storica di Palazzo Baldeschi, è aperta dal 13 aprile fino al 3 novembre la mostra “Unforgettable Umbria. L’arte al centro fra vocazione e committenza“, a cura di Alessandra Migliorati, Paolo Nardon e Stefania Petrillo.

Si tratta di un percorso tra opere di artisti del secondo Novecento che, in qualche modo, sono stati legati all’Umbria. Sono stati selezionati oltre 50 artisti di fama internazionale, tra cui Alighiero Boetti, Alberto Burri, Alexander Calder, Giuseppe Capogrossi, Piero Dorazio, Yves Klein, Leoncillo, Brian O’Doherty, Sol LeWitt, Beverly Pepper, Ivan Theimer e Giuseppe Uncini.

Ma perché così eminenti artisti dell’arte del secolo scorso hanno subito il fascino dell’Umbria tanto da esserne a tal punto attirati da scegliere di vivere lì parte della loro vita, o comunque da visitarla più volte, come fa Klein ad esempio nel corso della sua breve esistenza?

L’Umbria è una regione chiusa, senza sbocchi sul mare, raccolta e assorta, nel verde dei suoi boschi rigogliosi e nel silenzio degli eremi e delle abbazie di cui è disseminata; nell’eleganza dei mattoni delle sue antiche abitazioni e delle sua chiese millenarie. Insomma, un luogo in cui la memoria è legata imprescindibilmente al paesaggio, visto come unione di natura e cultura, tradizione che lo ha vivificato e reso unico. Terreno fertile quindi, e affascinante, per chi vuole dedicarsi al raccoglimento, alla riflessione, all’otium latino nel senso più alto e nobile del termine, Si tratta di una regione che riesce a equilibrare l’azione, il fare artigianale, con la meditazione, in un tempo che scorre più lento e solenne rispetto al caos delle città, scandito ancora dai ritmi e dai cicli naturali di morte e rinascita.

Diceva Guido Piovene a proposito dell’Umbria:

La bellezza toscana, specialmente nell’arte, è più rigorosa e astratta, e ha tra le sue muse la geometria. Quell’umbra è più morbida, più stemperata e più sfumata, con una costellazione di città in altura: o poste in vetta come Perugia e Todi, o sulle pendici di un monte, come Gubbio ed Assisi, o, come Orvieto, su un basamento di tufo. […] Dall’alto si contemplano paesaggi come patinati, conche di un verde argenteo, colline che scendono lentamente a valle recando torri, campanili, basiliche, monasteri. Tramonti limpidi, di un rosso privo di eccesso, sfumano sulle rocche e sugli oliveti, tra suoni di campane e rondini. L’aria leggera dà un senso di euforia fisica.

Insomma, indimenticabile.

Sicuramente, il meglio dell’intera esposizione si trova all’inizio, nella prima sala. Dopo aver salito un’imponente scalinata, si entra in una raffinatissima stanza, al centro della quale troneggia l’ex voto di Yves Klein del 1961 dedicato a Santa Rita da Cascia: la spiritualità, dunque, si contrassegna come cifra distintiva della regione, luogo di nascita del monachesimo occidentale e patria del francescanesimo. A fargli compagnia, un’opera di William Congdon, un Burri e un Leonardi. In fondo a sinistra, dopo la porta che conduce all’ambiente adiacente, l’altra opera di Klein: il Monocromo Blu senza titolo del 1958. Il blu della Divina Sofia, della trascendenza. Solo queste opere valgono una visita. Due grandi umbri, Burri e Leoncillo, che si misurano e confrontano con un americano e un francese: Klein visita diverse volte, per la precisione cinque, il santuario di Santa Rita, dove lascia il suo splendido ex votoLe bleu l’or le rose l’immateriel“, mentre Congdom, dopo essersi convertito al cattolicesimo, si stabilisce ad Assisi e avvia un’intensa indagine  sull’iconografia e sui temi collegati al sacro, come nell’Ego Sum n 4 esposto, crocifissione/resurrezione piena di luce. Si instaura, inevitabilmente, uno scambio dialettico tra la materia lacerata (e cauterizzata) di Burri e la creta ferita di Leoncillo con l’immaterialità di Klein e Congdom, entrambi spirituali e con lo sguardo rivolto verso l’Assoluto.

L’Umbria, poi, è stata un’importante polo della sperimentazione plastica internazionale grazie alla nascita, nel 1961, della Biennale del metallo di Gubbio; così, questo fatto ha accentuato la dimensione lì già fertile del sapere pratico-artistico, intendendo con “arte” la realizzazione di un sapere in un’azione. Si prosegue il percorso, quindi, tra progetti sperimentali di diverso tipo, da scultura a pittura a installazioni. Una sala in particolare è dedicata al mito e alla sua rielaborazione moderna in chiave archetipica, con il bozzetto di Theimer dell’Ercole per il monumento a Giuseppe Piermarini, fino alla trasfigurazione personalissima di Stefano di Stasio e di Anne e Patrick Poirier, che per anni hanno soggiornato ai piedi del Monte Serrano. Nella mescolanza di iconografia e citazioni colte si (ri)genera così una classicità dei tempi moderni, che hanno bisogno di miti e spiritualità, di rendere il reale più bello e poetico di quanto esso non sia veramente. E sono pochi i luoghi come l’Umbria, scrigno di memorie stratificate nel corso dei secoli ma rimaste vive, capaci di vivificare gli attimi e trasformarli in eternità, palesando la potenza della tradizione nel contemporaneo. Il cerchio si chiude, nella sala finale, con un’altra opera dell’umbro Alberto Burri, il Cretto del 1975, testimonianza dell’inscindibile legame dell’artista alla terra anche nel pieno della sua maturità espressiva e nonostante la sua lontananza fisica dal luogo delle radici. Per concludere, sempre citando Piovene: “Con le sue millenarie infiltrazioni, l’arte ha saturato gli animi. Tutti qui vivono nell’arte, consapevoli o inconsapevoli”.

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