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Un “Trovatore” oltre gli schemi alla Scala di Milano

Fotografie di Brescia e Amisano


di Chiara Gamurrini

Ambientazione inedita ma efficace per il Trovatore di Verdi, andato in scena al Teatro alla Scala di Milano. Predomina il rosso tanto amato da Verdi. Buono il cast. Successo sancito dal pubblico.

Milano, 15 febbraio 2020 – L’inedita scelta di un’ambientazione museale è stata intrapresa dal regista Alvis Hermanis per mettere in scena Il Trovatore di Verdi al Teatro alla Scala di Milano. I personaggi principali ricoprono, all’apertura del sipario, il ruolo di guide turistiche che, mostrando quadri d’epoca rinascimentale, ne illustrano la storia riportando alla luce vicende della Spagna del XV secolo. L’esperienza sensoriale immersiva offerta dal luogo coinvolge quasi subito turisti e ciceroni, che sembrano rapiti dal loro stesso racconto fino ad immedesimarsi nei protagonisti dell’opera. La scenografia, ideata da Hermanis e Uta Gruber-Ballehr, risulta prevalentemente statica, ad eccezione del movimento di alcuni pannelli che richiama il mescolamento di carte, forse alludendo a quelle del destino, o quello dei piani spaziali e temporali su cui si articola la vicenda: essa, infatti, viene ripercorsa attraverso numerosi flashback che ne alterano la linea cronologica. Rosso è il colore dominante per la rappresentazione del soggetto, “bellissimo, immaginoso e con situazioni potenti” come definito dallo stesso Verdi, probabilmente adoperato per il suo potere evocativo che sottolinea il dramma permeante l’intera opera, richiamandone allo stesso tempo alcuni elementi cardine: l’amore, il fuoco, il sangue. La scelta delle luci di Gleb Filshtinsky è oculata, in particolar modo quando esse virano verso toni più caldi assecondando le vicende più truci e i sentimenti iracondi dei personaggi.

La semplicità dello sfondo permette allo spettatore di concentrarsi sulla musica articolata di Verdi. Un’orchestra rispettosa dei volumi accompagna in modo esemplare il canto sotto la guida del maestro Nicola Luisotti, pone il giusto accento su arie e cabalette, permettendo così di evidenziare i conflitti tra i personaggi e la forza emotiva all’interno degli stessi. Si passa da atmosfere gravide di pathos con archi dal ritmo incalzante a scene più distese come il canto di Manrico imprigionato accompagnato solo dall’arpa, o il delicato 6/8 per il duetto madre figlio contraddistinto dal pizzicato degli archi.

Meritevole il Ferrando di Riccardo Fassi, dotato di un timbro di basso profondo e corposo, che gli consente di ricoprire facilmente il ruolo con un risultato che è d’effetto per lo spettatore. Buona l’interpretazione di Azucena del mezzosoprano Violeta Urmana, avvezza alla parte, che mostra padronanza del personaggio sia in termini vocali che scenici, nonostante alcune difficoltà nelle transizioni di registro dalla zona grave a quella acuta. Solida nella tessitura bassa ma imprecisa in quella alta la voce del baritono Massimo Cavalletti come Conte di Luna, al contrario di quanto accade per il soprano Liudmyla Monastyrska nei panni di Leonora la quale, pur mancando di volume e colore in zona grave, vanta nitidezza e delicatezza sopranile in zona acuta come dimostrato nell’aria “d’amor sull’ali rosee”. Lo stile a volte tirato del noto tenore Francesco Meli (sulla scena Manrico) lo porta ad una sollecitazione eccessiva della fonazione con conseguente défaillance durante l’esecuzione della “pira”. Tuttavia, è da riconoscerne l’abilità del fraseggio e la pienezza della pasta vocale che assieme alle doti recitative gli permettono di ottenere una sonora approvazione da parte del pubblico. Il coro del maestro Bruno Casoni è preciso e misurato nelle parti armonizzate e a ritmo serrato, vigoroso in quelle all’unisono con buon volume e impatto sonoro (potente il canto degli zingari all’inizio del secondo atto). Risultano molto curati attacchi e chiusure. Un potente colpo di piatti sancisce la fine del dramma sottolineando l’orrore della rivelazione finale e lo scroscio di applausi che ne consegue conferma il successo della rappresentazione.

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