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Tradizione, alta qualità e applausi per la “Bohème” di Civitanova Marche

Fotografie di Luigi Gasparroni


di Roberta Rocchetti

Ha ancora fatto centro “Civitanova all’Opera”, con un’ottima messa in scena de La Bohème. Sobria la regia di Josè Medina. Ottima la direzione musicale di Alfredo Sorichetti, che è anche il direttore artistico della rassegna. Gran belle voci e su tutte quella di Marta Torbidoni.

Torna Bohème al Teatro Rossini di Civitanova (MC) e lo fa nell’anno in cui questa città ricorda i cento anni dalla nascita di un suo figlio prestigioso, il basso/baritono Sesto Bruscantini, che di questa opera fu uno degli interpreti più acclamati anche calpestando il palcoscenico di questo stesso teatro agli inizi di una carriera che lo portò in seguito in tutto il mondo.
Sabato 18 maggio il sipario si è aperto su un’ambientazione tradizionale, diremmo iconografica, così come tradizionale è stata la regia di Josè Medina, messicano di lunga e consolidata carriera che ha deciso di percorrere un sentiero quieto e confortevole, e lo ha percorso in compagnia dei costumi di Roberta Fratini e alle scene di Andrea Rosati, non sono mancati quindi gli scialli sulle spalle di Mimì, gli azzardi erotici di Musetta, anche se invero alquanto contenuti, e le spoglie soffitte, il tutto coadiuvato da un arredamento essenziale e da sobrie proiezioni sul fondale.
Sul piano degli interpreti abbiamo avuto per una volta la possibilità di avere un Rodolfo così come dev’essere stato nella mente di chi questa vicenda ha creato, giovane, anzi giovanissimo, prestante e con un viso “antico” da ragazzo di inizi ‘900, in questo caso adattissimo all’ambientazione come dicevamo tradizionale. I tratti di Valerio Borgioni di anni 22, con già all’attivo un curriculum di tutto rispetto, ricordano un po’ quelli di un Petrolini, mobili e tragici, la sua voce già ben impostata dal timbro adulto e caldo è già gestita ottimamente, tanto da consentirgli di scendere a sfumare e salire per le puntature senza perdere smalto, studia con profitto e si vede, ne sentiremo ancora parlare.
Marta Torbidoni è ormai una garanzia, nel suo debutto in questo ruolo non ha tradito le aspettative e la sua voce sonora, piena di armonici, carica di colori si è srotolata correndo lungo platea e galleria colmando il teatro di volume e grazia e facendoci arrivare la bellezza e l’importanza di ogni singola nota, impossibile non pensare ancora una volta che dietro ci sia l’aver introiettato perfettamente gli insegnamenti di Mariella Devia con la quale si perfeziona, pur non abdicando ad una personalità propria.
Ottimo il Marcello di Costantino Finucci, anche qui voce a volontà, bellissimo timbro morbido e carezzevole, fraseggio e legato in grado di creare una fluidità che amplifica il potenziale emotivo ed interpretativo del suo personaggio unito a solida capacità attoriale, si è perfezionato con Sesto Bruscantini e l’insegnamento non è stato vano.
Romano dal Zovo ci ha commosso con il suo Colline, che nel salutare la “vecchia zimarra” non saluta evidentemente solo un capo d’abbigliamento per quanto utile ad un bohemien nel rigore climatico parigino, ma quella fase della giovinezza nella quale non si contempla la possibilità che la morte possa toccare da vicino, cioè la vera giovinezza.
Convincente anche la Musetta di Paola Antonucci, bella presenza scenica, viziata e capricciosa ma realistica, mai macchiettistica o eccessiva negli ammiccamenti, più grintosa che smorfiosa, ottima anche sul piano vocale.
Alessio Potestio è stato un buon Schaunard, così come il resto del cast composto da Gianluca Ercoli (Benoit), Mimmo Lerza (Alcindoro), Francesco Amodio (Parpignol) Carlo Bonelli e Niccolò Pelusi i due addetti alla dogana, il Coro Gaspare Spontini diretto da Lisa Colonnella.
Il direttore d’orchestra Alfredo Sorichetti con  l’Orchestra  Sinfonica Puccini, dobbiamo dire, ha fatto un grande lavoro, sempre al servizio delle voci, ha saputo usare un proprio spazio per sottolineare i vari passaggi drammaturgici con grande incisività, rendendo appieno le emozioni, la malinconia, lo struggimento e la bellezza senza fine di questa partitura, un perfetto equilibrio dove eleganza di esecuzione non diviene assenza di cromatismi emozionali.
A questa messa in scena hanno partecipato alcuni alunni delle scuole locali che dal nostro punto di osservazione potevamo vedere, ormai smessi i costumi di scena del secondo quadro, osservare rapiti da dietro le quinte l’agonia della protagonista e tutta la bellezza e il teatro che Puccini è riuscito a imprimere in questa opera, certi che in quel momento stavamo vedendo formarsi gli spettatori e forse perché no, anche gli interpreti di domani.
Successo decretato da un pubblico che ha riempito il teatro e che non ha lesinato applausi anche a scena aperta.

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