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Superba messa in scena de “Il cappello di paglia di Firenze” a Napoli

Fotografie di Francesco Squeglia


di Andrea Zepponi

Follia organizzata, gioco di scambi e contrattempi, commedia di equivoci e fraintendimenti tra farsesco, surreale e comico brillante, Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota diverte e incanta ancora con il suo sincretismo musicale, con la sua ironica leggerezza e la sua sintesi di tradizione melodrammatica e modernità novecentesca. Il marchingegno scenico suggerito dalla pièce-vaudeville di Eugéne Labiche e Marc Michel Un Châpeau de paille d’Italie per l’opera rotiana non poteva essere meglio congegnato, anche dal punto di vista musicale, di quello del Teatro San Carlo di Napoli cui ho assistito domenica 13 maggio in pomeridiana. Scritto nel 1945 e andato in scena dieci anni dopo, nel 1955 al Teatro Massimo di Palermo, questo gioiello di teatro musicale venne accolto fin dall’inizio da uno strepitoso successo che ne determinò un circuito in Italia alquanto inusuale per un’opera del Novecento. Infatti fu ripresa nel ’56, ’57 e nel 1958 alla Piccola Scala di Milano con la regia di Giorgio Strehler, nell’87 a Reggio Emilia a firma di Pierluigi Pizzi e nel ’96 a Catania fino a varcare anche i confini nazionali. In questa straordinaria edizione era presente anche il grande soprano Daniela Mazzucato, interprete speciale del genere ma anche voce presente nella storica incisione del 1975 per la RCA-Ricordi diretta dallo stesso Nino Rota.
La connaturata abilità di scrittura del suo autore, fa del Cappello di paglia di Firenze una prismatica successione di travestimenti e parodie musicali che da Mozart arrivano a Mascagni, citando primo fra tutti Rossini; così come la sapiente strumentazione e il forte senso drammaturgico del compositore milanese. I molteplici richiami tematici, gli azzeccati autoimprestiti dell’autore, il carattere cinematografico dei linguaggi in una polifonia di generi e stili rimandano l’arguzia compositiva che tanto ammiriamo anche nelle strafamose musiche da film per cui Nino Rota è noto anche al pubblico non melomane. Tra il parodistico e il surreale, proprio come un film di Jacques Tati, la trama della farsa si articola in un caleidoscopio di situazioni esilaranti in cui il libretto dello stesso Nino Rota e della mamma Ernesta rende senz’altro più cinematograficamente verosimile la vicenda originaria, già peraltro filtrata dapprima nell’omonimo film muto di René Clair (1928) e poi in quello sonoro del 1941 di Maurice Cammage con Fernandel, la quale, non diversamente dalla struttura di un film neorealista italiano di quegli anni, viene movimentata dalla spasmodica ricerca di un elemento inseguito per tutta l’azione che ne risulta il motore principale coinvolgente tutti i personaggi con i loro diversi tipi e caratteri: un fine cappello da signora. E l’inseguimento – come disse lo stesso René Clair – non può che concludersi con l’exploit di “tirar fuori dal cappello il finale lieto” proprio come un gioco di prestigio. Il filtro cinematografico deve aver avuto il suo effetto, se a tutt’oggi l’opera non viene ambientata a metà dell’Ottocento (la comèdie-vaudeville originaria è del 1851), bensì nella Parigi della Belle-Époque, come una farsa di Georges Feydeau, all’insegna di una folle journée di mozartiana memoria – di nozze in effetti si parla – in cui, se il ritmo musicale impresso da Rota risponde perfettamente al carattere vorticoso del testo originario, la musica non è tuttavia collocabile nella metà dell’Ottocento e neppure in Francia. Il Novecento quindi, con tutti i suoi sperimentalismi, il suo linguaggio ironico, fratto e ammiccante è la vera ambientazione dell’opera che la regia di Elena Barbalich, le scene e i costumi di Tommaso Lagattolla, con le coreografie di Danilo Rubeca, le luci di Marco Giusti, hanno giustamente individuato e ritagliato con intelligenza e infinito gusto della scena. Una Parigi di primo 900 (tra le due guerre) intravista e rappresentata in taglio bidimensionale e simbolico che risolveva  innumerevoli problemi scenici dovuti alle dinamiche funamboliche della trama e corredata di splendidi ed evocativi costumi dell’ambiente elegantissimo venato di ironica parodia, così come le scene e gli oggetti di carattere: la grande cornice di proscenio circondata da lampadine con tutte le allusioni possibili ad un’insegna da cabaret, uno specchio di camerino teatrale, uno schermo cinematografico oppure una ribalta alla Bertoldt Brecht, inquadrava l’azione con funzionali cambi a vista operati da figuranti che si stagliavano sullo sfondo a luce rossa o blu, gli stessi che poi figuravano su pattini come servitù dei rispettivi padroni, indi il velocipede antico dalla testa equina, le modiste “garrule e pettegole” nel difficile branetto corale Svelto, vola vola l’ago che rivisita in contrattempo le vorticose roulades della cavatina di Rosina del Barbiere di Siviglia, la difficile scena finale in cui dalla finestra della prigione deve calare il cappello di paglia e, tra molto altro, l’apparizione del grande violinista Mainardi che spuntava dalla platea con il suo violino virtuoso suonato da Salvo Lombardi, tra i migliori archetti nella sezione dei primi violini al San Carlo. Infinite allusioni e fusione di contesti diversi giocavano in molteplici rimandi suggeriti anche dalla musica: ad esempio si coglieva l’attacco musicale dell’incipit di una delle danze scritte da Rota per il ballo in casa Ponteleone nel Gattopardo viscontiano e il felliniano clown che intona alla tromba il tema di Rota nel film La strada. A tutti questi particolari scenici si deve aggiungere il capillare lavoro di tutti gli interpreti impegnati in infinite ed acrobatiche gags di efficacissimo impatto sul pubblico e l’impegno coreografico di Danilo Rubeca, e dei pattinatori, mimi e danzatori della Compagnia Körper.
Valutando i singoli ruoli vocali emerge in assoluto tra le voci maschili il tenore Pietro Adaini, giovane talento dotato di timbro chiaro ed omogeneo, buon volume ed ottimo fraseggio, oltre ad una presenza scenica esuberante, atletica e ben spesa, che ha delineato un Fadinard aitante, genuino e spiritoso anche in senso sentimentale. Un monumento vivente al tipo del buffo, è stato scolpito dal baritono Bruno de Simone nel ruolo di Beaupertuis, con il suo timbro inconfondibile, la dizione perfetta nella pure notevole ampiezza vocale e il suo infinito repertorio di colori ben spesi in una resa comica di assoluto spessore nel gesto scenico, e sul versante canoro, sia nel declamato che nel cantabile; smagliante voce di basso, il Nonancourt di Gianluca Buratto, movimentatissimo dalla regia per la smania di togliersi le scarpe strette, ha messo in campo una solida emissione piegata al taglio scenico burbero e bacchettone del personaggio e qua e là ottime dimostrazioni di flessibilità vocale di tipo belcantistico rossiniano; non ultimi come parti di fianco di ottimo livello per ottima produzione in ottimo teatro, vanno segnalati il tenore caratterista Marco Miglietta nella parte dello zio sordo Vézinet, il baritono Dario Giorgelè per Emilio in meraviglioso rapporto di profilo vocale e scenico come il tenore Roberto Covatta (Felice) ed il tenore Massimiliano Chiarolla (Achille di Rosalba) e una menzione speciale va fatta per i coristi sancarliani: il baritono Sergio Valentino (un caporale delle guardie) e il tenore Antonio Mezzasalma (una guardia). Tra le voci femminili, si è già notata la straordinaria presenza del soprano Daniela Mazzucato nei panni della modista, perfetta per affinata tecnica del palcoscenico lirico e valorizzata da regia e costumi in modo superbo; padrona della scena e del ruolo vocale anche il versatile mezzosoprano Anna Malavasi nella baronessa di Champigny, con i suoi sgargianti effetti privi di devianze veriste. Superba esibizione nella parte di Elena del soprano leggero Zuzana Marková, che ha evocato con i suoi stupendi filati e i lunghi fiati in acuto il carattere vocale di una verdiana Nannetta o di una pucciniana Lauretta, declinati nel linguaggio stravagante e straniato di un disarmante lirismo e tratti di coloratura meccanica che definivano un personaggio avulso dalla concitazione scenica come nelle estatiche frasi duettanti con il tenore; buona resa scenica quella del soprano Anna Maria Sarra nella sua ammiccante e svenevole Anaide, meno scolpita dal punto di vista vocale e nella omogeneità dei registri.
Per venire alla compagine orchestrale il M° Valerio Galli, sul podio di Orchestra e Coro del Teatro San Carlo, ha impresso il giusto impulso ritmico impennato sulla tempistica della regia con particolare attenzione a far emergere i momenti più lirici, seppur stemperati dalla ben nota ironia sottolineata da strumenti come fiati ed ottoni, concertando i pezzi d’insieme con una rutilante dinamica dal piglio cinematografico tradotta nel ritmo e nella capacità di raggiungere subito effetti dinamici di pianissimo e poi di fortissimo senza soluzione di continuità in una intesa organica con la lineare pregnanza della regia e con uno stile tutto novecentesco. Il Coro del Teatro San Carlo, è stato diretto dal M° Marco Faelli che ha portato il gruppo corale a notevoli livelli di versatilità nel renderlo flessibile ai movimenti continui della scena e alle dinamiche musicali tanto da renderlo quasi un unico personaggio collettivo.
Il successo dello spettacolo è stato pieno e tangibile con un pubblico divertito e soddisfatto dalla comicità surreale che ha pervaso tutta l’esecuzione e dalla comunicativa della sua musica. 

Nino Rota
Il Cappello di paglia di Firenze
Farsa musicale in quattro atti
Libretto di Nino Rota ed Ernesta Rinaldi
Dalla commedia Le Châpeau de paille d’Italie di Eugène Labiche e Marc Michel
Direttore | Valerio Galli
Regia | Elena Barbalich
Scene e Costumi | Tommaso Lagattolla
Luci | Marco Giusti
Aiuto regia e Coreografia | Danilo Rubeca
Assistente ai Costumi | Concetta Nappi
Interpreti:
Fadinard, Pietro Adaini /Filippo Adami (11, 12 maggio ore 21)
Nonancourt, Gianluca Buratto/Domenico Colaianni (12 maggio ore 17)
La baronessa di Champigny, Anna Malavasi/Eufemia Tufano (11, 12 maggio ore 21)
Elena, Zuzana Marková
Beaupertuis, Bruno de Simone/Matteo D’Apolito (11, 12 maggio ore 21)
Anaide, Anna Maria Sarra/Fulvia Mastrobuono (12 maggio ore 17)
Emilio, Dario Giorgelè
Lo zio Vézinet, Marco Miglietta
Una modista, Daniela Mazzucato
Felice, Roberto Covatta
Achille di Rosalba, Massimiliano Chiarolla
Allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo

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