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Successo di “Cavalleria Rusticana” e “Maestro di cappella” a Pesaro


di Roberta Rocchetti

Al teatro Rossini di Pesaro una strana ma vincente accoppiata con Cavalleria Rusticana di Mascagni e Il Maestro di cappella di Cimarosa. Mattatore Roberto Ripesi ma buono il cast e ottima la direzione.

Potremmo definirla “La strana coppia” quella che è andata in scena venerdì 5 aprile al Teatro Rossini di Pesaro. Infatti in abbinamento a Cavalleria Rusticana di Mascagni abbiamo trovato Il maestro di cappella di Cimarosa, un salto di 100 anni tra l’una e l’altra composizione, un genere agli antipodi. Il Maestro di cappella è un componimento comico del maestro della scuola napoletana che pur essendo ascritto per convenzione agli intermezzi ha generato spesso più di un dubbio rispetto alla sua originale collocazione, forse inizialmente una cantata in forma scenica o ampliamento di un’aria per basso, è l’unica composizione di questo tipo ad avere un solo personaggio in scena. Roberto Ripesi ha interpretato l’agitato personaggio che preoccupato ed eccitato ad un tempo nell’istruire l’orchestra si dibatte tra simpatie ed antipatie tra i vari orchestrali creando gags e battute, quasi una jam session settecentesca, e finendo, in questo caso, col presentare in musica l’opera mascagnana a seguire. Roberto Ripesi basso di lunga scuola e di grande teatralità ha interpretato con la solita verve il maestro di cappella, così come poi grazie al suo eclettismo si è messo al servizio dell’opera successiva come regista e scenografo.
Cavalleria Rusticana il capolavoro di Pietro Mascagni tratto da un racconto di Verga, ambientato nella Sicilia di più di un secolo fa dove le onte all’onore venivano lavate nel sangue, rischia sempre dal punto di vista della scenografia di rendere un ambiente troppo iconografico, stucchevole, con immagini da piatto del buon ricordo; Ripesi è riuscito però ad evitare di cadere in questo tranello pur non discostandosi dall’ambientazione originale ma anche senza cercare interpretazioni azzardate. Senza rinunciare alle coppole sul capo degli uomini e ai fiaschi di vino sul tavolo infatti si è costruito un ambiente essenziale, senza barocchismi, con cromatismi eleganti e con semplici ma efficaci accorgimenti come quello di illustrare ciò che accade fuori scena, (Turiddu che intona “la siciliana” e il duello dello stesso con Alfio) attraverso un gioco di ombre cinesi proiettate sul fondale, il quale era costituito dalla facciata della chiesa del paese e da un’enorme croce, che incombenti creano il tessuto culturale opprimente nel quale il dramma germina ed esplode.
Il cast prevedeva la presenza di Julija Samsonova-Khayet come Santuzza, che ci ha piacevolmente stupito con una voce perfettamente dominata dal timbro ambrato e morbido, mai sgradevole o sguaiata pur rimanendo sempre permeata dei necessari tratti drammatici indispensabili nel teatro verista, equilibrio mantenuto anche sul piano recitativo, una Santuzza che merita.
Nel ruolo di Turiddu abbiamo trovato Giorgio Casciarri, tenore di lunga carriera, nella serata in questione particolarmente in forma, voce piena e sonora che non sbianca né si assottiglia in alto, ha sostenuto in maniera ottimale il suo personaggio.
Alfio era Daniele Girometti, buono dal punto di vista vocale è apparso forse meno coinvolto su quello recitativo.
Hanno chiuso il cast la buona Mamma Lucia di Jimena Llanos e la preraffaellita Lola di Elisa Serafini.
L’ottima direzione di Daniele Rossi che ha guidato l’orchestra in entrambi i titoli andati in scena, ha reso alla magnifica opera del compositore livornese tutto il suo pathos e l’emozione che riesce ogni volta a creare, tracciando con precisione e sapienza i rilievi drammatici e lirici, sostenuto dalla professionalità dell’Orchestra Raffaello e dal Coro Filarmonico Rossini guidato da Roberto Renili.
Il pubblico di tutte le età che è affluito in teatro ha tributato un soddisfatto applauso finale. I cellulari a teatro spegneteli.

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