Visita la vecchia versione della rivista su questo indirizzo http://www.musiculturaonline.it/musicult

Splendida “Dorilla in Tempe” di Vivaldi al Malibran di Venezia

Photo ©Michele Crosera


di Andrea Zepponi

Al Teatro Malibran di Venezia continua la Vivaldi – Renaissance con Dorilla in Tempe. Proposta dalla cifra stilistica raffinatissima con una grande direzione musicale di Diego Fasolis.

Venezia, Teatro Malibran, Lirica e balletto, Stagione 2018-2019

DORILLA IN TEMPE

Melodramma eroico-pastorale in tre atti RV709, Libretto di Antonio Maria Lucchini.
Musica di Antonio Vivaldi

  • Dorilla, figlia di Admeto e amante d’Elmiro MANUELA CUSTER
  • Elmiro, pastore di Tempe LUCIA CIRILLO
  • Nomio, pastore, poi riconosciuto per Apollo VÉRONIQUE VALDÈS
  • Filindo, pastore amante non corrisposto d’Eudamia ROSA BOVE
  • Eudamia, ninfa amante non corrisposta d’Elmiro VALERIA GIRARDELLO
  • Admeto, re di Tessaglia MICHELE PATTI
  • Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
  • Direttore Diego Fasolis
  • Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
  • Maestro al clavicembalo e continuo Andrea Marchiol
  • Regia Fabio Ceresa
  • Scene Massimo Checchetto
  • Costumi Giuseppe Palella
  • Light designer Fabio Barettin
  • Assistente alla regia e coreografo Mattia
  • Ballerini Fattoria Vittadini
  • Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice

Venezia, 05 maggio 2019 – Investire su Vivaldi operista è un’operazione vincente per Venezia e le sue stagioni liriche che rilanciano lo specifico patrimonio musicale e lo riconnettono con il suo essere città dello spettacolo e della musica. Venezia mette cioè in scena anche i suoi gioielli musicali. Fin dagli anni ‘70 /‘80 del secolo scorso le riscoperte vivaldiane hanno sempre segnato un percorso di propulsione al progresso interpretativo, scenotecnico e di ricerca filologica in molti campi di cui si è fatto promotore, in anni più vicini a noi il Teatro La Fenice con Ercole sul Termodonte e Bajazet (2007), una eccezionale e applauditissima versione scenica dell’oratorio Juditha triumphans (2015) e il magnifico Orlando furioso (2018) già recensiti dal sottoscritto. Quest’anno la Dorilla in Tempe, in scena al Teatro Malibran, con un nuovo allestimento con la regia di Fabio Ceresa e la direzione musicale di Diego Fasolis,mette a segno un altro tassello importante alla reintroduzione “in loco” del repertorio vivaldiano e barocco con l’esecuzione scenica del suddetto melodramma eroico-pastorale, su libretto di Antonio Maria Lucchini, rappresentato per la prima volta il 9 novembre 1726, al Teatro Sant’Angelo di Venezia con grande successo anche grazie alle sue ricche scene e le danze spettacolari. La partitura giunta fino a noi e conservata nella Raccolta Foà della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino è quella della ripresa del 1734 ed è un “pasticcio” in cui Vivaldi, impegnato al Sant’Angelo come impresario, decise di inserire nell’opera un cospicuo numero di arie (15 numeri) di altri compositori alla moda tra cui Hasse, Giacomelli e Sarro; alcuni sono ancora anonimi. La definizione di pasticcio non suscitava alcun giudizio deteriore al tempo e ai nostri occhi odierni – inevitabilmente viziati dalla percezione romantica del mito dell’autore/creatore unico – l’attribuzione dell’intero lavoro ad Antonio Vivaldi va letta come il prodotto della sua alta competenza imprenditoriale, oltre a quella musicale, che teneva conto dei gusti del pubblico e dirigeva le maestranze per la riuscita di uno spettacolo che, nel caso della Dorilla in Tempe, era molto ricco e vario. La trama permette ogni genere di meraviglia teatrale e di situazione liricamente efficace: la festa pastorale, il mondo degli dei, l’amore contrastato, il mostro vinto ed ucciso, la principessa salvata, gli intrighi amorosi della doppia coppia di amanti, la preparazione per la caccia, la condanna a morte, il sauvetage, il deus ex machina, il finale lieto, la presenza di cori e danze e i notevoli cambi di scena. A queste risorse strutturali vanno aggiunti il virtuosismo dei cantanti e il fascino della musica strumentale.

L’operazione ha valorizzato ed espresso tutti questi elementi con chiarezza e vivacità di ispirazione grazie alle scene e i costumi ideati rispettivamente da Massimo Checchetto e Giuseppe Palella: il barocco veneziano venato di classicismo è stata la principale fonte per l’ideazione della scenografia con una ampia struttura centrale tutta di bianco marmoreo a rampe di scale laterali che confluivano in una terrazza balconata e sovrastata da sculture; la varietà cromatica veniva offerta a profusione da costumi e decori mentre al centro della struttura si apriva il mondo misterioso e sovrumano degli dei dove una maestosa porta oscura schiudeva scene mitologiche come lo scuoiamento di Marsia sconfitto da Apollo, l’oscuro recesso del serpente Pitone ed era anche il locus misterioso da cui emergeva l’oracolo nel primo atto ed alla fine lo stesso Apollo come deus ex machina che si spoglia della falsa identità di Nomio assunta in precedenza per sedurre una Dorilla innamorata solo di Elviro. Diversi momenti di reminiscenza mitologica si avevano anche nel primo atto, durante le danze, al di fuori del suddetto ambito scenico sovrumano: gli episodi di Dafne trasformata in alloro e di Giacinto colpito dal giavellotto del dio e tramutato nel fiore omonimo si svolgevano tra i pastori e rappresentavano Apollo, nel discendere al loro livello, cedere alle passioni umane. Chiarezza e piacevolezza regnavano ovunque durante lo spettacolo ed esaltavano lo spettatore nella suggerita illusione di trovarsi in una macchina del tempo che lo riportava ai fasti degli spettacoli barocchi del primo 700. A questa impressione inducevano anche i brillanti e ricchi costumi settecenteschi. Il terzo movimento della sinfonia avanti l’opera, reimpiego vivaldiano del celeberrimo (già al tempo) concerto La primavera, ha ispirato la scenografia a infondere in ciascun atto l’aspetto del trascorrere delle stagioni seguito anche in questo dalla direzione musicale che ha premesso al secondo e al terzo gli incipit de L’estate e de L’inverno. Al variare dei contrasti atmosferici hanno contribuito anche le luci di Fabio Barettin. Credo in sintesi che non pochi riconoscano in queste note di Ceresa una sua posizione importante e critica nel panorama attuale del registicamente corretto: “Non sono noto per gli spettacoli minimal e raramente ricorro al linguaggio dell’attualizzazione. Al contrario credo sia un dovere essere fieri della nostra grande tradizione italiana di scenotecnica e di costume. Lontana da essere un limite, la tradizione permette di parlare per simboli universali”. Sul versante vocale il cast ha avuto come protagonista il mezzosoprano Manuela Custer, già applauditissima nella Juditha triumphans del 2015 che ha esibito il suo timbro inconfondibile in cui opera una speciale mediazione tra voce di petto e di testa e risolve con morbidezza le zone di passaggio: il canto barocco le è così congeniale da far corrispondere ogni gesto scenico con ogni gesto vocale. Contrariamente a quanto si è detto in passato sul cast quasi tutto femminile delle opere vivaldiane, in questo caso il carattere delle diverse vocalità e il loro impiego registico non ha generato nessuna monotonia. Si è anzi così apprezzata l’uniformità delle vocalità femminili e la loro adeguatezza alle sonorità orchestrali di Fasolis da non rimpiangere la mancanza di controtenori. Coprotagonista anche nel successo ricevuto, Lucia Cirillo nel ruolo di Eviro, già nota al pubblico della Fenice come Alcina nell’Orlando Furioso dello scorso anno, ha acquisito una maggiore pienezza vocale da lei ottimizzata grazie alla bella agilità e flessibilità del canto che le permettono di brillare nel virtuosismo espressivo. Ben versata negli affetti nel personaggio di Nomio-Apollo Véronique Valdès ha convinto per la capacità di espressione dei vari stati d’animo contrastanti nel suo ruolo che passa dalla tenerezza alla maestà divina e poi anche alla crudeltà. Bellezza e qualità vocale anche in Valeria Girardello e Rosa Bove, rispettivamente Eudamia (la parte che fu della famosa Anne Giraud, cantante collaboratrice e compagna del Preterosso) e Filindo, le quali hanno completato la distribuzione di affetti delle numerose arie dell’opera con coerente incisività e chiarezza di intenti nelle variazioni dei da capo e nelle cadenze così come l’Admeto del baritono Michele Patti, voluto genialmente dalla regia goffo e impacciato che tuttavia non perde nel gesto e nella timbrica vocale il suo profilo di padre e sovrano anche se scalzato nella sua autorevolezza dallo stesso Apollo. Ottimo il coro diretto dal maestro Claudio Marino Moretti ed efficacissimi per il carattere naturale e non lezioso delle loro movenze i mimi e i ballerini diretti da Fattoria Vittadini. Ma il plauso maggiore per l’esecuzione è riservato al Maestro Fasolis il quale ha impresso alla partitura un impulso dinamico che ha fatto del tempo il vero protagonista dello spettacolo (e le stagioni ne erano un emblema) nel conferire organicità al detto scenico e al suono orchestrale netto e nitido per le sonorità barocche che assieme alla brillantezza del fraseggio stagliato dall’orchestra sono state le cifre stilistiche più evidenti oltre al fatto di aver saputo ottenere sorprendentemente dall’orchestra la disciplina necessaria da parte di strumentisti abituati a un repertorio spesso ben diverso. Ciò corrisponde ad una capacità direttoriale non comune che dimostra come il barocco percepito e praticato dagli addetti ai lavori come musica specialistica, in realtà è capace di parlare e di piacere molto al grande pubblico grazie alla presenza di un grande maestro sul podio e di ottime maestranze come Andrea Marchiol al basso continuo.

Commenti

commenti