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“Sono due”, i disegni di Marco Fantini in mostra ad Ascoli Piceno


di Flavia Orsati

Flavia Orsati ha visitato per noi la Mostra “Sono due” dei disegni di Marco Fantini, nelle sale delle esposizioni temporanee della Galleria d’Arte Contemporanea “O. Licini” ad Ascoli Piceno che è aperta fino all’8 settembre.

E cos’è in fondo questa commedia con questo continuo sovrapporsi di bestiale e razionale se non la lotta che l’uomo instaura tra la propria innata spinta istintiva e l’ordine sociale che va sempre salvaguardato? Marco Fantini, Lettera a Vincenzo Pirrotta

Dal 12 giugno fino all’8 settembre 2019 sarà possibile ammirare, nelle sale delle esposizioni temporanee della Galleria d’Arte Contemporanea “O. Licini”, ad Ascoli Piceno, i disegni di Marco Fantini, in dialogo con Osvaldo Licini, a cui il museo è intitolato, e le opere novecentesche lì esposte (tra cui spicca un Fontana).

Marco Fantini nasce nel 1965 a Vicenza. Studia alla Facoltà di Architettura di Venezia e compie, nel 1989, un viaggio in Messico, dove rimane affascinato dalla Pittura Muralista Messicana.

La mostra temporanea si intitola “Sono due”, e probabilmente il concetto della duplicità del reale, in ogni sua forma, è il punto base da cui partire per analizzare la filosofia che si cela dietro ai suoi lavori.

I quadri esposti alla galleria sono disegni; la gamma cromatica è poco ampia, varia dal bianco al nero passando per il grigio, con pochi toni terrosi e qualche sprazzo, inaspettato, di rosso. Due sono i soggetti presenti nella quasi totalità dei microcosmi ricreati sulla tela. Ma due sono, anche e soprattutto, i lati (e le antilogie) della realtà fenomenica: da un punto di vista, nascosto, permane l’eterno anelito alla Bellezza e alla Comunione con gli altri esseri, nell’invisibile, mentre, nel fenomenico, ci si scontra con quello che è il mondo massmediale odierno: un’era cibernetica, post umana, che ha trasformato gli esseri in figure deformate, grottesche, tragicamente comiche e senza volto, con sullo sfondo squallidi spazi urbani e metropolitani; gli uomini sono privi di anima,  spesso feti senza identità destinati a non acquistarla mai, come se un’apocalisse zombie avesse distrutto tutto. Ma davvero tutto. Uomini, animali, oggetti. Niente ha più senso.

Allora, gli stereotipi della comunicazione di massa si fanno, al contempo, reperti archeologici del passato e dell’infanzia, alle quali si guarda con nostalgia: il passato è un momento mitico, un eden idealizzato, e così l’infanzia, luogo dei ricordi positivi distorti dalla lontananza – e dall’innocenza, in un mondo in cui tutto è infetto, tutti sono malati.

Tuttavia, la stasi non sembra caratterizzare questo universo distopico immaginato (o profetizzato?) da Fantini: nel bisogno di reintegrare le parti mancanti, si cerca di instaurare nuovamente un dialogo tra i personaggi non morti, sebbene la loro inconscia ostilità recondita venga fuori: è così che gli esseri tornano ad interagire, in un contatto veloce, fugace, che forse non profetizza niente di nuovo. O forse sì. Verrebbe da chiedersi, quindi, se davvero il reale sia così o se risulti deformato dall’occhio osservante, nella problematicità e conflittualità del mondo contemporaneo e nei suoi diversi piani di esegesi.

Nei disegni di Fantini, l’universo materico si fa pura inquietudine, con riferimenti colti, in una commistione di disegno a matita e pittura tattile e materica, nella deformazione strutturale, a Picasso (di cui si dichiara grande estimatore), Otto Dix, Francis Bacon ma anche, per certi versi, al mondo surreale di Max Ernst. Ma se la bestialità e l’irrazionalità, nell’odierno modus vivendi, fossero solo eccessivamente manifeste e, perciò, da sempre presenti sul globo?Ad esempio, si chiede l’artista stesso, quanto abbia di etereo e quanto di cannibale la metaforica assunzione del corpo di Cristo con la Comunione… I recessi dell’essere che vengono fuori con la guerra, immortalati dai pittori poco fa citati, emergono quando ci si trova in una situazione di caos sociale (perciò simbolico e materiale al tempo stesso) in cui i valori quotidiani vengono meno, e l’uomo deve essere in grado di divenire faro di se stesso, cosa che, purtroppo, molte volte non è stato capace di fare. Quello di Fantini non è il disordine post bellico, a seguito di un bombardamento o di una battaglia finita in razzia e carneficina, ma è il modo allucinato in cui si vive oggi, dove la guerra è stata metaforica, e viene mossa quotidianamente ai principi fondanti dell’Umanità, intesa nell’accezione più positiva possibile. Il mondo pullula di animali feriti e sconvolti, figure senza volto ma costrette a vivere inconsapevolmente, contro la loro volontà. È il tempo della povertà di Holderlin, dell’elegia Pane e vino, come ha spiegato magistralmente Heidegger in Perché i poeti?:

La notte del mondo distende le sue tenebre […]. La mancanza di Dio significa che non c’è più nessun Dio che raccolga, in sé, visibilmente e chiaramente, gli uomini e le cose […]. A causa di questa mancanza viene meno al mondo ogni fondamento che fondi […]. L’epoca a cui manca il fondamento pende nell’abisso. Posto che, in genere, a quest’epoca sia ancora riservata una svolta, questa potrà aver luogo solo se il mondo si capovolge da capo a fondo, cioè se si capovolge a partire dall’abisso. Nell’epoca della notte del mondo l’abisso deve esser riconosciuto e subíto fino in fondo. Ma perché ciò abbia luogo occorre che vi siano coloro che arrivano all’abisso.

Così, in questo contesto di un mondo distopico, abitato da figure con i volti picassaniamente deformati, la Verità non esiste più. Non c’è un bene o un male, un giusto o uno sbagliato; ed è proprio questo il cardine della riflessione critica sul Nuovo Millennio e la sua mancanza di Grandi Narrazioni stabilizzatrici, vuoto che solo l’Arte può colmare, essendo suo il compito di indagare l’enigma del mondo, mantenendo il suo status di pittura dubitativa, del transeunte e, soprattutto, dei mostri dell’inconscio che l’uomo può generare.

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