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Somma raffinatezza del “Serse” di Haendel a Piacenza

Photo©Alfredo Anceschi


di Andrea Zepponi

A Piacenza la modernità del Serse di Haendel diretto da Ottavio Dantone e per la regia di Gabriele Vacis, con grande consenso di pubblico.

L’ultimo capolavoro operistico di G.F. Haendel, Serse(1738) ha avuto al Teatro Municipale di Piacenza una nuova lettura musicale da parte di Ottavio Dantone, alla guida della sua Accademia Bizantina, complesso ormai storico e fra i più noti a livello internazionale per l’esecuzione di musica antica con prassi originale. La regia dell’opera è firmata da Gabriele Vacis, fondatore nel 1982 del Teatro Settimo di Torino, fra i creatori del teatro di narrazione in Italia (un esempio il Racconto del Vajont con Marco Paolini) e spazia dalla prosa alla regia d’opera. La recita di domenica 14 aprile in pomeridiana è stata molto applaudita dal pubblico che ha riservato ovazioni particolari per Dantone e ha apprezzato il cast di esecutori di indubbio valore specialistico, soprattutto quelli dotati di ampiezza e autentica rispondenza vocale al ruolo. Tra i fattori scatenanti il consenso la lettura impressa da Dantone all’opera haendeliana che ha sezionato diversi numeri vocali deprivandoli del da capo o della parte centrale seguendo la nuova edizione critica di Bernardo Ticci: il celebre maestro stilista di musica barocca ha uniformato diversi brani del Serse a questa caratteristica già presente nell’opera haendeliana offendo una sua versione sintetica e teatralmente adeguata alle scelte registiche di Vacis che ha optato per un palcoscenico quasi del tutto dedicato alle movenze sceniche d’una trentina di danzatori-mimi dalla mise ispirata alla cosiddetta arte povera di Giuseppe Penone e di Marco Paolini e alla esibizione di disparati elementi e presenze sceniche: pannelli, rami, globi rotolanti, aste luminose, foglie cadenti, vasi di piante frondose ecc. (v. le foto allegate, ndr), un diversamente abile messo bene in risalto e filmati di vedute torinesi a tutto schermo, lasciando ai cantanti il solo spazio di proscenio che non era da loro quasi mai abbandonato durante entrate e sortite. L’impressione di trovarsi di fronte a una forma semiscenica era solo ostacolata dal fatto che, in effetti, tra filmati e movenze coreografiche di danza moderna ad assetto laboratoriale, di spettacolo ce n’era tanto, ma la disposizione di scene, luci e costumi di Roberto Tarasco risultava piuttosto bidimensionale e ristretta per gli interpreti vocali: a ciascuna cantante (non ai due uomini, accomodati su seggiole a braccioli) era riservata una petineuse, addossata ad una sgargiante tappezzeria (con arabeschi di stile persianeggiante?), che non poteva figurare se non come specchiera del rispettivo camerino di ogni artista e allora sembrava di trovarsi di fronte a una esecuzione in forma di concerto del Serse haendeliano in cui ogni personaggio cantava il suo pezzo e poi tornava a “far da tappezzeria” aspettando il prossimo turno. La staticità della regia era appena temperata dal saliscendi degli interpreti sul praticabile di raccordo tra il proscenio e il palcoscenico vero e proprio occupato da altro, nonché dal cambio a vista di casacche ed abiti. Di qui la “dimidiata” forma teatrale in cui la vicenda del libretto di Niccolò Minato, indubbiamente frivola e dissacrante circa le sorti erotiche del grande sovrano persiano, ha subito, ad opera della scenoregia, una defalcazione ulteriore delle sue potenzialità espressive – l’elemento bucolico ed agreste unito a quello eroico e regale declinato negli intrighi di corte che fanno la poesia e la tipicità del Serse – lasciandole tutte a direzione orchestrale e cantanti i quali ne operavano un’altra su da capo, sezioni e cadenze di diverse arie sul versante musicale con almeno mezz’ora di musica in meno rispetto alla edizione completa corrente. Il parterre dei cantanti che così faceva tutt’uno con la compagine orchestrale era evidentemente per la regia il regno delle “convenzioni, doveri e promesse” come scrive Vacis sul programma di sala, mentre lo spazio agito dalla “scenografia vivente” dei danzatori-mimi era quello della vita libera da ogni vincolo eccettuati il desiderio e la passione; unica eccezione, la dendrofilia di Serse innamorato di un platano. Peraltro, i suggestivi e avvolgenti filmati presentati a commento scenografico evidenziavano un intento atmosferico che accompagnava il volgere del dramma verso la sua anodina soluzione finale. La scontata doppia trasposizione ambientale in un ‘700 appena accennato e un ambiguo ‘900 faceva il resto.

L’ottima direzione del M. Dantone ha elevato al massimo grado la bellezza dei timbri strumentali ricchi di colori e di contrasti. L’osservazione che il Serse “è forse una delle opere più confacenti e adatte ad essere recepite da un pubblico moderno” ha spinto il grande stilista della musica barocca a concepire “le variazioni delle poche arie con il da capo in modo da sottolineare più l’aspetto espressivo ed emotivo, che quello meramente virtuosistico, cercando di sottolineare il concetto e il senso della parola.” Anche nella realizzazione del basso continuo si è notata una sobrietà di accompagnamento ai recitativi che ripristinava il senso di essenzialità del recitativo secco e conferiva allo spettacolo un ritmo teatrale più prosastico in linea con gli insoliti inserti comici dell’opera del personaggio di Elviro, vero antesignano del servo buffo. L’eleganza e la squisitezza della musica haendeliana sono state valorizzate in tutta l’esecuzione nell’alternanza tra momenti patetici di solenne intimità e situazioni di tensione o furore con cui il maestro ha riproposto su grande scala le dinamiche a terrazze tipiche del concerto grosso settecentesco. Gli ingredienti della retorica  melodrammatica barocca degli affetti c’erano tutti e ben amalgamati da una compagnia di canto in grado di riempire nel suo complesso il teatro con delle vocalità piene e al contempo duttili nel loro spessore: Arianna Vendittelli, nel ruolo en travesti del titolo, un’interprete specializzata nel repertorio barocco, vincitrice nel 2017 del secondo premio al concorso Händel di Londra, ha esibito uniformità nel registro di mezzosoprano senza cedimenti di petto, dopo l’inizio intimistico della celebre Ombra mai fu, nelle bellissime Più che penso alle fiamme, meditato esempio di bel canto, alla funambolica Crude furie degli orridi abissi; anche Marina De Liso in Arsamene è risultata una vocalità di mezzosoprano con notevole ampiezza di volume nella zona acuta, meno timbrata in quella medio grave, cosa che ha avuto un buon gioco nei duetti con Serse Io le dirò che l’amo e con Romilda Troppo oltraggi la mia fede ma non di preciso nelle arie solistiche (Non so se sia la speme – Sì, la voglio e la otterrò); carente invece il timbro vocale di Delphine Galou in Amastre che non presentava proprio nessun requisito contraltile, richiesto da un ruolo così incisivo e caratteriale, tranne la dovuta flessibilità nei passaggi; Monica Piccinini nel personaggio di Romilda ha esibito una raffinata vocalità di soprano-coloratura dal notevole vettore e capace di sensibili dinamiche in acuto oltre che di morbidezza nelle agilità emergendo nel cesello del fraseggio e dei minuti passaggi in arie come O voi che penateVa godendo vezzoso e bello; Francesca Aspromonte, soprano lirico nella parte di Atalanta ha brillato in ogni aspetto per profilo scenico e vocale con un timbro pieno e continuo in arie affettuose come Sí, sí, mio ben e in quelle di carattere vezzoso del tipo No, no, se tu mi sprezzi; ottimi per presenza scenica e giustezza timbrica i bassi Luigi De Donato il cui Ariodate ha trovato nel gesto e nel tono l’ironica goffaggine del miles gloriosus temperata dall’eleganza del cortigiano con una dizione impeccabile e una poderosa gamma sfoderata in ogni zona con flessibile uniformità – ben applaudito sin dall’aria di sortita Soggetto al mio volere – e il Biagio Pizzuti il quale ha avuto un bel successo personale per la sua comunicativa e prestanza scenico-vocale in Elviro con i suoi brevi e incisivi momenti (ariette), dove spiccava un’ostentata pronuncia inglesizzante quando il personaggio simula la “lingua franca”, che denotano l’affrettato e sollecito tratto del servitore rispetto alla gravità dei personaggi “seri”. L’aiuto regia era di Danilo Rubeca.

Il numeroso pubblico plaudente ha reso alla fine il giusto omaggio allo spettacolo e all’esecuzione nella piena consapevolezza di assistere ad una operazione musicale di altissimo livello e di somma raffinatezza.

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