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ROF 2019: di scena “L’equivoco stravagante”

Fotografie Studio Amati Bacciardi


di Andrea Zepponi

Lavoro profondo ed efficace di tutti i comparti per “L’equivoco stravagante” al ROF di Pesaro. Divertimento raffinato e grande successo per questa prima vera opera comica di Rossini.

Il terzo momento del ROF 2019, edizione dedicata alla memoria di Monserrat  Caballé e di Bruno Cagli, è di natura comica con L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini, dramma giocoso andato in prima all’Arena Vitrifrigo di Pesaro il 13 agosto scorso; pure in questo caso (come per il Demetrio e Polibio) si tratta di uno sguardo ai primordi perché è la prima vera opera comica del Pesarese datata 1811 (la Cambiale di matrimonio del 1810 è una farsa) ed è anche la più sboccata nel suo genere, tanto che al suo primo apparire conobbe le vessazioni di una censura intransigente e venne bollata con un successivo giudizio severo e unilaterale che ha stigmatizzato il libretto di Gaetano Gasbarri come “volgare, ignobile, osceno, privo d’intreccio e di qualsiasi interesse”. In realtà, dimostra Fabio Rossi nel suo saggio La lingua equivoca di Gaetano Gasbarri, la natura comica de L’equivoco stravagante si basa tutta sulla corrispondenza di una fenomenologia linguistica, mai fine a se stessa, al carattere dei personaggi che viene condotto con grande abilità nel gestire il linguaggio e con mano sicura nel dipanare l’intreccio pur nella farragine propria del genere. L’elemento biotico è preponderante e costituisce la sostanza della vis comica proprio come nella commedia latina di Plauto con il suo italum acetum: alla stregua dell’antico commediografo Rossini sceglie un soggetto non condizionato da stretti parametri moraleggianti e accoglie per la sua musica un linguaggio spregiudicato attingendo alla comicità pura sbrigliata da vincoli didascalici o perbenisti. Le gag lubriche e i doppi sensi di cui il libretto è disseminato presagiscono tanta comicità verbale di tanti film con Totò e Peppino e proprio alla diegetica cinematografica alludeva il quadro centrale animato della scena.

Seppure connotata da una ambientazione e da forme chiaramente francesi, questa edizione dell’opera con la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier, la scena unica realizzata da Christian Fennouillat, le luci di Christophe Fouret e i costumi ottocenteschi di Agostino Cavalca ha attinto dallo spirito plautino alludendo alla commedia atellana fatta di maschere con lunghi nasi e prominenti didietro (come i personaggi di Maccus e Pappus) in un felice equilibrio che non ha rinunciato ad osservare il testo e i suoi valori: la scenografia presentava l’interno dalla tappezzeria sgargiante della casa di Gamberotto dove al centro un quadro agreste piuttosto naif raffigurante mucche e villaggi campestri ricordava le origini rurali del rozzo parvenu che vuol sistemare la figlia intellettualoide Ernestina col ricco e vanesio Buralicchio, ma la ragazza è corteggiata anche dal giovane e squattrinato Ermanno, che con l’aiuto dei servi Frontino e Rosalia riesce a farsi assumere come precettore in casa dell’amata. Anche qui si coglie lo schema della commedia latina dove il servus complice è il motore primario della vicenda nel punto in cui Frontino, al fine di sventare il matrimonio già combinato tra Ernestina e Buralicchio, mette a segno uno stravagante equivoco facendo leggere a quest’ultimo una falsa lettera in cui si rivela che Ernestina è in realtà Ernesto, un musico castrato, che ha vestito i panni femminili per non fare il servizio militare; Buralicchio, indispettito per il presunto inganno, denuncia l’ignara Ernestina per diserzione dal servizio militare da cui seguono l’imprigionamento e poi la fuga della fanciulla liberata da Ermanno che poi avrà il suo amore e la sua mano una volta chiarito l’equivoco.

Tutte situazioni esilaranti gestite in modo elegante e arguto dalla regia che ha attuato, tra l’altro, gustose scene di tableau vivant con il Coro del Teatro Ventidio Basso di camerieri in tablier e di soldati da operetta diretto dal M° Giovanni Farina e ha mosso gli interpreti sull’enorme palcoscenico della Vitrifrigo con efficacia e rispetto per il profilo scenico-vocale di Teresa Iervolino (Ernestina), Paolo Bordogna (Gamberotto), Davide Luciano (Buralicchio), Pavel Kolgatin (Ermanno), Claudia Muschio (Rosalia) e Manuel Amati (Frontino) tutti acclamatissimi dal pubblico per qualità vocali e presenza scenica irresistibili: fra essi si sono apprezzati soprattutto la disinvolta tenuta vocale della Iervolino, vero mezzosoprano, nella tessitura contraltile di Ernestina, la più grave fra i ruoli del genere in Rossini, cui la regia ha conferito un verosimile sviluppo psicologico da ragazza introversa e disadattata a donna consapevole delle proprie concrete scelte di vita dopo aver provato la forza dell’eros; la grandezza vocale e attoriale di Bordogna, esilarante di suo come sempre e ancor di più se trasformato in bourgeois gentilhomme che le spara grosse con l’eleganza di un personaggio da vaudeville, una per tutte la battuta: Ebben ti voglio legalmente legar. Sia questo il buco che provoca l’interrogativo di Buralicchio: Che buco? e Gamberotto risponde: Oh talpa! Il foro dove esaminerò gli appelli tuoi per formalmente giustiziarti poi; l’ampio ventaglio timbrico di Luciano ben connotato dalla regia come bellimbusto intraprendente e vanesio che ha gareggiato con Bordogna nel riempire vocalmente l’immensa Vitrifrigo e ha delineato un personaggio dinamico tra il serioso e il faceto, a tratti spalla di Gamberotto, a tratti di Ernestina, sempre comunque brillante di luce propria; il colore pieno ed eloquente di Kolgatin, con qualche timidezza iniziale di emissione del suono, ha dato corpo a un amoroso ben definito che incarna il personaggio plautino, trasposto in sede rossiniana, aiutato dal servus a penetrare in casa dell’amata; infine l’incisività del profilo scenico-vocale della coppia complice Muschio-Amati, servitori arguti e spiritosi che innescano il meccanismo stravagante della trama. La regia ha trattato la messa in scena dell’opera come una commedia brillante di prosa rimanendo attenta ai tempi musicali e alla struttura del genere.

E proprio per riaffermare l’identità dei solisti, dopo aver imposto a ciascuno di loro la maschera dal lungo naso, ha voluto che alla fine dell’opera tutti se la togliessero per ricevere i dovuti e scroscianti applausi del pubblico.

Nel comparto orchestrale il direttore Carlo Rizzi sul podio dell’Orchestra Sinfonica della Rai ha seguito l’edizione critica dell’opera della Fondazione Rossini conferendo al suono strumentale una densità e una pienezza un po’ ridondanti ma di indiscussa bellezza tanto da non far chiedere altro a un pubblico divertito e conquistato da un’opera che si rivela invero raffinata e leggibile a vario livello come ha dimostrato il lavoro profondo ed efficace di tutti gli interpreti acclamatissimi alla fine dello spettacolo.

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