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Ritorna in libreria “il prato bianco” un volume di versi di Francesco Scarabicchi


di Alberto Pellegrino

9788806222758_0_0_1758_80La prestigiosa collana “bianca” della casa editrice Einaudi ha pubblicato la raccolta di poesie Il prato bianco del poeta Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951) che era apparsa nel 1997 per le edizioni di L’obliquo e che l’autore dedica all’altro poeta anconetano Franco Scataglini. L’autore anconetano ha uno stile apparentemente semplice ma in realtà carico di una profonda umanità, nel quale si avvertono lontani echi di Saba, Sbarbaro, Betocchi e Caproni ed egli ha scelto per la copertina del libro una composizione che è un po’ il “manifesto” della sua poetica:

Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

Scarabicchi predilige la discrezione dell’ombra, la riservatezza dello sguardo che osserva con ostentato pudore il mondo che lo circonda, per cui predilige la luce dei tramonti, gli umori della notte quando si è “finalmente distanti/dalla noia del sole”, le nebbie che avvolgono le cose (“come un viandante sul mare di nebbia”), le piogge autunnali (“cade la pioggia e la luce di ottobre finisce”). Il poeta osserva e commenta il mondo che lo circonda (“Rari passanti scendono con calma/e poi scompaiono”) e spesso si pone delle domande che non avranno mai una risposta (“Che ne sarà dell’uomo/paziente e solitario/che vedo rincasando,/dipingere un cancello?”).
Un tono dimesso, timido, tenero, paziente, dolorosamente tranquillo percorre tutte le sezioni del volumetto (Ombre, Soglia, Bisbigli, La sosta, Le serre silenziose) e i sette Preludi, passaggi fondamentali per scavare nel profondo della poetica dell’artista anconetano, che rimane sommesso anche quando affronta i temi della solitudine e soprattutto della morte quasi con disincantata estraneità (“Seduto a lume spento/ho visitato il mondo senza me”; “prima che possa anch’io/fare a meno di me”; “Piano m’abituo a perdere, paziente”). Tutto sembra essere sospeso tra l’essere e il nulla (“nulla che resti neanche l’ombra dell’ospite che va”), tutto è dominato dal mistero della caducità delle cose del mondo, una presenza che non può mai essere raggiunta del tutto, perché “tutto, per sempre, è eterno niente“, una desolazione che porta con sé il continuo pensiero della morte: “come neve/ bianca una collina/ senza il gelo del mese/ senza inverno/ così è stato l’inferno/ che non brucia”: “quando avara/è la virtù del sogno/che condanna/gli uomini al loro nulla,/a una memoria/di volti senza voce,/a un’ombra bianca;/altro non chiedi,/nella luce che tocca/la morte che non vedi/e che ti tocca”.
Sono pochi i colori presenti nei versi di Scarabicchi (un pallido verde, un tenue azzurro, un grigio) che sono dominati soprattutto dal bianco, tanto che lo psicanalista Massimo Recalcati ha paragonato questa quasi ossessiva presenza del bianco ad alcune foto di Franco Fontanafranco fontana MusiculturaonlinePittura di Lucio Fontana Musiculturaonline, ai tagli bianchi di Lucio Fontana, ma soprattutto a quell’appassionante ricerca di assoluto attraverso le cose più umili del mondo che appare nei dipinti e nelle incisioni di Giorgio Morandi. La poesia di Scarabicchi sembra riprendere in modo originale la lezione morandiana senza contorcimenti linguistici e giochi intellettuali; infatti, gli oggetti e gli esseri umani appaiono della loro fragile verità, avvolti in una luce che è spesso notturna, osservati con una pietà consapevole dell’eterno trascorrere del tempo.Natura morta - Giorgio Morandi Musiculturaonline  Questa presenza del bianco diventa pertanto la giusta dimensione nella quale si colloca la malinconia, la visione più intima del mondo, il senso dell’esistenza da vivere quasi in disparte di Scataglini (“i miei pensieri bianchi/come il sale”; il “povero niente bianco”; il “passo di notte bianco”; “questa nebbia/bianca”).
Tra gli elementi naturali, nella sua poesia, assume particolare rilevanza la neve che era già stata protagonista nella sua opera più rappresentativa L’esperienza della neve (Roma, Donzelli, 2003) e nell’ultima raccolta intitolata Nevicata (Macerata, Liberilibri, 2013). La neve fornisce al poeta un modo di rapportarsi al reale che gli dà sicurezza perché, a differenza della pioggia, essa si deposita sulla terra, lasciando un segno concreto della sua presenza. La sua poesia, attraverso il semplice biancore della neve, “prosciuga” le parole eliminando ogni elemento superfluo e conquista quel rigore con il quale egli trasmette tutta la potenza evocativa dei suoi versi attraverso pochi elementi (“il lungo filo di ferro che cadenza battendo contro il palo di legno della luce” o “i passi che non so sul legno del pontile”), con i quali riesce a dare un’idea precisa del suo mondo.

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