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Prima nazionale di “Caligola” con Vinicio Marchioni a Urbisaglia


di Alberto Pellegrino

Caligola di Camus, interpretato e diretto da Vinicio Marchioni, ha debuttato a Urbisaglia in prima nazionale per la Rassegna TAU (Teatri Antichi Uniti).

Nell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia (MC), nell’ambito del Tau 2020, ha debuttato il 22 luglio in prima nazionale e in forma di studio Vinicio Marchioni interprete e regista del dramma Caligola di Albert Camus. L’ideazione scenica e i costumi sono di Milena Mancini, che con la sua elegante performance di danza ha animato l’intero spettacolo. Il progetto luci è di Giuseppe D’Alterio. Lo spettacolo andrà in scena il 31 luglio anche al Teatro Gentile di Fabriano.

Alle prese con una tragedia estremamente complessa, l’attore-regista ha dovuto affrontare un’impresa oggettivamente difficile nel disegnare un personaggio che richiede una vasta gamma di registri interpretativi. Con tutte le giustificazioni del debutto, Marchioni agli inizi dello spettacolo è apparso in difficoltà soprattutto in quei passaggi che richiedono intonazioni ironiche o che mirano a tratteggiare la personalità del protagonista, mentre si è brillantemente ripreso nell’interpretazione delle parti fortemente drammatiche per concludere con un finale di grande effetto visivo e poetico. Siamo alla prima e Marchioni avrà il tempo per rodare questo suo interessante esperimento, dove le voci registrate di tutti i personaggi interagiscono dal vivo con il protagonista. Assolutamente felice l’idea di collocare sulla scena una serie di specchi che diventano l’oggetto-feticcio nel quale Caligola riflette il proprio narcisismo.

Nel progettare questo “studio” lo stesso Marchioni si è reso conto dell’estrema complessità del testo e del personaggio: “Questo studio su Caligola è l’occasione per indagarne la necessità linguistica, la sua scrittura sinfonica. Caligola è corpo linguistico, rappresentazione politica, filosofica, poetica e teatrale di sé, attraverso il linguaggio. Carne, potere, follia, amore e sangue in parola. Parola che si fa azione, dramma, commedia e tragedia. Caligola è demiurgo, vittima e carnefice, folle e lucidissimo al contempo, sterminatore in nome della libertà e della purezza, disperato e mosso dalla perdita dell’amore nato dall’incesto, clown cinico e beffardo, despota al centro di una congiura, istigatore della propria esecuzione, spettatore e protagonista, filosofo e poeta, assassino e tiranno, vita e morte…Caligola è animato dalle infinite voci dei suoi mostri interni. Un’unica voce onnivora, disgregata dalla follia. Una sinfonia testuale che smembra il suo protagonista, avvinghiandoci al suo folle progetto di oltrepassare le regole della vita”.

Il regista ha colto l’essenza di questa straordinaria tragedia, scritta nel 1945, nella quale s’intrecciano simbolismo e realismo, la liberazione del flusso delle passioni e delle pulsioni dell’inconscio, rappresentazione della tensione tra il bene e il male, rivolta dell’eroe contro il Fato. Il protagonista guarda alla vita e al potere come un superuomo che è contaminato dall’Assurdo, dilaniato da dubbi amletici, tormentato dalle pulsioni incestuose di un moderno Edipo. È disperato per la morte di Drusilla, la sorella-amante che ha incarnato per lui la più alta espressione di amore carnale e spirituale. Si tiene accanto la sua antica amante Cesonia che, accecata dall’amore, sopporta le sue crudeltà e che alla fine sarà strangolata con affetto dallo stesso Caligola, odia e ammira Cherea, il capo dei senatori designato a guidare la congiura per eliminarlo; ama come un figlio il giovane poeta Scipione che lo odia perché l’imperatore ha fatto assassinare i suoi genitori.

Caligola esercita il potere senza alcun controllo morale e legale; insegue il sogno di superare la dimensione del reale per arrivare a conquistare l’impossibile; aspira ad essere un dio; vuole possedere la luna come simbolo di una bellezza suprema, purissima e irraggiungibile. In preda a una follia razionale, sceglie di agire secondo il suo capriccio, desidera primeggiare e dominare su tutti secondo una volontà di potenza fine a se stessa, senza proporre nuovi valori, senza creare nulla al di fuori della paura e dell’odio. La sua libertà è intesa come arbitrio, predazione, godimento senza limiti, per cui giudica, sentenzia e condanna, affonda nel sangue e nella violenza per essere alla fine travolto dalla noia di vivere e dai suoi stessi delitti. Si autoproclama un dio, ma rimane vittima di una grottesca “anarchia” che a volte si colora di poesia. Dietro la sua follia si nasconde la logica lucida e disperata di un uomo spaccato in due parti che si odiano e che si amano, destinate a ritrovare la loro unità solo quando si libereranno dal peso opprimente di una vita inutile e senza senso. Al termine della tragedia rimane un senso di pietà per un personaggio che appare un mostro, ma che in realtà è solo un essere umano alla disperata ricerca di qualcosa di straordinario e d’impossibile da raggiungere, tormentato dal quel vuoto interiore che lo divora: “Non avrò la luna. Comincio ad avere paura. Ah, che abiezione, che schifo, che senso di vomito sentirsi crescere dentro quella stessa viltà e quell’impotenza che abbiamo disprezzato negli altri…Ma che importa? Nemmeno la paura dura tanto. Sto per ritrovare quel grande vuoto in cui l’anima si placa…Dicono che ho il cuore duro…Ma non è possibile che sia duro, perché al posto del cuore io non ho niente, nient’altro che un grande buco vuoto nel quale si agitano le ombre delle mie passioni”.

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