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Prima mondiale di “Aucassin e Nicolette” di Castelnuovo-Tedesco a Jesi

Fotografie di Stefano Binci


di Roberta Rocchetti

La prima mondiale della versione italiana di “Aucassin e Nicolette” di Mario Castelnuovo-Tedesco ha inaugurato con successo, al Teatro Pergolesi di Jesi, il XIX Festival Pergolesi Spontini.

Nell’ultima sera di agosto è andata in scena, sul palcoscenico del Teatro Pergolesi di Jesi, Aucassin et Nicolette, una “Cantafavola” come dice il sottotitolo di Mario Castelnuovo-Tedesco.
Il compositore nato a Firenze, dove ha vissuto per diversi anni forte di una formazione che affondava le radici nel giardino dell’umanesimo toscano pensò ad un racconto di matrice medievale, una narrazione di cappa, spada, eroe senza macchia, donna ideale, rapimenti, ostacoli da superare, lieto fine e redenzione, da mettere in musica in una forma che ricorda sì, quella dei cantastorie ma che al contempo contiene elementi di grande modernità nella struttura musicale.
Struttura musicale che è una piccola enciclopedia, dove troviamo accenni alla figura dei trovatori medievali e rinascimentali, appena accennate melodie liriche, la ricerca post wagneriana della prima metà del ‘900, molto del Puccini finale di Turandot, un pizzico di quella musica da film che diventerà il campo d’elezione del compositore, quando scappato dall’Italia a causa delle leggi razziali, troverà nuova patria e nuovo campo d’azione a Beverly Hills, dove morirà nel 1968.
L’opera infatti cominciò ad essere composta nel 1938, e portata negli States dal suo autore durante la fuga rimase in un cassetto fino a che il soprano Suzanne Danco non decise di prendere la partitura e riportarla nella sua sede naturale, Firenze, e fu al Festival di Maggio del 1952 che Aucassin et Nicolette rivide la luce, presente l’autore, l’Italia e il mondo finalmente in pace.

Nata in lingua francese l’opera è stata presentata a Jesi per la prima volta nel suo adattamento in lingua italiana.
Aucassin, giovane provenzale bello, biondo e probo, si innamora di Nicolette fanciulla a suo tempo rapita dalla reggia di Cartagine, essendo figlia del re. I due attraversano com’è stile dei poemi medievali, mille peripezie, divisioni, ostacoli, superano parenti crudeli, e mari in tempesta ma il loro amore puro e invincibile avrà alla fine la meglio su tutto.
Sul palcoscenico la piccola orchestra “Time Machine Ensamble” composta da dieci elementi più il direttore, Flavio Emilio Scogna, ai lati due scivoli in leggera pendenza, davanti un sipario a velo trasparente che a volte è servito per dare un senso onirico alla narrazione a volte come schermo per la proiezione di immagini descrittive piuttosto inquietanti pur se realizzate con lo stile del disegno infantile, o per la proiezione di ombre cinesi. Bellissimo il gioco di luci di Ludovico Gobbi.
La regia era di Paul Emile Fourny, le scene di Benito Leonori.
Nel compito della narrazione suddivisa in quattro atti si sono avvicendati i soprani  Chiara Ersilia Trapani, Evgenia Chislova e il mezzosoprano Martina Rinaldi, ottime sul piano vocale nonché abili nel dare corpo al racconto sul piano delle sfumature emotive e caratteriali dei vari personaggi.

L’impressione che abbiamo avuto è stata quella di un lavoro che esprime tutta la cultura e la profonda conoscenza nella quale il suo autore era immerso, ogni passaggio, ogni variazione ci parlava di una citazione, un riferimento, sia se parliamo di testo, sia se parliamo di musica, come dicevamo in precedenza un piccolo trattato, soprattutto di storia della musica.
Ma sentiamo anche l’agonia di un genere musicale, l’opera, (anche se qui la struttura è profondamente lontana da quella squisitamente operistica, a qualunque epoca si faccia riferimento,  essendo costituita da una narrazione continua senza arie, cori, duetti, intermezzi orchestrali, ma come un  recitativo senza soluzione di continuità) che non trova nel secondo ‘900 più un linguaggio espressivo capace di arrivare anche al grande pubblico oltre agli addetti ai lavori o quanto meno capace di radicarsi nel repertorio, il mondo va verso altre forme di espressione di racconto in musica.

Un pubblico numeroso nonostante il caldo opprimente e un titolo non popolare ha dimostrato il proprio apprezzamento tributando al termine lunghi applausi agli artefici della serata.

Uscendo dal teatro al fresco della sera abbiamo atteso ancora per qualche decina di minuti l’altro spettacolo, stavolta offerto dalle campagne marchigiane, l’arrivo di settembre.

Note di approfondimento sull’opera e sull’autore (dall’Ufficio Stampa)

L’opera

«Si tratta di un’antica chante-fable francese risalente al secolo XII: narra dell’amore tra due adolescenti che, superando ostacoli e traversie, giungono – diversamente dai loro celeberrimi coetanei shakespeariani – a un lieto fine della loro storia. Mario, scelto l’argomento fin dal 1919, aveva messo da parte il suo progetto perché gli era giunta notizia che, sullo stesso tema, stava scrivendo un’opera nientemeno che Franco Alfano. Il che non avvenne […]. Nel momento in cui la sua vita stava drammaticamente svoltando verso l’ignoto […], si immerse in quella che immaginò come una rievocazione del mondo dei trovatori e dei giullari, ma che in realtà fu la sua creazione di un mondo fuori dal tempo (specialmente da quel tempo) e anche ai margini del consorzio umano: concepì infatti Aucassin et Nicolette come un racconto cantato e narrato da una sola voce (un mezzosoprano) e animato da un teatrino di marionette, creature infantili anche quando rappresentano personaggi adulti e, nella loro gestualità stilizzata, in qualche modo aliene. Ne sortì un piccolo capolavoro – certamente uno dei vertici della sua opera: l’orchestra vi è pressoché miniaturizzata e tutto il clima è pervaso da una delicatissima poesia musicale. Prima di vivere la sua lunga esperienza di esule da Firenze e dall’Italia, Castelnuovo-Tedesco volle vivere – sebbene brevemente – come esule dal mondo e come appartenente a un altro regno, del quale la tenera chante-fable fu metafora sonora». (da: Angelo Gilardino, Mario Castelnuovo-Tedesco. Un fiorentino a Beverly Hills, Edizioni Curci).

L’autore

Di origini ebree, Mario Castelnuovo-Tedesco fu costretto nel 1939 a lasciare l’Italia a seguito della sciagurata adozione delle leggi razziali. Si trasferì negli Stati Uniti, in California, dove il suo immenso talento venne messo a frutto dalla nascente industria cinematografica di Hollywood. Scrisse musica da film e formò decine di musicisti tra cui celebri autori di colonne sonore quali John Williams ed Henry Mancini. Questo impegno non lo distolse però dal comporre la musica che più amava: in tutto oltre 200 numeri d’opera, tra musica per il teatro, sinfonica, vocale e da camera. Tra gli interpreti, alcuni leggendari virtuosi che si annoverano tra i suoi amici e ammiratori, come Andrés Segovia, Jasha Heifetz, Arturo Toscanini, Walter Gieseking e Gregor Piatigorsky. Oggi è in corso una vera e propria riscoperta della sua musica, nelle sale da concerto e negli studi di registrazione, anche per merito della pubblicazione degli inediti a opera delle Edizioni Curci, in collaborazione con il CIDIM-Comitato Nazionale Italiano Musica, a cura di Angelo Gilardino, e con la fattiva collaborazione di Diana Castelnuovo-Tedesco. Queste prime edizioni hanno reso finalmente disponibili agli interpreti opere ingiustamente dimenticate e hanno contribuito in maniera decisiva alla crescente ondata di interesse nei confronti della musica di Castelnuovo-Tedesco in tutta Italia e nel mondo.Nel 2018, in occasione della presentazione della prima biografia italiana (Angelo Gilardino, Mario Castelnuovo-Tedesco. Un fiorentino a Beverly Hills, Edizioni Curci), alla memoria del Maestro sono stati conferiti a Montecitorio il Premio del Presidente della Repubblica Italiana e della Medaglia della Camera dei Deputati.

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