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Pride: l’unione fa la forza

tratto dal blog "L'Amica di Babette"


di Elena Bartolucci

pride-locandina-AmicadiBabetteQuest’anno sono stati prodotti e realizzati molti film per il grande e il piccolo schermo attenti alla delicata questione dei diritti LGBT.
Penso in particolare a The Normal Heart che, distribuito dalla HBO, è stato purtroppo passato su Sky in sordina. Un film per la tv veramente bello e struggente, che tocca davvero il cuore, ricordando (come aveva in parte già fatto il meraviglioso Dallas Buyers Club) quante vittime di AIDS sono morte all’inizio della diffusione del virus e quante purtroppo ancora oggi ne muoiano.
Penso a come dopo anni di omertà, l’industria cinematografica sia riuscita a portare sul grande schermo la verità su Alan Touring e la sua macchina taciuta dalla storia per troppo tempo con la pellicola The Imitation Game. Facendo riflettere, anche se per pochi istanti, sulla crudeltà verso gli omosessuali, quando negli anni ’50 essere diversi era ancora considerata una malattia o una perversione.
Fondamentalmente anche alla base di Pride, l’ultimo film per la regia di Matthew Warchus con (una spettacolare e scoppiettante) Imelda Staunton, (il bravo e semi-sconosciuto) Ben Schnetzer, George MacKay, Jessica Gunning, Faye Marsay, Freddie Fox, Dominic West e Bill Nighy, parte dal presupposto che negli anni ’80 tutti gli omosessuali erano considerati dei pervertiti.
Tratto da una storia vera, la pellicola racconta un piccolo fatto accaduto durante gli anni della Tatcher. Tutto ha inizio durante il Gay Pride di Londra del 1984, quando al giovane Mark Ashton (Schnetzer) viene la brillante idea di sostenere oltre ai diritti gay anche lo sciopero in corso dei minatori in tutto il paese contro lo smantellamento di diversi siti estrattivi da parte del governo conservatore della Lady di Ferro e contro le spaventose condizioni lavorative sotto terra.
PRIDEInsieme alla lesbica Steph, Mike, Gethin e il suo compagno Jonathan e Joe (l’unico all’interno del gruppo che ancora non ha fatto coming out), fonda il piccolo movimento LGSM (Lesbiche e Gay supportano i minatori). Iniziano a raccogliere fondi, ma nessuno dei sindacati contattati sembra voler accettare i soldi racimolati solo perché sono degli outsider per la società.
Nonostante le enormi difficoltà economiche dei minatori e delle loro famiglie, il caloroso e cospicuo sostegno da parte di LGSM viene per una pura casualità accettato (anche se con non poche ritrosie) da un piccolo gruppo di minatori ottusi delle remote campagne gallesi. Tra i due movimenti nacque pian piano un forte legame di solidarietà, vista la vicinanza dell’essere accomunati dallo stesso odio da parte delle forze dell’ordine, dei più alti ranghi governativi e anche della stampa. L’unica arma è combattere insieme perché l’unione fa la forza.
Anche se alla fine il movimento operaio fu sconfitto, il film si chiude sapientemente mostrando come l’anno successivo in coincidenza nuovamente col Gay Pride di Londra, accorsero a marciare accanto a gay, lesbiche e transessuali migliaia di minatori, i quali continuarono la battaglia per le rivendicazioni dei diritti degli omosessuali anche in Parlamento. Tutto ciò dovrebbe far riflettere di come in Italia, invece, le cose vanno ancora a rilento e siano impensabili scioperi così ferrei e la compartecipazione di gruppi di estrazione culturale e politiche così lontane.
PRIDELa sceneggiatura è davvero ottima e costellata da numerosi momenti spassosi come le irriverenti battute delle signore anziane gallesi soprattutto durante il dopo serata dell’evento “Minatori e Pervertiti”.
Pride regala davvero una comicità sana e divertente come non se ne vedeva da tanto tempo, con cui, grazie a una forte simpatia e intelligenza, è capace di far sorridere e riflettere allo stesso tempo.
Va dato atto che, per parlare di diritti e valori imprescindibili, Pride si sviluppa con una tale sagacia che non deve per forza ricorrere alle più dirette ed efficaci armi dell’omofobia e dell’Aids, che, anche se nel film non vengono taciute, non sono messe al primo piano proprio per dare il giusto spazio a una storia che meritava davvero di essere raccontata dopo così tanti anni.

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