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“Perugia Social Photo Fest” 2018: fotografia sociale e terapeutica


di Alberto Pellegrino

Il Perugia Social Photo Fest ha organizzato dal 10 marzo all’8 aprile la prima rassegna internazionale di fotografia sociale e terapeutica ospitata nel Museo Civico di Palazzo della Penna con l’esposizione di 18 progetti fotografici tutti molto validi. La mostra è stata completata da una collettiva intitolata Frammenti per dare visibilità a 15 artisti che si esprimono attraverso i nuovi linguaggi della cultura contemporanea, con l’esposizione di alcuni innovativi e significativi progetti di giovani fotografe italiane.
Il tema di questa quinta edizione è stato la pelle, intesa come una “imprescindibile” separazione dal nostro ambiente e dal nostro prossimo, come un confine tra l’individuale e il collettivo che serve a delimitare il mondo interno da quello esterno. Il nostro “io” si esprime attraverso il tatto per delimitare e conoscere la realtà, per dare forme e limiti alle cose circostanti in un continuum che incorpora e distanzia l’altro. Il superamento di questa distanza rende possibile l’incontro tra gli uomini, fa nascere le relazioni sociali e favorisce la rappresentazione della propria identità, per questo la pelle diventa un organo interattivo che reagisce al mondo interno ed esterno. Quando sente minacciata la sua integrità e avverte una potenziale violenza del prossimo, essa diventa un veicolo della psiche, delle sue ansie, dei suoi stati emotivi e delle sue ferite.
La mostra è stata suddivisa in due sezioni: nella prima le immagini di Fotografia Sociale hanno voluto trasmettere un messaggio di denuncia, di riflessione, di riscatto e d’inclusione sociale a livello individuale e collettivo per dare voce agli “esclusi”; nella seconda sezione i lavori di Fotografia Terapeutica sono stati usati come stimolo interiore quando esistono difficoltà di comunicazione, per attivare processi di autocoscienza e di esplorazione della propria personalità. Tra i progetti presentati per la sezione “Call for Entry”, alcuni ci hanno particolarmente impressionato per la loro forza espressiva e qualità artistica.
Il primo lavoro, intitolato Homeless, appartiene al fotografo inglese Lee Jeffries, il quale ha realizzato una straordinaria serie di volti di “senzatetto” che non rientrano nel “fotogiornalismo” e che non sono nemmeno dei ritratti tradizionali, ma hanno una tale potenza drammatica da apparire delle icone religiose, perché l’autore è riuscito a dare a esseri umani emarginati dalla società una dignità, una luce interiore, una carica di spiritualità che non vuole suscitare la pietà, ma vuole  restituire a questi individui l’onore di essere persone.
Con Only because they are women Farzana Hossen ha voluto rappresentare e denunciare la violenza subita nel mondo da tante donne sopravvissute agli attacchi con l’acido, il cherosene, la benzina. Sono decine di vittime che portano sul loro corpo inguaribili deturpazioni, che hanno perduto la vista o la capacità di parlare. La Hossen ha fotografato queste donne con ammirazione, sensibilità e delicatezza e le sue immagini provocano immediatamente l’orrore per le offese recate al corpo femminile, ma anche per il coraggio e la forza interiore di queste vittime che vogliono continuare a vivere.
Il fotografo professionista Timothy Archibald ha scelto con la sua Echolilia la strada per rappresentare nella maniera più semplice e diretta la storia del proprio figlio autistico, per creare un ponte tra questo bambino e l’autore, per indagare insieme su una particolare condizione di vita allo scopo di capirla e costruire insieme un punto d’incontro tra due umanità così diverse eppure così intimamente connesse.
A singular vision riassume la storia del giovanissimo fotografo belga Noah Brombart, affetto da gravi disturbi dello spettro autistico che con la fotografia ha ottenuto una propria autonomia espressiva, una forma di resistenza interiore non solo alla malattia, ma alla separazione dei genitori, alle difficoltà e incomprensioni della scuola pubblica. Questo artista riscrive la propria vita attraverso la fotografia che gli consente di cercare una propria strada verso la felicità. Noah Brombart ha detto: “Ho 18 anni. Vivo con l’Autismo. Sono felice di mostrare le mie fotografie. Uso la macchina fotografica per condividere la mia visione del mondo. Quando scatto fotografie mi sento bene. Ho iniziato quando avevo 15 anni”.
Con Ri-Genero la fotografa Giovanna Magri mostra una straordinaria serie d’immagini metaforiche che cercano nella loro apparente distorsione della realtà di scavare nella profondità dell’essere donna, per dare visibilità a storie ed emozioni misteriose e nascoste, per andare oltre alla pelle e alle maschere che ciascuno di noi indossa di fronte agli altri per arrivare alla memoria, al sogno, alla narrazione di tante vite sospese capaci di suscitare in noi una immediata empatia.
Life unfilterd è una storia raccontata dal fotografo newyorchese Donato Di Camillo, è molto particolare, perché l’autore è stato arrestato per furto nel 2006, quando aveva 12 anni; è rimasto in prigione fino al 2011 per poi passare altri tre anni agli arresti domiciliari. Ha cominciato a occuparsi di fotografia in carcere, riprendendo tutto quello che era alla sua portata (insetti, uccelli, piante). Ritornato in libertà nel 2014 ha cominciato a muoversi per la città, cecando di documentare la vita e gli uomini che gli passavano accanto e ispirandosi soprattutto a William Klein e Diane Arbus. Così Di Camillo è diventato un fotografo sociale impegnato a scattare immagini di persone che vivono ai margini della società, che sono invisibili o deliberatamente ignorate.
Constanza Portnoy è una delle vincitrici del Progetto di fotografia sociale con il suo lavoro Life force, dedicato a una persona disabile per dimostrare come spesso la società colpisca il “diverso” con lo stigma, il pregiudizio e l’oblio, mentre ogni essere umano avrebbe bisogno di un legame d’amore e di un sostegno per potersi sviluppare in modo coraggioso. Jorge ha 37 anni, è argentino ed è nato focomelico, una malformazione congenita che colpisce gli arti inferiori e superiori, causata a meta degli anni Cinquanta quando sua madre, affetta da una grave infezione è stata curata con un farmaco a base di talidomide che ha provocato la nascita di migliaia di bambini con malformazioni congenite. Jorge si è sposato otto anni fa con Vero, una giovane affetta da mielomeningocele che condiziona le capacità di camminare e che è stata sottoposta a diversi interventi chirurgici. Questa coppia ha avuto una bambina di nome Angeles. La Portnoy con il suo progetto fotografico ha voluto mostrare la condizione di miseria in cui versano queste vittime dei grandi monopoli industriali e ricordare che la nostra civiltà si basa sull’uguaglianza dei diritti; attraverso le sue tenere e commoventi immagini, ha voluto far vedere come l’amore possa illuminare e conferire autenticità ai rapporti umani creando legami genuini e profondi.
I due progetti A girl called melancholy the story of depression di Janelia Mould e Odd Days – I giorni dispari di Simona Ghizzoni hanno entrambi dei chiari riferimenti autobiografici e affrontano il tema del trattamento dei disturbi alimentari a seguito di una grave forma di anoressia nervosa. Realizzati tra i ricoverati del centro di riabilitazione di Palazzo Francisci a Todi, essi rappresentano il lungo e difficile percorso di guarigione di un disturbo che investe tutti gli aspetti più intimi della vita di una persona, perché colpisce l’identità corporea e l’autostima attraverso un’ossessione per l’apparenza esteriore che maschera disagi psichici e sociali più profondi. La depressione è un vuoto, una disperazione, un isolamento, una solitudine difficili da spiegare. Le fotografie di queste due autrici sono autoritratti che diventano delle immagini artistiche capaci di descrivere a scopo terapeutico i sentimenti e le situazioni di chi soffre di depressione. Si tratta di foto a volte “inquietanti” che servono a riempire il vuoto interiore, a riconoscere i tratti della propria personalità, a indicare una possibile via d‘uscita fatta di coraggio e di speranza.

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