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“PÉPITO” di Offenbach alla Mole Vanvitelliana

Fotografie ©Archivio Teatro delle Muse e Giorgio Pergolini


di Chiara Gamurrini

Alla Mole Vanvitelliana di Ancona è andata in scena l’operetta “PÉPITO” di Offenbach. Bello spettacolo e tanti applausi.

Ancona 05/09/2020 – Inizia con una introduzione in prosa di Alfonso Antoniozzi l’operetta Pépito diretta da Marco Guidarini e tenutasi nell’ambito di Kammeroper alla Mole presso Ancona, durante la quale si viene accompagnati in modo figurato a Elizondo, un paesino nel cuore della Navarra spagnola. Qui infatti si ambienta l’opera che, come viene spiegato, è volutamente collocata intorno al 1920 contrariamente all’originale. La scelta è operata in base alla volontà di sottolineare il parallelismo che sussiste tra quegli anni di dopoguerra nei quali si è diffusa un’epidemia di influenza spagnola e la situazione attuale, dove le norme per prevenire la propagazione del virus sono pressoché le stesse.  

La scenografia è semplice: un palco in un lato dell’ampio spazio all’aperto occupato solo da un ensemble orchestrale e da due tavoli con qualche sedia attorno, ma è integrato nel contesto della Mole Vanvitelliana, giacché i cantanti sfruttano lo spazio circostante, come nel caso della serenata di Vertigo per Manuelita sotto una finestra del palazzo retrostante, dalla quale lei si affaccia per ascoltare e per tirargli addosso un secchio d’acqua. I colori caldi delle luci di Lucio Diana di sfondo alla scena fanno percepire allo spettatore il clima spagnolo aiutandolo nell’immedesimazione.

Alfonso Antoniozzi che incarna perfettamente la definizione di basso buffo, si presenta come Vertigo, factotum del quartiere, citando il noto Figaro accompagnato dalle sonorità rossiniane del Barbiere di Siviglia. Il suo personaggio è tracotante, si ritiene una figura indispensabile per la città, talmente importante da riuscire ad accendere con un gesto delle mani la luna, che viene proiettata su una facciata della mole. Tutto ciò viene reso con la giusta enfasi e mimica, grazie anche alla notevole espressività sia nelle parti cantate che in quelle narrate dove, da bravo intrattenitore, aggiunge simpatiche gag. La voce è corposa ed estesa, duttile e versatile, sì da trovarsi a suo agio sia nelle pagine elegiache che in quelle più spiccatamente buffe e caricaturali.

Maria Sardaryan, nella parte di Manuelita, è un bravo soprano, dotato di un colore particolarmente bello e di un timbro limpido e acutissimo. Le note alte sono ben sostenute e la voce è sicura anche durante le transizioni di registro, nel complesso un canto pulito nonostante alcune piccole difficoltà con la pronuncia.

Meno raffinato ma non meno preparato il tenore Pierluigi D’Aloia nel ruolo di Miguel, dotato di una voce consistente che si affina nell’alta tessitura. Buona misurazione del fiato, si amalgama in modo ottimo alla partner durante l’interpretazione delle parti di canto a due.

Sin dall’overture si percepisce la professionalità del maestro Marco Guidarini che con eleganza dirige l’ensemble dell’Orchestra Sinfonica Rossini nell’esecuzione della rielaborazione musicale dell’operina per complesso da camera di Giovanni Piazza. Il duetto flauto-clarinetto si sviluppa in una risposta alternata su un tappeto pizzicato d’archi, mentre le percussioni, simili a delle nacchere, creano il giusto contesto per l’azione. I toni vivaci e allegri della musica di Offenbach, che rimandano all’atmosfera paesana, sono resi con leggerezza ma al contempo con attenzione al dettaglio.

L’alternanza di cantato e recitativo parlato ci guida nella trama portandoci allegramente fino alla conclusione. Apprezzabile la scelta di mettere in scena una piccola opera raramente rappresentata mantenendone l’assetto originale e impreziosirla con la mise en espace di Alfonso Antoniozzi. La vita continua, i sogni continuano e così le speranze, questo il messaggio positivo che traspare dai sorrisi degli artisti fragorosamente applauditi.

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