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Ottima “Miseria e Nobiltà” di Luciano Melchionna con Lello Arena

Fotografie di Federica Di Benedetto


di Flavia Orsati

Al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno è andata in scena Miseria e Nobiltà con un ottimo Lello Arena e messa in scena da Luciano Melchionna che attualizza il contesto della celeberrima commedia di Scarpetta.

Sabato 8 e domenica 9 febbraio è andata in scena, al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, Miseria e Nobiltà, la celeberrima commedia napoletana di Eduardo Scarpetta, pubblicata nel 1887 e messa in scena per la prima volta nel 1888, firmata, stavolta, da Luciano Melchionna.

Troneggia sulla scena Lello Arena, storico alfiere, insieme a Massimo Trosi ed Enzo Decano, della comicità napoletana. A completare il cast, Tonino Taiuti, Maria Bolignano, Giorgia Trasselli, Raffaele Ausiello, Veronica D’Elia, Marika De Chiara, Andrea de Goyzueta, Alfonso Dolgetta, Sara Esposito, Carla Ferraro, Luciano Giugliano, Irene Grasso, Fabio Rossi.

Ad essere portato sul palco del teatro è la storica contrapposizione tra Miseria e Nobiltà. La storia, che si sviluppa con imbrogli, inganni, sotterfugi ed intrighi è sostanzialmente drammatica ma in realtà si ride: tra commedia dell’arte, tragicomicità eterna ed attualità le maschere della commedia di Scarpetta, fortemente tipizzate e senza approfondimento psicologico, si muovono su di un nuovo mondo/palcoscenico, caratterizzato da una netta e dicotomica opposizione. In basso, poveri vivono e strisciano schiacciati dall’opulenza dei ricchi, il mondo manicheisticamente diviso in due parti, essendo i secondi sorretti saldamente dalle disgrazie dei primi. Questo contrasto si evince immediatamente, a livello spaziale e cromatico: il palcoscenico è, infatti, diviso in due livelli, o piani: al di sotto, tra buio e oscurità, si snoda un labirinto fatto di sporcizia e poveri e consumati oggetti, correlativo delle vite difficili e piene di stenti di chi abita questo angusto spazio; al di sopra, un bianco e candido palazzo, sorretto da queste fondamenta umide e scrostate, dove le persone sono private della loro dignità ed umanità e si aggirano come ratti, nutrendosi degli scarti di coloro che invece uomini sono – o credono di essere. La stanza in cui la loro esistenza si consuma sembra fatta di “gabbie”, che i personaggi scavalcano come ratti in frenetica ricerca di cibo, senza mai riuscire ad evadere veramente. Anche il tempo si misura sulla base di questa opposizione totalizzante: la commedia è divisa in due atti (mentre il testo originale di Scarpetta è diviso in tre) e la separazione è scandita dal cambio di ambientazione scenica; quando la commedia vera ha inizio, dal povero, sporco e lugubre tugurio in cui figure semi-umane sono costrette a vivere, si passa alla sontuosità di un bianco, pulito, ordinato e neoclassico palazzo.

Quando Miseria e Nobiltà viene messa in scena, il confronto con l’omonima pellicola che ha Totò come protagonista è imprescindibile. Se è vero che è difficile confrontarsi con i giganti che ci hanno preceduto, Lello Arena ben impersona, con un tocco di originalità e attualizzandolo, il ruolo dello spiantato Felice Sciasciammocca, a cui nel 1954 diede voce il principe De Curtis nell’adattamento cinematografico. Arena, tra scrosci di applausi del pubblico a ogni apparizione, riesce a tenere testa a scene diventate iconiche nel sentire comune, come quella dell’abbuffata di spaghetti.

“Se si pensa che lo hanno interpretato Vincenzo Scarpetta, Eduardo De Filippo, Luca De Filippo e Totò, che lo stesso Eduardo Scarpetta lo aveva scritto per se stesso, l’unico indirizzo da prendere è stato quello della creatività. Abbiamo cercato di evitare che fosse troppo distante dal già visto, ma non potevamo prendere in prestito dal passato: è stato necessario inventarsi una strada nuova”, ha spiegato Lello Arena a Il Mattino di Napoli in occasione del debutto della commedia, e, in effetti, al classico del teatro napoletano viene data una freschezza moderna senza snaturarne il forte portato artistico e partenopeo che il testo originale reca in sé.

La trama: in una vita ridotta a lotta per la sopravvivenza, due famiglie convivono in una squallida casa: quella di Felice e quella di Pasquale.

Motore narrativo dell’azione è un inganno. Il marchesino Eugenio vuole sposare la vanesia ballerina Gemma; suo padre, il marchese Ottavio Favetti, è un ostacolo all’unione poiché non permetterebbe mai a suo figlio di sposare una giovane di estrazione non nobiliare: la ragazza, infatti, è figlia di un cuoco arricchito, Gaetano Semmolone, soprannominato Fritto Misto. Eugenio, allora, si rivolge aFelice Sciosciammocca (che in dialetto napoletano significa “credulone”), miserabile amico di vecchia data, chiedendo a lui e ai suoi congiunti di fingere di essere la sua famiglia, al fine di incontrare il cuoco e acconsentire alle nozze. La mente di Felice e dei suoi sodali è sempre incentrata sul cibo: “Un cuoco in famiglia fa sempre bene”, “Sposatevi il cuoco!”, sono alcuni dei commenti alla proposta. Alla farsa partecipa la famiglia che convive con quella di Felice invece della sua: sua moglie, l’acida Luisella, viene tirata fuori, mentre il figlio di primo letto, Peppeniello, è scappato di casa in seguito a una lite; l’amico Pasquale, sua moglie Concetta e la loro figlia Pupella accettano di partecipare alla mascherata. Pasquale, così, diviene il padre di Eugenio, il marchese Ottavio, Felice suo zio, il principe di Casador, Concetta la zia, la contessa del Pero, Pupella la contessina del Pero. Luisella chiede di potersi calare nei panni della principessa di Casador, ma le viene negato, poiché la donna è a letto gravemente malata. È lo scambio di ruolo tipico della Commedia antica, mutatis mutandis, dell’Anfitrione plautino.

Nel frattempo, sono state mostrate le loro misere vite, dove non c’è lavoro, non c’è cibo, non ci sono soldi, si è costantemente in balia dei morsi della fame e i due capofamiglia non riescono a procacciare denaro, costringendo le donne a impegnare i loro averi. Unica possibilità sembra averla Pupella, di cui si è innamorato l’altro figlio di Gaetano Semmolone, Luigino, fratello di Gemma. Frattanto, il padrone di casa, don Gioacchino, chiede di saldare l’affitto, essendo il pagamento indietro di diverse mensilità; Luigino, per ingraziarsi Pupella, pensa a pagare per loro e, alla domanda della giovane a sua madre, se le piacesse il ragazzo, l’unica risposta è “Basta che te ne vai e noi ce lo facciamo piacere”; non si cerca ricchezza, non si cerca benessere, non si cerca scalata sociale: l’unica preoccupazione è la sopravvivenza, il cibo. Peppeniello, poi, è scappato di casa poiché sgridato per una bravata commessa; allontanandosi dal palco, e correndo tra la platea, il bambino grida: “Ma che sono un topo io? Ma che sono uno scarafaggio grande io?”…. Forse la risposta è sì.

La recita risulta difficile; dopo una prima esitazione e un facile convincimento attraverso la promessa di una lauta ricompensa, tra comportamenti non propriamente raffinati, abbuffate, storpiature di nomi (il principe di Casador diventa il principe di Cassarola), la macchiettistica vis comica e l’intesa tra il gruppo di attori rende la commedia davvero esilarante; d’altro canto, fa sorridere anche l’ingenuità del cuoco Gaetano, il cui sogno è imparentarsi con dei nobili e compiere una scalata sociale, talmente affascinato da questo sogno e talmente sottomesso da non accorgersi della palese farsa; ma, fa notare Felice, “Facile è travestirsi quando gli altri sono travestiti come te”, con una sagace e pungente sferzata sul valore umano della nobiltà, difficile da imparare e forse  all’epoca di Scarpetta totalmente in declino anche tra i nobili stessi.

Dopo un vistoso cambio di scenografia, il momento dell’arrivo al palazzo sembra un’uscita dagli inferi: accompagnata da una solenne melodia, si apre una botola sul pavimento che fa uscire dai sotterranei questi uomini/topi, vestiti in maniera sfarzosa e ridicola, eccitati dal fatto di vivere, per un solo effimero momento, una vita che non avrebbero mai potuto nemmeno immaginare. Ma, come vuole la tradizione della Commedia dell’Arte, i personaggi non hanno scavo psicologico, sono maschere comiche e fortemente tipizzate, che non si interrogano sul perché delle loro azioni ma si limitano a viverle o subirle. Tra equivoci e imbarazzanti scoperte (Felice scopre che la sua ex moglie, Bettina, è serva nel palazzo dove è ospite, come suo figlio, che ha finto che suo padre fosse Vincenzo, un altro servo della casa, per avere un tetto ed essere ammesso a servizio), il climax viene raggiunto quando arriva Luisella, fingendo di essere la contessa che è gravemente malata. In quel momento si capisce come la farsa non andrà a buon fine.

In realtà, Eugenio sposerà Gemma: suo padre, il marchese Ottavio, è lui stesso invaghito della bella ballerina, e si reca a corteggiarla nella sua casa sotto lo pseudonimo di don Bebè: la nobiltà di titolo non sempre è accompagnata da nobiltà d’animo. In questo momento, tutti i protagonisti sono presenti sulla scena, tutti i grotteschi e ridicoli inganni sono rivelati, per cui le nozze di Eugenio e Gemma, ma anche quelle di Pupella e Luigino, saranno celebrate, dopo l’agnizione finale. Si tratta della messa in scena dell’ideale dell’ostrica verghiano, del Ciclo dei Vinti e dell’infelicità di Mastro Don Gesualdo: non ci si distacca mai veramente dalle proprie origini, e ciò vale di più tanto più queste sono umili, non ci si emenda mai da se stessi e l’ascesa sociale è impossibile, crea solo caricature di un passato raffinato che non esiste più, o non è mai esistito: “Pezzenti siete e pezzenti rimarrete!”. La commedia dello scontro tra ricchi e poveri, potere e ultimi si chiude amaramente, fra “Miseria e miseria… nobile, umana, miseria”.

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