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Occidente solitario: cosa non essere

Bravi gli attori ma discutibile il testo dello spettacolo di Martin McDonagh per la regia di Juan Diego Puerta Lopez.


di Daniela Marcozzi e Elena Bartolucci

Occidentesolitario_MusiculturaonlineFermoLe grandi aspettative legate ai nomi di attori conosciuti e del calibro di Claudio Santamaria, Filippo Nigro, Nicole Murgia e Massimo De Santis non sono state così attese: hanno dimostrato senza dubbio la loro bravura recitativa, peccato per la scelta del pezzo teatrale che hanno dovuto portare in scena. Lo spettatore si è ritrovato inerme di fronte a un turpiloquio pesante e ridondante per tutto il corso di questo dramma dai toni pungenti, sarcastici e costellati da un pizzico di umorismo nero, che è riuscito persino a strappare qualche risata a coloro che hanno resistito fino in ultimo. In realtà, però, la narrazione, seppur grezza linguisticamente e a volte sgradevole, riesce a esprimere il senso di solitudine interiore dei protagonisti, l’inettitudine umana e l’incapacità di provare sentimenti di compassione, di condivisione e di perdono. L’autore, Martin McDonagh, ritraendo questo quadro di desolazione e di grettezza, ci ricorda che l’incapacità di provare sentimenti e l’indifferenza per il dolore del prossimo sono sicuramente la condanna più grave a cui l’uomo può essere destinato in vita.
Occidente solitario, per la regia di Juan Diego Puerta Lopez, racconta la storia conflittuale di due fratelli pigri ed egoisti, Coleman (Claudio Santamaria) e Valene (Filippo Nigro), in un piccolo villaggio dell’Irlanda, un luogo non concepito in quanto tale, ma usato come sineddoche del mondo e dell’intera civiltà umana. La storia inizia con i due ragazzi che tornano dal funerale del padre, morto per un accidentale colpo di fucile di Coleman. Si scoprirà in seguito che è stato ucciso volutamente dal figlio, perchè infastidito dai commenti del genitore sulla sua pettinatura e mosso da una promessa fatta per un torto subito da piccolo. Valene, conscio dell’omicidio, decide comunque di proteggere il fratello-assassino e testimoniare il falso, ma in cambio lo costringe a firmare un documento in cui rinuncia alla sua parte di eredità. Proprio questo suo totale senso di possesso sulla casa è continuamente testimoniato dalle V disegnate con il pennarello rosso, presenti sull’intero allestimento scenico e le innumerevoli statuine religiose sopra gli scaffali.
Il terzo personaggio della storia è Padre Welsch (Massimo De Santis), un prete debole con forti dubbi esistenziali e di coscienza, spesso alticcio, che frequenta la casa dei due protagonisti. Sentendosi impotente e inadatto al suo ruolo, capisce che potrebbe riscattare la sua esistenza cercando di far ritrovare l’amore fraterno tra i due uomini, incoraggiando il perdono delle meschinità, dei dispetti e delle continue baruffe. Non riuscendoci, si sente ancora più inutile non solo come prete ma anche come uomo, così decidera di suicidarsi e, un istante prima di compiere quel tragico gesto, si confiderà con la giovane che contrabbanda i liquori in paese, chiamata da tutti semplicemente Ragazzina (Nicole Murgia). Sarà l’unica a mostrarsi disperata per la sua morte, forse perchè legata a lui da un attaccamento profondo e questa sua timida affezione rischiara quasi per un momento questa storia d’infelicità, di rozzezza e d’imperturbabilità verso il prossimo. Sarà lei stessa ad annunciare a Coleman e Valene la notizia del suicidio del prete, consegnando loro la lettera che aveva scritto poco prima di suicidarsi, nella speranza che, almeno dopo la sua morte, i suoi consigli fossero finalmente ascoltati e avrebbe potuto così redimere la sua anima commettendo un’ultima buona azione: riconciliare i due fratelli. La sua lettera, infatti, è un vero e proprio inno all’amore fraterno; un sentimento che Coleman e Valene non hanno mai conosciuto e che per tante volte il prete aveva tentato di inculcare loro, senza mai riuscirci.
Occidentesolitario_Musiculturaonline2I due decidono di appendere quel pezzo di carta sopra al camino come continuo monito di comportamento in modo da non ricadere nei loro soliti errori. Tenteranno di trovare il modo di andare d’accordo, partendo da un semplice gesto che spesso li aveva portati a litigare: mangeranno insieme i vol-au-vent di cui Coleman è tanto ghiotto e berranno insieme il whisky di cui Valene era tanto geloso e parsimonioso nell’offrire al prossimo. Questo voglia di riconciliazione, però, non durerà molto. In nome di un nuovo inizio i due, seduti quasi teneramente allo stesso tavolo, cominciano a sviscerare i loro segreti più reconditi, elencando a turno le malefatte compiute per tanti anni dall’uno a dispetto dell’altro. In un continuo crescendo di emozioni lo spettatore assiste inerte alla continua progressione di ammissioni, che farà riemergere la solita condotta di aggressione fisica e di odio insanabile tra i due. Alla fine il dramma si risolve con i protagonisti che vanno a prendersi la solita birra al pub, mantenendo gli stessi atteggiamenti di rozzezza, tirchieria e volgarità e zelanti nel non voler dimenticare il passato.

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