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Nostra intervista a Luca Cirio dei Nasby & Crosh


a cura della Redazione

Dopo l’uscita di Hush Beyond The Storm, il nuovo EP del progetto new folk milanese di Nasby & Crosh che abbiamo recensito su queste pagine (http://www.musiculturaonline.it/uscito-il-nuovo-ep-di-nasby-crosh-hush-beyond-the-storm/) abbiamo intervistato Luca Cirio, voce, chitarra acustica e banjitar della band.

D. Ciao Luca, è un piacere incontrarti per parlare della tua band, Nasby & Crosh, e del nuovo EP Hush beyond the storm. Per prima cosa: chi sono Nasby & Crosh?

R. I Nasby & Crosh sono cinque musicisti barbuti che gravitano attorno a Milano legati da una profonda amicizia e stima reciproca, nonché dalla stessa sensibilità goliardica. Nasciamo a fine anni Duemila come semplice duo acustico che per gioco cantava cover di CSN e Simon & Garfunkel in qualche piccolo locale del milanese, siamo diventati un trio nel 2013 e nel corso degli anni in seguito a diverse scosse di assestamento siamo diventati una band di cinque elementi che vivono in simbiosi al servizio dell’arrangiamento dei brani. Io sono il frontman e firmo gran parte dei brani, Federico “Capra” Cavaliere è un polistrumentista e orchestratore corale, Alessio Premoli è un chitarrista versatile che col tempo ha affinato le sue doti di autore e arrangiatore, Domenico Vena un cantante che ha intrapreso alla grande una sfida chiamata basso e Riccardo “BumBum” Quagliotti un batterista che sa fare un magnifico gioco di squadra.

D. In Hush beyond the storm bilanciate sapientemente new folk e pop. Il risultato è un sound sorprendentemente attuale. Come siete giunti a questa formula?

R. Per noi è stato davvero naturale e spontaneo, anche se non gratis: ci sono voluti anni di concerti per plasmare tutto questo, perché rendere attuale un genere “vecchio” comporta diversi fattori di cui tenere conto. Bisogna prima di tutto conoscerlo profondamente: diversi di noi sono cresciuti fin da bambini con il folk/rock della westcoast americana sul giradischi. In questo modo capisci quali bastoncini dello shanghai puoi spostare o rimuovere e quali no. Tutto il resto è songwriting: scriviamo canzoni e melodie che funzionerebbero benissimo con un arrangiamento stra-pop mantenendo comunque qualcosa da dire. Diciamo che a noi piace farle partecipare a feste con dresscode Woodstock. La ciliegina sulla torta infine è trovare chi è in grado di aiutarti a realizzare tutto questo e renderlo credibile e solido: senza Larsen Premoli, Loris Bersan e Mirko Ripoldi dei RecLab Studios di Buccinasco raggiungere questo traguardo non sarebbe stato ugualmente facile e umanamente bello.

D. I brani di Hush beyond the storm sono 4 e ruotano intorno ad un unico protagonista, del quale raccontate la psicologia attraverso i testi. Una sorta di viaggio introspettivo. Chi è questo protagonista e cosa rappresenta per voi?

R. Fermo restando che la quasi totalità dei nostri brani è costituita da miei spunti autobiografici, quello che in realtà ci ha molto sorpresi è che in questi anni il tortuoso percorso sentimentale ed emozionale del nostro protagonista ha seguito quasi in simbiosi il cammino del nostro sound, bastoni tra le ruote compresi. Nello stesso modo in cui lui riflette su tutto ciò che gli è capitato e su come ha affrontato la sua ipersensibilità, Hush (come siamo soliti abbreviare l’EP) è la nostra meditazione su tutto ciò che è stata la nostra musica fino ad ora, abbiamo voluto guardarci allo specchio e capire cosa sappiamo fare bene, tentando di correggere i nostri errori e dare un senso e un contesto ai nostri inevitabili e umani difetti. Ci siamo resi conto di essere a nostra volta ipersensibili nei confronti di ciò che per noi è la Musica e che forse queste canzoni sono servite a capire chi vogliamo essere.

D. Il racconto è molto più lungo e complesso, dato che questo EP è parte di una trilogia di uscite che comporrà un disco completo. Quasi fossero capitoli di un libro…

R. Proprio così. Tutto nasce quando nel 2013 molti dei brani che compongono questa trilogia erano già stati scritti e si voleva lavorare insieme a un concept album chiamato “The Storm”. Abbiamo però poi pensato che quello che a noi importava è che ogni canzone venisse ascoltata per dare a ogni piccolo tassello del puzzle la sua importanza e proporre un album folk/pop di 12 canzoni probabilmente non era la strada giusta da intraprendere. Decidemmo di spezzare tutto in 3 EP da 4 brani, proprio come se fossero dei differenti capitoli di un’opera omnia, con l’obiettivo di pubblicarne uno all’anno. Ma è andata che dopo “Quiet Before The Storm” del 2014, il capitolo successivo “Here Comes The Storm” è uscito nel 2018 e quest’ultimo nel 2020. La Tempesta che abbiamo voluto raccontare ha deciso di materializzarsi anche nel nostro progetto musicale, sono successe tante cose che hanno ostacolato il nostro lavoro (tra cui una vera e propria alluvione che ha devastato la nostra sala prove e studio di registrazione nel 2016!). Ma ci piace pensare che tutto sia accaduto per una qualche ragione e forse senza tutte queste difficoltà ora non saremmo così felici e fieri di ciò che abbiamo raggiunto.

D. In questo periodo particolare è difficile parlare di musica dal vivo, ma sicuramente Nasby & Crosh sono una band da palco. Cosa portate sul palco di diverso rispetto a ciò che si trova nei vostri dischi?

R. È un momento duro, l’epidemia attualmente in corso è esplosa in Italia proprio mentre lanciavamo Hush: evidentemente la nostra Tempesta aveva ancora un po’ di pioggia da buttar giù. Ci siamo ritrovati costretti ad annullare e rinviare a data da destinarsi lo show pieno di amici musicisti fantastici che stavamo preparando con tanto entusiasmo per presentare le copie fisiche di Hush. Tutto questo ci addolora molto soprattutto perché la dimensione live è il motivo per cui facciamo tutto questo, il palco è “casa nostra”. Sotto i riflettori portiamo prima di tutto tanta sana goliardia a bilanciare la serietà e la malinconia che caratterizzano la maggior parte dei nostri brani, unita a tanta creatività nel nostro modo di proporre una serie di cover completamente rivisitate fino al punto che certe le consideriamo delle “figlie adottive”. Il tutto per poter parlare a tu per tu col nostro pubblico, farlo sentire parte dello spettacolo e mostrarci per ciò che siamo veramente: cinque adorabili cialtroni che giocano con la musica per comunicare cose troppo profonde e difficili da spiegare solo a parole.Grazie e buon lavoro

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