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NONHOSONNO

Ritorna Dario Argento, il maestro del brivido italiano.


di Davide Rivelli

Regia: Dario Argento
Interpreti : Stefano Dionisi, Max Von Sydow, Chiara Caselli, Rossella Falk, Gabriele Lavia, Barbara Lerici
Sceneggiatura : Dario Argento, Franco Ferrini, Carlo Lucarelli
Fotografia : Ronnie Taylor
Scenografia : Antonello Geleng
Produzione : Dario e Claudio Argento per Opera film
Musiche : Goblin
Distribuzione : Medusa

Ritorna la figura potente e ormai archetipica del serial killer, un personaggio che sembrava essere stato sovraesposto negli anni precedenti, attraverso libri, film, trattati, speciali giornalistici e, ahimè, cronaca. Si riteneva fosse ormai un filone prosciugato, così come quello catastrofista, e che aveva toccato il suo massimo apice con il cattivissimo Hannibal de Il silenzio degli innocenti (di cui sta per uscire il seguito, girato in Italia e, pare, in parte ispirato al mostro di Firenze). Nonhosonno è la conferma di quanto fin qui detto : cioè i serial killer rimangono buoni come archetipi, ma, almeno temporaneamente, hanno perduto buona parte del loro fascino, e infine si, il culmine lo si è toccato, cinematograficamente parlando con altri film, non con questo.
La storia parte da Torino, nel 1983, con un ispettore di polizia che giura ad un bambino di scoprire l’assassino della madre, a costo di doverci impiegare tutta la vita. Poi, sempre Torino, ai giorni nostri, una prostituta si incontra con un cliente di cui ci è dato vedere solo l’ombra e sentire la voce da orco. La donna, una volta pagata, fa per uscire, ma inciampa e, per sbaglio s’infila nella borsetta una serie di ritagli di giornali sui delitti dell’83 appartenenti al cliente. Facendo due più due, cioè unendo i ritagli alle armi da taglio rinvenute nella casa ed alle richieste perverse del cliente-orco, la donna capisce di avere in mano del materiale scottante. A questo punto, anzi, fino all’inseguimento in treno, il film è strepitoso, tiene inchiodati al sedile con l’adrenalina a mille, con un ritmo sincopato che eppure si espande e sembra non voler mai giungere alla conclusione. C’è l’immagine del treno che corre nel buio della notte, visto da fuori, e della donna che corre lungo i vagoni, illuminata da una luce bluastra, che è semplicemente perfetta. Da qui in avanti però il film si perde.
Torna alla luce la storia dei delitti del nano (quelli dell’83 appunto), così chiamati perchè attribuiti ad uno scrittore di gialli affetto da nanismo trovato suicida con una pallottola in cranio. Entrano in scena il vecchio ispettore Moretti (Max Von Sydow), ormai in pensione, e Stefano Dionisi, il bambino a cui l’ispettore aveva fatto la promessa anni prima (promessa di cui neppure si ricordava). Da qui in avanti comincia l’indagine vera e propria, con false piste, e personaggi che entrano in scena a indicare le diverse, false, piste. E poi i delitti, uno dopo l’altro, filmati con lo sguardo morboso e gelido di Argento, e la filastrocca che pare ispirarli. Di più non diciamo per non togliere il gusto allo spettatore.
Un grande inizio, dicevamo, e ottime musiche dei mitici Goblin per l’occasione tornati insieme (musiche molto legate al precedente Profondo rosso), una regia sapiente e solida, anche se forse un po’ datata (piuttosto retrò i reiterati zoom sui primi piani) che riesce in qualche maniera a tenere insieme una sceneggiatura debolissima, sconclusionata e figlia di una storia già vista e rivista.
Per gli amanti del giallo puro (o quantomeno della logica) è uno smacco. Filastrocche truculente stampate su libri per l’infanzia, ispettori che sparano a figure dietro le finestre senza preoccuparsi di sapere se effettivamente corrispondano al colpevole, discoteche con camerini sepolti al centro della terra, l’ispettore Moretti che risulta una figura totalmente inutile, oltrechè piuttosto traballante (si pone domande che certo non lo porterebbero mai ad una soluzione, a quel che si può intuire).
Stupisce che un giallista di solido mestiere come Lucarelli non sia stato capace di porre rimedio a sviste così marcate. La storia non è innovativa, forse inizialmente è stata pensata per renderla una favola nera e feroce alla fratelli Grimm (da qui la voce da orco, la filastrocca, la figura del nano come deformità e incarnato del male, almeno apparente), ma questa scelta non pare essere stata seguita fino in fondo con la conseguenza che i caratteri sono poco più che bozzetti a cui vengono messe in bocca frasi imbarazzanti nella loro scontatezza. E poi ci sono le interpretazioni. Vedendolo recitare in questo film ci si chiede come possa Dionisi avere fama di nuova promessa del cinema italiano : mantiene la medesima espressione annoiata (e la medesima voce, che, tra parentesi, sembra quella di Pangallo) in qualsiasi situazione, tanto tra i tavoli del ristorante cinese dove lavora come cameriere (?) quanto davanti al serial killer che lo minaccia in un’orgia di sangue. Max Von Sydow fa quel che può per salvare uno degli ispettori meno credibili e più noiosi che sia dato ricordare, senza riuscirvi più di tanto. Lavia recita di tragica grandezza e non gli si può rimproverare nulla, così come a Chiara Caselli che riesce a mantenere insieme il suo personaggio nicchiando sui momenti meno credibili.
Un conto è il thriller sovrannaturale, dove certe incongruenze ci possono stare, anzi, danno un tocco all’atmosfera, ma in un giallo bisogna essere rigorosi, nella svolgimento, nelle indagini, nello svelamento, nei personaggi, addirittura nelle procedure investigative e nei riferimenti al reale, attenzioni che in questo caso sono state spesso evase. Però è un film, e il film è immagine. E Dario Argento è ancora un maestro dell’immagine, e un solido artigiano del mestiere del regista. Spende il suo talento, in questo caso, per raccontare qualcosa di già raccontato e di poco credibile. Per i fan del genere le smagliature della trama fanno perdere quel pathos che le atmosfere garantirebbero.

 

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