Le ultime canzoni di Pierangelo Bertoli

La perdita di Bertoli lascia un vuoto nella canzone d'autore italiana. "MusiCulturA on line" lo ricorda con un saggio sull'ultima produzione discografica.

di Alberto Pellegrino


Il 7 ottobre 2002 Pierangelo Bertoli<7b>, stroncato da una grave malattia, ha lasciato questa vita a soli sessant’anni, con discrezione, in punta di piedi secondo il suo stile esistenziale che aveva sempre evitato le grida della ribalta, senza per questo sottrarsi alle luci del mondo spettacolo, dove era apparso per la prima volta nel 1976, sospintovi da Caterina Caselli che aveva pubblicato con la sua casa discografica la prima raccolta Eppure soffia. Con questo disco Bertoli aveva iniziato con estrema e coriacea coerenza un cammino artistico equamente diviso fra impegno politico e sentimento poetico. Convinto che “vivere significa lottare”, come gli aveva insegnato fin dai primi anni di vita la sua condizione di handicappato mai sfruttata in senso vittimistico e pietistico, Bertoli non ha mai rinunciato a battersi contro il massacro ambientale, il pericolo nucleare, la ferocia della guerra, la corruzione politica, la manipolazione della libertà, la difesa dei diritti umani, affrontando la vita a “muso duro” come dice una delle sue canzoni più celebri. Egli ha avuto anche grandi successi di pubblico con le canzoni Il pescatore (interpretato da Fiorella Mannoia) e Spunta la luna sul monte (interpretato con i Tazenda), con la quale aveva conquistato il quarto posto a Sanremo nel 1991, dimostrando che è possibile frequentare i festival senza dover necessariamente scrivere canzoni banali.
Pochi mesi prima della scomparsi, Bertoli ha pubblicato la raccolta 301 guerre fa, che con il suo sapiente mixage di impegno e poesia costituisce ormai una sorta di testamento spirituale. Accanto a due consolidati successi (“Il pescatore” e “Spunta la luna sul monte” cantati insieme a Fiordaliso e Andrea Parodi), troviamo un insieme di composizioni di alto valore per la qualità dei testi (quasi tutti di Bertoli) e delle musiche tutte molto belle e a volte legate a ritmi tradizionali come il valzer, composte ed arrangiate insieme ad Amerio, Negri, Bonaffini, Baiguera, Brandolini e Dieci.
Nella canzone, che dà il titolo alla raccolta, Bertoli ritorna ad affrontare il tema della guerra, presentandoci un mondo annientato dalle armi nucleari ed un’umanità regredita alla preistoria costretta ad usare i bastoni appuntiti come armi e a comunicare con i tam tam e i segnali di fumo, ma che non ha saputo rinunciare al “vizio” della guerra. Nella Fatica Bertoli dichiara che, malgrado l’accumularsi delle stagioni ed una certa stanchezza, non rinunciato alla rabbia e alla voglia di battersi contro i dogmi culturali, le disonesta, le ingiustizie, prendendo “a pugni e schiaffi la tristezza e la sfortuna”, pescando “in fondo alle sue tante ribellioni/per scaricarle dentro le canzoni” e chiedendo aiuto alla musica per liberare la mente da tanti brutti pensieri. In Oracoli l’autore attacca la moda di farsi predire il futuro che coinvolge giudici e famosi chirurghi, amanti e giovani rampanti attenti al mutamento del mercato, il clero ormai impotente e i politici pronti a tutto per conservare il loro potere (“pronti a svendere qualche stalliere o anche fette dell’umanità”), mentre “una storia di corsi e ricorsi premia giuda che la bacerà”. Nella canzone Così Bertoli dichiara di non credere nella “sacre istituzioni” che sono al servizio del potere e di buttare “sul fuoco tutte le mie croci”, di seminare “i miei fatti personali/mischiati a tutto quello che è sociale”; quindi se la prende con i capi che “non sono altro che persone e trattano le masse come capre…sacrificando al fatto personale le madri i figli i padri e la decenza”, per cui da vero “piantagrane” egli continua a schierarsi dalla parte degli oppressi, mentre Liberato me è un inno appassionato alla libertà di pensiero e alla libertà personale.
Alla serie della ballate appartengono le altre composizioni a cominciare da La nebbia che affronta il tema della malinconia e della solitudine che afferra l’individuo quando la nebbia avvolge la città “quasi fosse una malattia” e la luce del giorno se ne va per lasciare al vuoto della notte. Una delicata ballata è La prima pioggia, dedicata alla prima esperienza d’amore fra due adolescenti che perdono “le virtù” durante un violento temporale estivo. Bellissima, struggente, appassionata è Favola, una canzone che Bertoli dedica ad una ragazza dagli occhi blu con cui ha condiviso sogni, illusioni e sentimenti della prima adolescenza. Infine Se solo lo vuoi è una ballata dedicata alla donna amata per la quale oggi egli scrive canzoni d’amore con le quali celebra i momenti di gioia, gli abbandoni le paure del futuro, i moti del cuore verso la donna che egli ha eletto “regina” e che sola lo fa sentire un “re”.
A temi più ampiamente esistenziali sono dedicate le ultime tre composizioni: Nelle Grandi solitudini si parla di quel sentimento di abbandono che prende quando gli amici, finita la festa, gli amici se ne vanno e l’individuo ormai solo rischia di essere “sbranato dal desiderio” e ci si sente stranieri come “navi partenti” e si ha voglia di dare “fuoco a questa signora la notte/ Che esplode dentro all’anima” ormai avvolta nell’ombra e la solitudine diventa qualcosa di tangibile, per cui “non bastano i telefoni del mondo per dire tutto di noi”. In Vagabondi si canta invece la voglia di inseguire l’avventura come “vagabondi pirati del mare”, lontano dalle città e dai ritmi del quotidiano, alla ricerca di amori sospesi nel tempo e di una vita da corsari, perché “il mare è un’amante” che prende il cuore e ti porta lontano, in posti dove si ha sempre voglia di tornare. Il tema del viaggio e dell’avventura ritorna nella canzone Vagabondi, una storia di pirati del mare vissuta sul filo della memoria e del desiderio, quando si seguivano le stagioni come gli antichi abitanti del deserto, storie di donne e di leggende, storie di mare che “è un amante vera/ti prende una parte del cuore”, ma alla fine ti lascia sempre tornare al punto di partenza. Sempre sul filo della memoria si dipana la canzone di congedo Cento anni di meno che ripercorre il cammino di una vita dalla giovinezza assetata d’amore divorata dai sogni, divorata dall’impegno sociale e politico alla ricerca di un mondo più giusto e finalmente in pace, quando “credevamo in un domani sereno”.
Un grande disco con musiche perfettamente plasmate su testi straordinari, dolcissimi e violenti come sapeva fare soltanto un appassionato poeta che si è sempre nutrito di parole profonde e di ritmi raffinati, che ha affrontato una vita segnata dalla sofferenza con suprema dignità e eccezionale forza d’animo e che ci ha lasciato, prima di iniziare l’ultimo viaggio verso il mistero dell’aldilà, questo dono degno di una grande cantastorie.
(Alberto Pellegrino)

.


torna all'indice dei commenti