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Mario Giacomelli in mostra per “l’Infinito” di Leopardi


di Alberto Pellegrino

Per il secondo centenario de l’Infinito un grande fotografo italiano e un grande poeta a confronto: Mario Giacomelli e Giacomo Leopardi a Recanati nella mostra a Villa Collaredo.

Mario Giacomelli (1925-2000) è il più grande e originale narratore per immagini e, accanto ai racconti che nascono da una personale ispirazione, ve ne sono altri che traggono spunto da quei testi poetici che hanno suscitato in lui particolari sensazioni e stimoli creativi e che gli hanno permesso di trasformare i versi in immagini dalla straordinaria forza espressiva: “Soltanto un nobile poeta dal puro sentimento – scrive Giuliana Scimé – riesce a coniugare in armonia le parole, il loro significato con la trasposizione in fotografie evocative di pensieri e non di eventi. Mario Giacomelli è uno dei pochissimi che tenti questo ardito miracolo…il suo racconto visivo è un’opera autonoma che è stata stimolata da un’altra opera, una interpretazione personale che svela, a noi sordi e ciechi, il mistero dei dialoghi con l’immaginario”. 

I racconti di Giacomelli diventano un nuovo modo di narrare nel segno di una creatività che trova il suo centro equilibratore nell’uomo, il quale rimane per Giacomelli la costante misura di tutte le cose. Nelle sue immagini emozioni e sentimenti prendono forma, realtà e ricordo si fondono in un unico blocco narrativo attraverso l’espressività di un linguaggio che viola tutte le leggi e le regole della fotografia tradizionale per diventare reinvenzione, ricostruzione fantastica di una realtà vissuta nel proprio intimo per poi raggiungere una forma universale.

Tra le sue opere spiccano per intensità e originalità poetica due racconti che hanno tratto ispirazione da due composizioni leopardiane, sopra le quali Giacomelli ha lavorato con dedizione e passione in diverse fasi della sua vita, scomponendo e ricomponendo le varie sequenze fotografiche con eliminazioni e aggiunte che ricordano la stessa sofferenza critica che traspare da cancellazioni e sostituzioni dei manoscritti leopardiani.

Il Comune di Recanati e il Centro Studi Leopardiani, in occasione delle celebrazioni per i duecento anni de L’Infinito, ha riproposto a Villa Collaredo, dal 2 dicembre 2018 al 19 maggio 2019, il racconto fotografico A Silvia e la serie completa delle immagini dedicate a L’Infinito, due eccezionali esempi del rapporto che un grande artista come Mario Giacomelli ha stabilito con assoluta originalità tra fotografia e letteratura.

Giacomelli s’impadronisce della poesia leopardiana con un’adesione interiore che deriva dalla comune meditazione sul presente e sul destino ultimo dell’uomo, dal rapporto amore e morte, giovinezza e speranza, aspirazione alla felicità e crollo delle illusioni di fronte al duro impatto con la realtà. Dal poeta recanatese Giacomelli ha interiorizzato soprattutto il valoredella rimembranza che si trasforma in un’arte capace di sciogliere in poesia i grumi della memoria: “Per me la fotografia è come una scatola che contiene le cose della mia memoria. Non la vedo come la vedono tanti, è solo un supporto, uno spazio bianco che voglio riempire di ricordi che sono miei… Specialmente le parole delle poesie sono cariche di passato e per me il passato è importante; quindi io non illustro ma racconto e queste immagini del passato aspettano gli occhi di persone sensibili per uscire dal loro mutismo”.

Fra tutte le figure femminili leopardiane Giacomelli sceglie Silvia, perché per lui incarna il tramonto delle speranze, delle gioie e delle attese giovanili, rappresenta la vittima sacrificale dell’inganno concepito dalla Natura matrigna. Il grande artista senigalliese, la cui scrittura iconica non è mai casuale, apre il suo racconto introducendoci nel mondo della poesia leopardiana con la rappresentazione dell’astro più amato e citato dal poeta recanatese, quella luna che illumina di luce “fredda” i colli marchigiani (“O graziosa luna, io mi rammento/che, or volge l’anno, sovra questo colle/Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/E tu pendevi allor su quella selva/Siccome or fai, che tutta la rischiari”).  La “diletta luna” apre la strada al “rimembrar della passate cose” e ci introduce all’interno del “paterno ostello” e più precisamente in quella austera biblioteca paterna dove si consuma il “tempo giovanile” del poeta impegnato negli “studi leggiadri” e sopra le “sudate carte” sui cui egli “spendea la miglior parte” della sua giovinezza. Sul lato destro dell’immagine si scorge un dettaglio di finestra che si apre sulla piazza dove s’intravede la casa di Silvia.

Dalle ombre del passato emerge un volto femminile che appare come deformato dallo specchio della memoria. I contorni indefiniti di questo viso assumono poi i lineamenti di una giovane donna che ci fissa con il suo limpido sguardo. In questo modo il fantasma di Silvia si materializza, diventa realtà, entrando nella dimensione temporale del presente: per un momento passato e futuro sono come sospesi per lasciare posto a questa fanciulla che guarda la vita “lieta e pensosa”. In quello sguardo c’è tuttavia un oscuro presentimento di non vedere “il fior degli anni suoi”, come un senso di solitudine e di predestinazione (“Non ti molceva il core/La dolce lode or delle negre chiome;/Or degli sguardi innamorati e schivi;/Né teco le compagne ai dì festivi/Ragionavan d’amore”).

Purtroppo il destino incombe, scompaiono le immagini del gioco, dell’amore e della spensieratezza giovanile e Silvia, “pria che l’erbe inaridisse il verno, /Da chiuso morbo combattuta e vinta”, si prepara a dare l’addio al suo mondo dietro quelle finestre chiuse si sta consumando un dramma terribile al quale fa eco la chiusa finestra del poeta, che sembra imprigionare il cielo in un ultimo anelito di speranza. Ma la Natura è pronta ad imporre la sua inesorabile legge (“O natura, o natura, /Perché non rendi poi/quel che prometti allor? Perché di tanto/Inganni i figli tuoi?”), mentre le finestre della casa di Silvia sembrano trasudare come ferite sulla nuda parete dell’arido vero, la morte in persona fa la sua silenziosa apparizione in una tragica reinterpretazione del carnevale. Dietro un cancello soffocato dagli arbusti si nasconde “la sorte delle umane genti” e dinanzi ad esso sostano le ombre di un’umanità congelata di fronte al mistero della morte, mentre nel cielo nere nubi sembrano voler imprigionare persino il sole della speranza (“All’apparir del vero/Tu, misera cadesti”) ma, secondo quella ambiguità propria di Giacomelli, il prorompere violento dei raggi solari aldilà dell’ostacolo celeste potrebbe anche significare che non tutto finisce con la vita terrena.

Il grande fotografo marchigiano è un autore difficilmente classificabile secondo scuole e generi fotografici tradizionali e in questa sua opera leopardiana egli riflette una “voglia” di raccontare fortemente legata e motivata al proprio mondo interiore senza mai perdere di vista un costante e singolare rapporto con la poesia. Giacomelli riesce ad entrare nello spirito più profondo del testo poetico non per “illustrare” dei versi, ma per esprimere con le immagini quelle emozioni, sensazioni, sentimenti e memorie che nascono in un uomo che cerca prima se stesso attraverso la lettura di quei versi: “In queste foto – ha detto Giacomelli – rimane la traccia dell’intervento che mi porta fuori dal quotidiano, dal contatto traumatico coll’esistenza, cioè mi servo di qualcosa di reale che però è, in un certo senso, fuori dal quotidiano”.

Per molti anni Giacomelli ha lavorato intorno e dentro il testo poetico di A Silvia, riscrivendo in continuazione lo stesso racconto, che è diventato una materia in costante ebollizione. Lungo questo itinerario di ricerca ha mescolato fotografie fatte in epoche e in occasioni diverse; ha accostato immagini in cui la realtà è chiaramente leggibile ad altre dove si avverte il suo personalissimo intervento nel particolare “taglio” dell’inquadratura, nella manipolazione del negativo o della stampa. Egli mostra soprattutto la preoccupazione di tradurre in fotografia quei versi leopardiani che hanno fatto nascere in lui delle immagini mentali, che lo hanno affascinato non solo per quel rapido e sfortunato amore giovanile, ma anche per l’adesione ai grandi temi leopardiani come le illusioni e i sogni giovanili, la sofferenza e la caduta di ogni speranza, la terribile realtà della morte, alla quale tuttavia si contrappone quella tenace e insondabile speranza che Leopardi ci mostra nella sua Ginestra. Ha così termine questo lungo itinerario, nel corso del quale l’autore riafferma il suo continuo bisogno di ricerca: “Sono un viaggiatore di sensazioni in terre sconosciute, dove tutto va interpretato”.

Il secondo appuntamento con Leopardi il fotografo marchigiano lo ha con la poesia L’Infinito, quando nel biennio 1986/88, crea un racconto nel quale egli tocca il più alto vertice creativo in un alternarsi di massima astrazione e di un continuo ritorno a una realtà che viene tuttavia costantemente filtrata e manipolata dalla sua fantasia. Nasce in questo modo un percorso dove l’infinito va inteso come qualcosa che crea i presupposti per un nuovo inizio: “Non si tratta di illustrazione di emozioni altrui, –  ha detto Giacomelli – sono emozioni mie, nate in me da Leopardi, divenute mie con la conoscenza. All’inizio pensavo a una sequenza di paesaggi netti, definiti. Ma non ero soddisfatto. Mi sono mosso all’interno, senza sapere dove andare, dove cadere, dove fermarmi. Poi ho messo tutte le fotografie per terra, mi sono guardato attorno, sono ritornato ad essere me stesso e ho visto una nuova luce”.

Il racconto si apre con un muro di metallo che chiude ogni orizzonte per passare a una gabbia metallica di nuvole prigioniere, a cieli tempestosi, ad aridi paesaggi urbani, a voli di uccelli con alberi capovolti i cui i rami diventano radici di congiunzione tra cielo e terra, per completare questa contemplazione di insondabili misteri con una serie di splendidi paesaggi di fantasia, dove la natura sembra disegnata dalla mano dell’uomo. Questa lunga e complessa sequenza fotografica si chiude con quattro immagini di pura astrazione ma di purissima poesia, con le quali Giacomelli permette alla nostra fantasia di addentrarsi dentro spazi siderali, di entrare in una dimensione interiore che rende l’infinito tangibile dinanzi ai nostri occhi. Siamo di fronte a immagini straordinarie che riescono a rappresentare il fascino del silenzio, il bisogno di contemplare il mistero della vita, il desiderio d’infinito che si nasconde in ognuno di noi. Non a caso, a proposito de L’Infinito, Giacomelli ha scritto: “Lavorare a un’opera di leopardi per mesi, ogni sera, è dannazione continua. Ho sentito tutto il tempo che è passato dal suo comporre in versi al momento presente in cui io lavoravo e vivevo qualcosa già vissuto tanti anni fa. Ho provato orgasmi mai conosciuti come felicità viva e vera…Il tempo sta fluendo nella mia camera, nei campi, nella mia strada, il tempo mi fa paura: è il tema delle mie fotografie anche se sono creazioni dell’anima”.

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