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Magnifica Elisabetta Pozzi in “Elena o del tempo ritrovato” di Ghiannis Ritsos, per TAU


di Alberto Pellegrino e Flavia Orsati

Per TAU (Teatri Antichi Uniti) abbiamo assistito a due recite del poema di Ghiannis Ritsos Elena o del tempo ritrovato. Ad Urbisaglia e Ascoli Piceno la magnifica interpretazione di Elisabetta Pozzi per la regia di Andrea Chiodi e le musiche di Daniele D’Angelo. Ce ne parlano rispettivamente Alberto Pellegrino e Flavia Orsati.

Elena o del tempo ritrovato di Ritsos a Urbisaglia, di Alberto Pellegrino

La stagione del TAU 2020 è iniziata il 15 luglio nell’Anfiteatro di Urbisaglia con Elena o del tempo ritrovato di Ritsos, con la regia di Andrea Chiodi che ha affidato per l’interpretazione di questo monologo lirico a una straordinaria attrice come Elisabetta Pozzi, che ha saputo rendere in modo magistrale i contenuti dolorosi, le sfumature nostalgiche, l’afflusso dei ricorsi, le angolazioni anche più remote e complesse di questo bellissimo testo.

Ghiannis Ritsos (1909 –1990) deve essere considerato uno dei più grandi poeti greci del Novecento. Tra le sue opere più importanti va certamente collocata Quarta dimensione (Crocetti Editore, 1990), una raccolta di 17 poemi brevi che scaturiscono dalla fervida immaginazione del Maestro, il quale compone dei soliloqui ritmici che diventano un crogiolo di memorie, un doloroso sentimento del tempo, una sfilata di personaggi destinati a riapparire per pochi momenti sul palcoscenico della vita e della storia.

Alcuni di questi personaggi appartengono al mito e Ritsos li fa riemergere dalle nebbie del passato, rendendoli vivi e palpitanti: Agamennone, Oreste, Ifigenia e Crisòtemi appartengono alla saga degli Atridi; Persefone rappresenta un’immersione nell’Ade; Ismene ci parla di Edipo, Giocasta, Antigone, Eteocle e Polinice; Fedra scava nell’universo dell’eros e del sesso per parlare del suo amore incestuoso per Ippolito; infine, Aiace, Elena e Filottete ci riportano al tempo della guerra di Troia.

Per la rappresentazione di Urbisaglia è stato scelto il breve poema dove Elena non appare in tutta la sua splendente bellezza, ma un’anziana donna, oppressa dalla solitudine, che vive immersa nei ricordi, che parla con un fantasma della sua giovinezza anche se sta “quasi per scordarsi le parole”. È finito il tempo delle rivalità e delle passioni; sfumano persino le immagini più familiari di Paride, Menelao, Achille, Andromaca, Cassandra, Agamennone e persino dei suoi fratelli Castore e Polluce, che crede siano diventate due stelle.

In questo forzato esilio tutto avvizzisce e si confonde: l’assassinio di Agamennone e l’uccisione di Clitennestra, le città di Argo, Atene, Sparta, Corinto, Tebe sono sprofondate nel nulla “come se non fossero mai esistite”. Rimane solo il silenzio dopo l’assordante fragore della guerra: “Ah, sì, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso, sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per cose che ormai erano state decise da altri in nostra assenza…Eppure – chissà – là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia la storia umana, e la bellezza dell’uomo tra ferri arrugginiti, e ossi di tori e di cavalli, tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro”.

Riemerge il ricordo lontano della città di Troia, quando lei passeggiava sulle mura per sfidare i greci a ucciderla, ma le loro frecce si fermavano dinanzi alla sua sovrumana bellezza. Allora lei sognava di innalzarsi verso il cielo con il suo corpo immortale. Dopo la fase dolorosa ed esaltante dell’amore e della guerra c’era stato il ritorno alla monotona vita di Sparta con i vecchi amici che se ne erano andati uno dopo l’altro e ora lei è qui, in questa grande casa, in questo giardino pieno delle sue statue, costretta a ripensa alla sua vita, a rimpiangere la sua mitologica ascesa al cielo. Ma ora Elena sa che è un essere mortale come tutti gli umani, reclina il capo e muore, mentre il suo misterioso interlocutore si alza e si allontana. Un ufficiale di polizia appone i sigilli alla casa e ordina di portare quel corpo all’obitorio: “Di colpo scomparve ogni cosa. Silenzio assoluto. Soltanto lui. Si voltò a guardare. Era sorta la luna… una luna tranquilla, ingannatrice” che illumina le statue di lei nel giardino. Ora “l’Altro” s’immerge nelle ombre della notte per andare in altri luoghi dove scavare nei profondi misteri del mito.

“Elena” di Ghiannis Ritsos, con Elisabetta Pozzi ad Ascoli Piceno, di Flavia Orsati

[…] Libera dal timore della morte e del tempo, con

un fiore bianco tra i capelli,

con un fiore tra i seni, e un altro tra le labbra per

nascondere il sorriso della libertà.

Il nome di Elena di Troia è uno di quelli che la mitologia classica ha destinato a riecheggiare nella storia. Figura affascinante e controversa, in Occidente tutti conoscono la sua vicenda, casus belli della guerra tra greci e troiani: moglie di Menelao, viene rapita dal troiano Paride, innamoratosi di lei per la sua divina bellezza. A seguito di questo affronto, Menelao chiede aiuto al fratello Agamennone e insieme decidono di dichiarare la guerra cantata da Omero, che sancirà la fine di Troia.

Elena nell’Iliade, dal canto suo, avverte su di sé tutto il peso del conflitto sanguinario, sapendo di essere indiretta artefice della rovina e della fine della gloriosa città di Troia; percepisce, tuttavia, il fardello della sua bellezza, sentendosi lei stessa vittima degli dei che le hanno dato in sorte qualcosa di fatale, smisurato, più grande dell’uomo stesso, e degli altri esseri umani, che vogliono appropriarsi di lei e, ancor di più, della sua dote, come se l’individuo Elena non fosse altro che uno strumento o un mezzo di esprimerla.

L’Elena di Elisabetta Pozzi, con regia di Andrea Chiodi e musiche di Daniele D’Angelo, si apre nella splendida e suggestiva cornice del Teatro Romano di Ascoli Piceno, con una preghiera al Dio greco del teatro, dell’ebbrezza e dell’estasi, Dioniso, affinché gli spettacoli, in questo difficile momento storico, possano tornare di nuovo a compiersi come rito totale.

Anche qui, la bellezza non è un attributo positivo ma qualcosa che, come nell’Inno alla Bellezza di Baudelaire, turba, sconvolge, in contrasto con il concetto greco, che considera il Bello manifestazione fenomenica dell’armonia e dell’ordine del cosmo, forma visibile della giustizia. Elena, personaggio multiforme e mutaforme, enigmatico, sospeso tra immaginazione e realtà, non sappiamo se sia una donna o un’idea. La regina, infatti, non è semplicemente bella: è la Bellezza assoluta che si incarna.

Il poeta greco Ghiannis Ritsos, solito usare miti classici per raccontare il Novecento e le sue inquietudini, rende una Elena piena di sangue e di vita, interpretata da una magnifica Elisabetta Pozzi, che si muove sulla scena intessendo un dialogo – che si fa monologo lirico – con un visitatore di cui non conosciamo l’identità, ex soldato o passato amante, che non la riconosce più, così vecchia, sola e abbandonata, esiliata dentro abiti che si lacerano e pelle che avvizzisce, sempre più vicina alla morte. Con l’interlocutore viene intavolata una riflessione che altro non è che il racconto del tramonto di un mito che non esiste più: quello della Bellezza.

Una Elena vecchia, ormai “postuma a se stessa”, è trapiantata nel contemporaneo, intenta a rammentare e rammendare frammenti del tempo passato, ormai totalmente isolata dal mondo in una casa-prigione dove la sua vita si trascina stancamente, in compagnia delle ancelle dispettose, di pochi oggetti e soprattutto dei fantasmi e delle ombre del passato. Accanto a lei un musicista, che continua a suonare dei motivi da sala da ballo sui quali ormai nessuno più danza, in una casa impolverata, grigia, decadente. Come quel tempio che era stato il suo corpo.

La donna possiede ancora un proprio stile ed eleganza che ricordano l’antico fulgore, verso il quale la mente di tanto in tanto viaggia, ma senza nostalgia. Ride, al contrario, della vita passata e dell’antica bellezza, della vanità delle cose del mondo e dei suoi miti: “a poco a poco – spiega Elena – le cose hanno perso senso, si sono svuotate”, e forse un senso non ce l’hanno mai avuto.

La protagonista del poemetto di Ritsos ha ricordi di piccole cose: in una nebulosa confusione che ottunde i grandi avvenimenti del passato, arriva a concepire, tuttavia, con estrema lucidità la condizione degli umani, in un tempo in cui le rivalità non hanno più alcun senso e le passioni sono inaridite. Elena capisce, nel dialogo con se stessa e con l’altro, in una naufragio profondo e oscuro, la meschinità e l’ingenuità dei mortali che credono di possedere il proprio corpo, che con esso si aggrappano al mondo, che si illudono che i nomi abbiano propria consistenza ontologica, non rendendosi conto che non sono altro che vane ombre.

Quella di Elena è una lucida disperazione, che la porta a ridere di un riso amaro, senza pianto, per il quale anche le passioni della gioventù ormai si fanno ridicole e insulse, in un corpo che si disfà: “Com’era tutto senza senso, senza scopo, durata né sostanza – ricchezze, guerre, glorie e invidie, gioielli e la mia stessa bellezza. Che stupide leggende, cigni e Troie e amori e gesta”. La donna ha, infatti, raggiunto un’imparzialità grazie alla quale nemmeno le meschine vendette delle sue ancelle dispettose la turbano più (“senz’alcuna umiliazione o tristezza o indignazione – e per che cosa poi? – Ripetevo solo in fondo a me stessa: Un giorno morremo, o piuttosto: Un giorno morrete”), nemmeno i ricordi più intimi, più belli, più dolorosi, pieni di vita e morte provocano commozione, anzi, appaiono lindi, come se qualcuno li avesse mondati dal sangue di cui erano cosparsi. Tuttavia, ci fa sapere Elena, uno solo conserva ancora un’aura attorno a sé: durante la battaglia, immersa in un generale odore di morte, aveva passeggiato sulle alte mura, in mezzo ai suoi contendenti che si muovevano guerra. I due rivali in amore si stavano battendo a duello, decidendo le sorti di quell’annoso conflitto. Lei non guardava. Avrebbe potuto in ogni momento essere colpita da frecce, avendo entrambi i lati scoperti, ma non se ne curava, aerea e carnale al tempo stesso, sospesa e immortale grazie alla sua bellezza, che nessuno avrebbe mai osato colpire o scalfire, senza appartenere a nessuno e senza bisogno di nessuno, libera dalla morte e dal tempo. L’emozione di questa ideale ascesa al cielo resta. Resta la sua libertà momentanea e immaginaria, il gioco del destino e della nostra ignoranza, e quella scena, sulle mura di Troia: “che fossi davvero ascesa al cielo lasciandomi cadere dalla bocca…? – A volte mi avviene ancora di provare, distesa qui sul letto, ad aprire le braccia, ad alzarmi in punta di piedi − a poggiare i piedi in aria – il terzo fiore –”.

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