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Loreena McKennitt incanta lo Sferisterio

Fotografie di Giovanni Culmone


di Flavia Orsati

Due ore di spettacolo perfetto e magico e colto di Loreena McKennitt con il suo “Lost Souls Tour” nella splendida location dello Sferisterio di Macerata.

Loreena McKennitt rappresenta, da diversi anni, una sorta di icona e punto di riferimento per gli appassionati della musica celtica, con oltre 14 milioni di dischi venduti nel corso degli anni. Così, vederla dal vivo, in una piccola città del centro Italia, nelle appartate Marche, in un’arena straordinaria non avrebbe potuto essere altro che una grande emozione.

Infatti, il 19 luglio 2019 il “Lost Souls Tour” della cantautrice canadese ha fatto tappa proprio allo Sferisterio di Macerata, stabilendo una straordinaria connessione energetica tra il suo vissuto musicale, pieno di mistero, viaggi e affascinanti leggende, con quello che è il lato magico dell’entroterra marchigiano, rappresentato grandemente dai Sibillini e dalle storie ad essi collegate.

La serata si è aperta su di un palco essenziale, dove si sono esibiti, oltre alla cantante e polistrumentista, Brian Hughes alle chitarre, Caroline Lavelle al violoncello, Hugh Marsh al violino, Dydley Phillips al basso e Robert Brian alle percussioni.

Il tema costante del fare musica di Loreena è viaggio. Il suo sound, che parte da una base di sonorità celtico-irlandese, forse anche in omaggio alle sue origini (irlandesi e scozzesi benché lei sia nata in Canada), si contamina, senza snaturare, di suggestioni mediterranee, che sanno di antico e di imponenza, di suoni asiatici, che rimandano a un senso di infinita arcaica sacralità e reverenza nei confronti della natura e di tutto ciò che ci circonda, come se i vari suoni prodotti da strumenti e voce umana si elevassero al cielo nel fumo di un sacrificio rituale che servirà a salvare tutti gli uomini. Da non dimenticare, poi, le influenze della musica delle corti italiane ed europee medievali e rinascimentali. Tutto questo condito da un aspetto etereo e magico nella persona esecutrice, che rimane sempre composta come se non volesse rubare tempo ed attenzioni alla sua Arte, e da citazioni colte, letterarie, che instaurano ancor di più un dialogo con le varie tradizioni, con citazioni di Shakespeare, William Blake e W.B. Yeats tra gli altri.

In quasi due ore di spettacolo tecnicamente perfetto si sono susseguiti brani come Penelope’s song, Dante’s Prayer, The Mummer’s Dance, The Old Ways che hanno lasciato la platea senza parole, che ringraziava ad ogni pausa con lunghi scrosci di applausi.

Le sue parole sono state poche, essenziali, tese ad esaltare il ruolo della natura, sistema ricco e complesso del quale siamo (o dovremmo essere) armonicamente parte, ad incoraggiare il “vivere locale”, mantenendo vive tutte le splendide tradizioni che i nostri padri ci hanno tramandato tramite il vivo dialogo.

Poi protagonista assoluta è stata la musica, con suoni misteriosi che nella calura estiva si espandevano per tutto l’auditorio.

Così, è arrivata la volta dell’immortale All Soul’s nights:

Bonfires dot the rolling hillsides.
Figures dance around and around
to drums that pulse out echoes of darkness;
moving to the pagan sound.

Somewhere in a hidden memory
images float before my eyes
of fragrant nights of straw and of bonfires,
dancing till the next sunrise.

I can see the lights in the distance
trembling in the dark cloak of night.
Candles and lanterns are dancing, dancing
a waltz on all souls night.

Quello che nella canzone viene chiamato “pagan sound” sta ad indicare non tanto qualcosa di negativo quanto un senso di comunione profonda e ancestrale con la natura e con quello che è il “piccolo popolo” ovvero, nella mitologia celtica fairies e leprechauns, che a Macerata potrebbero essere chiamati fate e folletti o, in dialetto, mazzamurelli, che si manifestano agli uomini nella danza, intesa in senso dionisiaco e solare, liberatore, di candele, lanterne e luce che vincono su buio e tenebre.

Ma a ricordare come non sempre l’armonia sia possibile e come il mondo sia fatto anche di dolore, si insinuano, prepotenti, le parole del poeta irlandese William Butler Yeats, in Stolen child,con una fata che accompagna l’uomo a scoprire i segreti del mondo, mano nella mano:

Come away, O human child

To the waters and the wild

With a faery, hand in hand

For the world’s more full of weeping

Than you can understand.

Ad ogni modo, la speranza nelle favole rimane sempre, e non può non restare, nonostante gli smarrimenti e le lacrime. È Dante’s Prayer:


When the dark nights seems endless.
Please, remember me.

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