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“Lo studio da Le Baccanti” di Euripide approda nelle Marche


di Alberto Pellegrino

Lo studio da Le Baccanti di Euripide messo in scena da Emma Dante con gli allievi della “Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico” approda nelle Marche. L’abbiamo visto al Teatro Lauro Rossi di Macerata. Un esperimento teatrale pienamente riuscito.

Proveniente da Fano, il 6 novembre è arrivato in scena al Teatro Lauro Rossi di Macerata Lo studio da Le Baccanti di Euripide. Lo spettacolo, che concluderà la sua tournée marchigiana a San Benedetto del Tronto, è stato messo in scena da Emma Dante, la quale ha guidato gli allievi della “Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico” in questo saggio di diploma del corso di recitazione basato su un lungo e difficile percorso di ricerca sul campo, il quale è servito a studiare e ad allestire questa straordinaria tragedia che chiude la grande stagione del teatro drammatico greco.

Emma Dante, per rendere omaggio all’Accademia dove si è diplomata attrice, ha tratto da questo laboratorio uno spettacolo che conserva tutti i caratteri del teatro sperimentale, ma che ha anche conservato tutto il suo fascino, perché la regista ha realizzato l’impresa di guidare i giovanissimi attori nella comprensione di un testo estremamente difficoltoso, riuscendo a incarnare nei loro corpi e nelle loro voci i contenuti e il climax della vicenda pur ridotta e compressa nel breve spazio temporale di 80 minuti.

In un processo creativo dionisiaco abbiamo cercato di esplorare per mezzo del corpo l’ebbrezza e l’euforia che le baccanti ci trasmettevano – annota Emma Dante – attraverso un’opera straordinaria da cui attinge gran parte della nostra cultura, dalla religione alla letteratura. Un’opera del Dio dello strepito di cui gli allievi si sono nutriti».

La vicenda ha come protagonista il re di Tebe Penteo, che non vuole riconoscere la natura divina di Dioniso, così come Agave, madre di Penteo, non ha voluto riconoscere Zeus, il quale aveva assunto un aspetto umano per diventare l’amante della sorella Semele e generare Dioniso. Del resto tutta la stirpe di Cadmo è stata sempre poco propensa a riconoscere il valore del sacro e per questo si è attirata l’ira vendicatrice di Dioniso, che si è impossessato delle donne tebane per spingerle sul Monte Citerone e unirle alle baccanti asiatiche già soggiogate alla corte del dio. La loro follia provoca dei fenomeni destinati a terrorizzare la città: una mandria di mucche è squartata dalle menadi infuriate, il latte e il miele sgorgano dalle rocce, infine arriva lo smembramento di Penteo per mano delle baccanti e di sua madre Agave, la quale per divina ironia non riconosce il corpo del figlio.

La messa in scena, partendo dal testo tradotto da Edoardo Sanguineti, ha prodotto una elaborazione drammaturgica soprattutto visiva incentrata sulla presenza del coro e sui personaggi di Dioniso, Penteo, Tiresia e Cadmo. Il risultato più rilevante è stato però il lavoro intenso e puntuale compiuto sul gruppo dei giovani interpreti che hanno recitato, cantato e danzato con totale sintonia ed efficacia interpretativa, occupando l’intero spazio scenico con effetti di assoluta bellezza, sottolineati dalle luci di Cristian Zuca, dai movimenti scenici di Sandro Maria Campagna, dalle musiche e dagli arrangiamenti corali di Serena Ganci.

Quelle teste decapitate e incombenti sulla scena, che aprono e chiudono la pièce, stanno lì a rappresentare in modo metaforico quell’orrore pervasivo di tutto il testo, che altrimenti sarebbe irrappresentabile. Secondo il linguaggio del corpo che è parte integrante dello stile registico di Emma Dante, le baccanti siedono sul palco a gambe spalancate, indossando un’elegante pelliccia che sarà poi sostituita da jeans strappati e da corte tuniche che esaltano questi corpi giovanissimi dalla gestualità invasata per l’impossessamento divino.

Questo rituale riesce a trasmettere con esiti brillanti quei valori di un testo, il quale a distanza di oltre duemila anni non esaurisce la sua forza provocatoria, basata sulla lotta tra gli istinti più belluini e la ragione, sullo scontro tra religione ed erotismo. Del resto l’intero spettacolo è dominato dal sesso femminile rappresentato da un piccolo esercito di donne folli che sono la terribile arma al servizio di Dioniso per imporre il proprio dominio sulla città di Tebe.

Gli aspetti orgiastici sono esaltati dalla efficacia metaforica della scenografia: un drappo continuo di lucenti paillettes che racchiude lo spazio scenico e che, quando è ravvivato dall’impianto luci, appare una superficie viva mossa dall’azione degli attori, i quali continuamente lo scuotono e lo perforano, diventa un contenitore che assume le sfumature dal rosso al rosa per ricordare il violento e sanguigno fluido vitale che percorre tutta la tragedia. 

Come nel teatro greco l’azione violenta non è mai rappresentata, ma riportata attraversi i vibranti monologhi e le performance sceniche, perché la regia prende le distanze dalle efferatezze del testo, usando dei meccanismi visivi finemente spettacolari, ai quali aggiungono efficacia la musica, il canto e i provocanti passi coreografici che si rifanno ai videoclip, dove il corpo femminile si esibisce in ondeggianti ammiccamenti, uno dei tanti  modi usati per raccontare l’innominabile fascino che nasce dall’assommarsi del sacro e dell’osceno.

La religiosità del testo è sottolineata dallo stesso Penteo che appare in scena sormontato da una grande croce probabilmente a ricordare che il connubio tra trono ed altare attraversa la storia fino ai nostri giorni. Al pari il re si presenta con una veste rosa shocking dal vago sapore sacerdotale e con movenze effeminate ad avvalorare la dimensione sacrale del dramma segnato da quella convivenza tra bellezza e oscenità.

Del resto è proprio Dioniso a incarnare in modo perfetto  questa contraddittorio tra sacro e profano: interpretato da un attore e da una attrice per sottolineare la sua doppia natura di genere, egli si presenta come lo Straniero che giunge da Oriente, figura capace di ammaliare le donne della città e di soggiogare lo stesso Penteo, portando allo scoperto le sue interne contraddizioni fino a spingerlo a seguire il suo desiderio incestuoso di spiare le baccanti e i loro riti, pur essendo consapevole che fra queste vi è sua madre Agave e, sempre per volere di Dioniso, il re sarà trascinato verso la sua sanguinosa morte. Nel complesso si può parlare di un esperimento teatrale pienamente riuscito ed è doveroso sottolineare che molto si deve alla bravura dell’intero cast formato da Viola Carinci, Irene Ciani, Gabriele Cicirello, Renato Civello, Jessica Cortini, Eugenia Faustini, Angelo Galdi, Alice Generali, Domenico Luca, Paolo Marconi, Eugenio Mastrandrea, Michele Ragno, Naike, Anna Silipo, dalle allieve del II° Anno Anna Bisciari, Adele Cammarata e Ilaria Martinelli.

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